Digitized by Google
B. 20
in:
. 6 43
IIILIOIECA NAZIONALE
CENTRALE ■ FIRENZE
i
4
! —
Digitized by Google
N
Digitized by Google
STORIA
DEL REAME
DI NAPOLI
dal 1734 s j no ai 1825
. * > . s
* .ngt . CENF r ALE .
PIETRO COLLETTA
CAPOLAGO A
tipografia J^fvefica
MDCCCXXXlV
psj.
i * Ti 4 *ù
■
T- ■*• • - • ' - • - ' ' ’ e . , i- • « Ha V <«• ^ *
’
vÉàfttpr
■i
STORIA
DEL REAME
DI NAPOLI
Digitized by Google
STORIA
del reame
DI NAPOLI
VAL 1734 SINO AL 1823
DEL GENERALE
PIETRO COLLETTA
Tomo III
CAPOLAGO
Olitone Ticino
MDCCCXXXIV
Digitized by Google
_ ^AJO«JAr>
&- 20 , 2 .
h-A atìfri^%Ìg££
7ÌZUD39CK :
Digìtized by Coogle
STORIA
«
DEL REAME
DI NAPOLI
LIBRO SESTO
Regno di Giuseppe Buonaparte. — Anno 1806
a 1808
CAPO PRIMO
Qual era il Regno al 1806.
I. P rima, che io descriva i mutamenti di stato,
i nuovi re, le continue per dieci anni guerre o
domestiche brighe, le tristizie degli uomini e di
governi, e fra tanti moti e travagli la migliorata
ragione del popolo e le più provvide leggi, mi
fia bisogno rappresentare lo stato del Regno al
1806; che sebbene apparisca 'da cinque prece-
denti libri, io spero che le cose in quelli sparsa-
mente narrate, sarà grato a ! leggitori vederle in
quadro e a tal punto deir opera, che più importa
per giudicare ae’ due regni di principi francesi.
Colletta, T. III. I
2 LIBRO SESTO — 1806
Se non che a rammentare più che a descrivere
fatti o dottrine sarò brevissimo quanto basti a
ricordi; desiderandomi leggitori attenti e conti-
nui, e non curando di ajutare per lunghe narra-
zioni e riprese la tardità di coloro cui piaccia il
leggere ozioso e svagato.
II. Al finire dell’anno i8o5, reggevano la giu-
stizia civile le dodici legislazioni discorse nel
primo libro, le quali non disposte a codice, ma
confusamente recate in molti volumi, stavano
aperte a’ litiganti ed a’ giudici; quindi le interpre-
tazioni, le, glosse, il confronto delle nuove alle
antiche leggi, i casi, i dubbii legali davano ma-
teria ad altri libri, e servivano di autorità e di
logica nelle contese. La giurisprudenza non era
una scienza : ogni lite, comunque assurda, trovava
sostegno in qualche dottrina, ed il maggior ta-
lento e la fortuna de giureconsulti consisteva nelle
astutezze legali; sì che ancora sono in fama il Maz-
zaccara el Trequattrini, benché il loro acuto e
malo ingegno fiorisse nel mezzo della passata età.
Al considerare il corpo delle leggi essere l’opera
di venti secoli , e quanti e quali i legislatori, come
varie le costituzioni dello stalo, le occorrenze dei
S rincipi, le condizioni de' popoli, ciascuno inten-
e che da codici discordanti non potevano, pro-
cedere costanti regole di giustizia, nè sentimento
comune di doveri o diritti.
Così delle leggi. Erano i magistrati que’ mede-
simi del regno di Carlo; ma regola suprema, non
scritta, sempre usata, turbava ed invertiva gli
ordini, dava nuovi poteri o toglieva i già dati,
gli scemava o accresceva a piacimento del re.
Digitized by
LIBRO SESTO — 1806 3
Spesso il favore (li questo o la sola intemperanza
d imperio aggiungeva nuovi giudici agli ordinari;
componeva magistrati novelli, pirescriveva nuove
forme, nuovi processi, donde i nomi di ministri
aggiunti e 'di rimedii straordinari , sì conti nella
storia della curia napoletana. Da questi giudici,
da quelle leggi discendevano giudizi lunghi, in-
trigati e così lenti, che nella causa tra
e contesero sessantasette anni per
conoscere solamente il magistrato cui spettava il
giudizio. ISè mai sentenza aveva effetto sicuro, po-
tendo distruggerla il ricorso per nullità o ad ap-
pello, e le astuzie forensi (che pur dicevano rime-
dii legali), e più spesso la volontà regia, quasi legge
sopra le leggi che sospendeva il corso di alcune
di esse, lo accelerava di altre, aboliva le antiche,
c novelle ne creava. Per le quali sfrenatezze il
f irocedimenlo non era catena necessaria di atti
egali, ma un aggregato di fatti varii quanto i casi
di fortuna o di regia volontà.
Assai peggiori de’ giudizi ..civili erano i crimi-
nali: inquisitorio il processo, inquisitori gli scri-
vani; magistrato, la regia udienza o il commis-
sario di campagna o la vicarìa criminale. Disusata
la tortura agli accusati ed ai testimonii, non ces-
savano i martorii di carcere, di ceppi, di fame.
Tassavano le prove, il delitto che più ne aveva,
più gravemente punivasi; e così gl indizi, non
più argomenti alla coscienza de’ giudici, bensì
membri del delitto, apportavano secondo il loro
numero pena maggiore o minore di galera o di
carcere. Durava, peggiorato, il giudizio del tru-
glio ( ignoro le bàrbare origini del vocabolo e
* LIBRO SESTO — 1806
della pratica), maniera di compromesso tra fiscale
e lo stipendialo dal re difensore degli accusati,
per cui questi andavano improvviso dal carcere
alla pena d’esilio o di galere, non sentiti, non
difesi, nemmeno compiuto il processò, contati e
non scelti tra detenuti, a solo fine di vuotar pre-
sto le carceri e schivare il tedio de’ giudizi. Era
il comando regio ne’ processi criminali così con-
tinuo, che spesso dopo il delitto il re componeva
il magistrato da giudicare, prescriveva il proce-
dimento e la pena, come vedemmo nelle cause
di maestà l’anno 1799. I giudizii xul horas e ad
modum belli erano frequenti. Due volte, magistrati
diversi, per accusa di parricidio, si divisero in
1 >arità tra la colpa o la innocenza; ed il re Carlo,
>enchè pio, temendo certa la colpa, e fastidito
della ritardata pena, ruppe le more comandando
che l’accusato capitano Calhan morisse sulle for-
che. E perciò tra i molti errori della napoletana *
legislazione era massimo la servitù cieca de’ giu-
dici all’ arbitraria volontà del principe.
III. Rappresenterò della finanza il peso e gli
effetti sulla ricchezza pubblica. Erano dazi tra i
principali: il testatico, chiamato di once a fuoco,
tassato dal fisco per comunità, spartito nelle fa-
miglie per teste; il solo vivere generava tributo:
gli arrendamenti, dazi sopra le materie di con-
sumo, in gran parte venduti, volgendo a privato
guadagno il benefizio che deriva dal cresciuto
numero e più largo vivere del popolo: la prediale,
nominata decima, fallacemente ripartita su le vo-
lontarie rivelazioni de’ possessori, favorendo le
terre della Chiesa e lasciando libere le regie e le
*
mm
/
LIBRO SESTO — 1806 5
feiulali. Pagavano i baroni le antiche taglie del-
XAdoa , (lei Rilcvio, del Cavallo-montato , leggiere
e disuguali. Fruttavano al re il demanio regio e ,
desso parte, la dogana di Foggia (della quale
dovrò - dir tra poco, trattando del Tavoliere di
Puglia), e molli impieghi venduti anche di giu-
stizia. Cosi sconosciuti il principio delle rendite
e l’ uguaglianza ne’ tributari, molti pesi pubblici
distribuiti a caso e a favore e senz ordine riscossi
versavano ogni anno nella cassa regia sedici mi-
lioni di ducati.
La proprietà stava in poche mani quasi immo*
bile per feudalità, primogeniture, fìdeicommissi,
vincoli della Chiesa e di fondazioni pubbliche;
perciò ricchi i monasteri e i vescovadi, ricche le
baronìe e le commende, povero il resto. Le in-
dustrie poche, la naturai copia de’ prodotti me-
nomata dalla improvvidenza delle leggi e de’ reg-
gitori, stabilita l’annona in ogni comunità, l’uscita
dei frumenti vietata per ogni lontano sospetto di
scarsezza, tutti gli errori di economia pubblica
riguardati come sentenze. Le manifatture scarse
e rozze, perchè poche le macchine, poveri i ca-
pitali, pericolose le associazioni, il miglioramento
delle arti impossibili. 11 commercio servo; sog-
gette a dazio ogni entrata, ogni uscita; troppo
tassati i prodotti d’industria o d arti straniere
sotto specie di giovare a’proprir, ma questi rozzi
e cari, perciò il capitale della consumazione ac-
cresciuto, i capitali riproduttivi distrutti o tenui.
Essendo le opere pubbliche a cura della finanza,
raramente se ne imprendevano , o cominciate
compivansi; e intanto le comunità pagavano, per
— t
Digitized by Google
6 LIBRO SESTO — 1806
far nuove strade, tasse gravose, rivolte oscura-
mente ad altri usi o capricci del re e de’ ministri.
Vedèvi grandi pianure fertili un tempo, abban-
donate alle acque; il Garigliano, il Volturno,
l’Ofanlo mal contenuti fra’ margini; il lago Fu-
cino , alzando di giorno in giorno, sommergere
terreni e città; sboscate le montagne, le pianure
imboschite.
IV. L’amministrazione non avea leggi proprie,
nè ministro presso il re, nè magistrato nelle pro-
vince che se ne desse pensiero. Ciò che dipoi è
stato inteso col nome di amministrazione e affi-
dato al ministro dell’interno andava spicciolato
fra gli altri ministeri, o abbandonato o ignoto.
Le entrate municipali nascevano da proprietà o
da tasse, con le quali accumulate pagavano i
tributi al fìsco; del resto giovando per invec-
chiato genio di prepotenza a’ maggiori possidenti
delle comunità, serbandone poca parte a’ bisogni
pubblici. La separazione de patrimoni fiscale e
municipale, la strettezza del primo, l’ ampiezza
dell’altro, sono indizi della prosperità di uno
stato, come le condizioni opposte attestano la sua
miseria.
Amministravano le rendite comunali un sin-
daco e due Eletti, il municipale consiglio manca-
va, gli eleggeva per gride u popolo chiamato a
parlamento, la qual civile instituzione, non pari
alle altre, era nocevole; falsa e sterile apparenza
di libertà in quelle incomposte radunanze di ple-
be, servi, e poveri, e sfaccendati: brigavano le
scelte per danari e tumulti; i conti erano 'dati
tardi o non mai; il patrimonio comune fraudato.
Digitized by Google
LIBRO SESTO — 1806
7
e le revisioni fallaci per complicità, o pericolose
per vendette. Mancava l’ amministrazione di di-
stretto e di provincia; un tribunale supremo di
ragionieri sedente in Napoli (la Regia Camera)
giudicava lentamente i conti municipali, ignoran-
done le origini. L’ordine della pubblica ammini-
strazione mancava affatto nel Regno.
V. Le cose dette dell’esercito in ogni libro, e
più nel libro quinto, schiariranno quelle che son
per dire intorno ad alcune condizioni di guerra
proprie al terreno ed alla storia di Napoli. Ultima
pa.rte della Italia è questo regno; il mare lo con-
^ ,na .“?. lre si unisce per il quarto alla terra:
la Sicilia, che sarebbe sua cittadella se alla vicina
Calabria per opere militari fosse congiunta, n’è
separala dalla nudità della marina, dal procelloso
canale del Faro, e dal nemico genio degli abi-
tanti. La posizione geografica del reame non dà
scampo ai difensori; estremo è il cimento, estre-
mo il combattere: e in tanta disperata sòrte di-
sputandosi nelle guerre antiche e moderne non
già una città, un porto, una provincia, ma il re-
gno intero, le armi sempre decidevano del go-
Aei no e dello stato, della vita e delle fortune dei
cittadini. Di là viene che il maggior numero pen-
sando alla vastità dei pericoli, ha sperato salvezza
dal rassegnarsi al nemico. Esiziale e insensato
amor di sè stesso, ma necessario effetto del gros-
solano ragionare di popoli usati alla servitù; cosi
miseri da sperare più che temere le novità di
governo.
Ed aggiungi che nelle guerre di Napoli, sem-
pre mosse o secondate da politiche fazioni, i sol-
Dii
I
8 LIBRO SESTO — 1806
dati ad un tempo combattenti e partigiani, ve-
dendo unite a’ cimenti delle battaglie le tristezze
delle prigioni, degli esilii, delle condanne, quan-
do anche sprezzatore di primi pericoli perchè
onorati, paventavano gli altri perchè infami, e
aerchè agli uomini è natura temer le offese che
a propria virtù non può sfuggire o vendicare. E
avverti che dopo la tiranna per i popoli bilancia
politica degl’ imperii, l’esercito straniero arrivato
alla frontiera di Napoli, dominatore in Italia, ha
già vinto per l’armi o col nome nazioni e re.
Avessimo almeno fortezze sul confine, lince in-
terne, ostacoli d’ arte per menare a lungo la
guerra e sperare ajulo del tempo; ma è nuda la
frontiera, è nudo il regno dal Tronto al Faro.
Le quali particolarità geografiche e politiche
spiegano alcuni casi della nostra recente istoria,
maravigliosi per le rozze menti : avvegnaché i
Napoletani, intrepidi al duello, arrischiati nelle
civili fazioni, mancarono nelle guerre ordinale
e proprie; e le stesse milizie, valorose in Ispa-
gna, in Alemagna, in Russia, sbigottiscono in
Italia, fuggono sul Garigliano e sul Tronto. Lo
che addiviene dall’ esser eglino solamente sol-
dati su la Dwina e sul Tago; ma in Italia faziosi,
alla frontiera ribelli; e non vi essendo possan-
za d’animo e di membra che basti a schivare
le ricerche della Polizia, le furie della tiranni-
de, succedono al sentimento della propria forza
il dubbio, il timore, la prudenza e la fuga. Quei
che temono la vergogna più che la prigione o i
patiboli, non fanno nerbo di esercito; virtù soli- ,
tarie e sventurate dopo lode fuggitiva vanno a
perdersi nelle sorti e nell’onta comune.
Digitized by Google
LIBRO SESTO — 1806 9
VI. Dalle cose discorse in questo capo derive-
rebbe che la società napoletana fosse nel i 8 o 5
rozza, e che le si convenissero costituzioni di go-
verno, piuttosto che libere, assolute. Ma per la op-
posta parte rammentando i prodigi di libertà
del 1799, gli uomini chiari di quel tempo, rab-
bassato papato, la già scossa feudalità, si crede-
rebbe il popolo già maturo a migliori destini.
Le quali opposte sentenze, ambo vere, ambo
fallaci, trovano spiegazione dal rillellere che il
buon regno divario, il regno migliore di Ferdi-
nando sino al 1790, il genio riformatore del pas-
sato secolo avevano portalo civiltà nei ministri
della monarchia e nei sapienti, ma civiltà di dot-
trine che non giunge alla coscienza del popolo.
Dopo il 1790 il re per lo spavento della rivo-
luzione di Francia, insospettito delle riforme di
stato, mutò pensiero e peggiorò il governo; ma
il popolo progrediva, e sebbene il re adoperasse
asprezze gravi contro i migliori, e molti ne mo-
rissero per guerre è condanne, pur la civiltà si
diffondeva, cresceva il bisogno dileggi migliori.
Non mai società è stata sconvolta quanto la na-
poletana ai primi anni del XIX secolo : il potere
del re illimitato, ma §enza scopo; nemmeno quel-
lo della tirannide perchè gliene mancava la forza;
i sapienti avviliti e senza speranza, nemmeno
nella servitù perchè disadatti all’ obbedienza e
non creduti; il ceto dei nobili disordifiato, in-
fermo, non spento; tal che non era nobiltà nè po-
polo: la fazione del 99 contumace alle leggi, ra-
pace, potentissima al distruggere, al creare im-
potente. Era perciò impossibile riordinare lo stato
IO LIBRO SESTO — 1806
con le proprie forze dei propri elementi; biso-
gnava nuovo re, nuovo regno, ed avvenimento
che per la sua grandezza sopisse le domestiche
brighe e desse scopo comune alle opere ed alle
speranze. ' •
CAPO SECONDO
Arrivo in Napoli dell’ esercito francese ; poi di Giuseppe
Baonaparte. Fatti varii di guerra e di regno.
VII. Fuggente per mare il re, la regina e la fa-
miglia, i principi Francesco e Leopoldo ritiran-
dosi coll’esercito per le Calabrie, una reggenza
in Napoli timida ed inesperta, il regno aperto
alle schiere nemiche, la città non difesa, i parti-
§ iani del re fuggitivi o nascosti, la plebaglia on-
eggiante tra l’ avidità delle rapine e ’ 1 timor del
castigo, gli onesti in arme a difesa della propria
vita ed a sostegno degli ordini della città : tal era
lo stato del regno ai primi di febbraio del 1806;
nel qual tempo cinquantamila Francesi, guidati
dal maresciallo Massena, conducevano al trono
Giuseppe Buonaparte col nome di luogotenente
dell’imperatore Napoleone. Quello esercito, supe-
rata senza contrasto la frontiera, avanzando per
le vie di Aquila, Ceperano e Fondi, intimò ar-
rendersi ai comandanti di Civitella, Pescara, Ca-
pua e Gaeta: che non però si arresero, benché le
consuete trascuratezze di guerra, e non so quali
speranze di pace, avessero ritardato i provvedi-
menti di assedio. Intanto l’esercito procedeva. La
città di Napoli aveva in quel tempo vergognoso
Digitized by
biso*
lento
itiche \
1 alle
eppe
la fa-
tiran-
genza
iperto
parti-
la on-
ir del
opria
al era
806;
lidati
rono
lente
.upe-
1 per
) ar-
>
bèk
quali
vedi*
a. La
doso
LIBRO SESTO — I80G II
privilegio, per far sicura sè stessa rassegnar le
chiavi al vincitore giunto in Aversa, e patteggiare
ignobile passeggierà quiete a prezzo di durevole
servitù. Perciò la paurosa reggenza concordò per
ambasciatori, come ho narrato nel precedente li-
bro, rimettere al nemico le fortezze, i castelli, i
luoghi fortificati trasgredendo il comando lascia-
tole dal re Ferdinando di non mai cedere (qua-
lunque fosse le estremità dei casi) le fortezze del
Regno. Dopo l’accordo Pescara e Capua furono
date ai Francesi; Civitella che per virtù del co-
mandante colonnello Woed ricusò di obbedire,
assediata pochi giorni, bloccala tre mesi, per estre-
ma piove rtà di vettovaglie si arrese, e fu da vinci-
citori smurata. Gaeta £i apprestò alle difese, per-
ciocché il principe di Philipstadt, che ne teneva
il governo, rispose alla reggenza eh egli disobbe-
diva al comando di lei, per comandi maggiori
e onor di guerra.
Vili. A’ 1 4 febbraio le prime schiere francesi occu-
parono la città, ma l’ ingresso preparato, magnifico
per suoni militari, vesti ed insegne, fu guasto da
stemperata pioggia. 11 qual temporale sforzò a tor-
nare nel porto sette navi, che il giorno innanzi
avevano sciolto per la Sicilia, cariche di ricchezze
e di persone, che per paurosa coscienza, o parti-
giani de’Borhoni, o timidi o in altro modo miseri
ed ambiziosi spatriavano. La mala fama di alcuni,
sventura di tutti, fece che la polizia avutili in po-
tere li chiudesse in carcere.
In quel giorno istesso il marchese \ anni morì
di volontaria morte. Egli di natali onesti, trista-
mente ambizioso, delatore nelle cause di stato, e
Digitized by Google
12 LIBRO SESTO — 1806 •
di poi barbaro inquisitore ed iniquo giudice, avcn*
do tratto dal male oprare potestà., titoli e doni,
poi abbandono e dispregio, bramò, allo avvici-
narsi dell' esercito francese, fuggire in Sicilia; e
perciò ricordando alla regina isuoi servigi, chiese
su le regie navi un ricovero da colei negatogli:
cosicché dolente della ingratitudine, tediato della
vita, aspettò che il nemico giugnesse in città,
scrisse il seguente foglio, e si uccise. « L’ingra-
>■> t Ululine di una corte perfida, l’avvicinamento
« di un nemico terribile, la mancanza di asilo,
r> mi han determinato a togliermi la vita, che or-
n maimi è dipeso. 11 mio esempio serva a render
r> saggi gli altri inquisitori di stato >•>. Onesti sen-
si che darebbero buona fama a chi gli scrisse,
se non venissero da disperato consiglio I
La descritta morte del Vanni, m invita a rife-
rire due altri casi. Guidobaldi (le cui nequizie
ho rammentato nel precedente libro), depresso
all’ entrar de’ Francesi, maltrattato, prigione, ot-
tenne in mercè di preghiere e per pietà di ca-
nuta vecchiezza vivere confinato in un piccolo
villaggio degli Abruzzi ch’era sua patria; ma non
ne aveva le dolcezze, perchè abbandonato sin
dall' infanzia; ed erano altrove famiglia, magione,
ricchezze, rimembranze di vita: poco tempo vi
dimorò come in carcere, e disperatamente morì.
Più tristo del Guidobaldi era stato nel 1799 il
ferocissimo Speciale. Viveva in Sicilia sua patria,
dispregiato; allorché da’ disordini della coscienza
turbato l’intelletto, divenne maniaco, furioso, sof-
frì tutti i dolori e le ingiurie di quel misero stalo:
morì, e tanto odio pubblico lo accompagnò nel
Digitized by Google
:e,aven«
e doni,
i mici- \
Sicilia; e
, chiese
itogli:
ito delia
n cittì,
L’iugra*
lamento
li asilo,
che or-
render
isti sen-
scrisse,
a rife-
eijnizie
"presso
ne, oi-
di ca-
jiccolo
aa non
lo sin
rione,
ipo vi
morì.
799 11
atria,
■ienz*
inf-
ilato:
i nel
LIBRO SESTO — 1806 13
sepolcro che i suoi congiunti vergognando, na-
scondevano il pianto e non osarono vestirsi a
bruno. I cieli han messo sulla terra due giudici
presenti delle umane azioni, la coscienza e la
istoria. . ' * .
IX. U dì i5 dello stesso febbraio, entrato in
Napoli Giuseppe Buonaparte ebbe pubblica rive-
renza, quale convenivasi a luogotenente di mo-
narca potentissimo ed a principe che la fama di-
vulgava re di quel regno. Ed oltre all’ obbedienza
ed alle officiosità di magistrati, .prescritte dalla
reggenza , egli ottenne dal popolo accoglienze
grandi e volontarie, che derivavano non da gra-
titudine perchè lui nuovo, nè da speranze perchè
conquistatore, ma dagl’incanti della fortuna e
della potenza. Andò ad abitare la reggia, tutto re
fuorché del nome, chiamandosi negli editti prin-
cipe francese, grande elettore dell’Impero, luo-
gotenente dell’imperatore, comandante in capo
T armata di Napoli.
Primo editto fu il proclama dell’imperatore
Buonaparte, che dal campo di Schónbrunn, al-
tiero per vittoria, caldo di vendetta, diceva : « Sol-
n dati. In dieci anni io tutto ho fatto per serbare
« il re di Napoli, egli tutto ha fatto per perdersi.
« Dopo le battaglie di Dego, di Mondo vi, di
» Lodi, egli non poteva oppormi che debolissima
» resistenza : io confidando nelle sue promesse gli,
>» fui generoso. ■ ' ... .
«Sia seconda confederazione contro la Francia
« fu rotta in Marengo; il re di Napoli, che prima
« avea mossa quella ingiusta guerra, rimasto sen*
« za alleati e senza difese, abbandonato ne v trat-
■jy
Digitized by Googte
s
14 ' LIBRO SESTO — 1806
r> tati di Lunevillc, mi si raccomandò benché ne-
r> mico, ed io gli perdonai la seconda volta.
r> Son pochi mesi appena, stando voi alle porte
» di Napoli io, che sospettava nuovi tradimenti
>•> di quella corte, potea prevenirli vendicando gli
>•> antichi ; ma fui generoso, riconobbi la neutra-
>•> lità di Napoli ; v’imposi di sgomberare quel re-
» gno, e per la terza volta la casa de’ Borboni fu
» confermata sul trono e salvata.
r> Perdoneremo la quarta volta? Confideremo
« di nuovo in mia corte senza fede, senza onore,
» senza senno? No, no! La casa di Napoli ha ces-
» sato di regnare; la sua esistenza è incompatibile
>■> col riposo di Europa e con l’ onore della mia
r> corona.
» Soldati, marciate, subissate ne’flutti, se avran-
« no r animo di attendervi, i deboli battaglioni
de’ tiranni de’ mari. Dimostrate al mondo in qual
» modo noi puniamo le spergiurate fedi. AfFret-
» tatevi ad avvisarmi che tutta Italia è governata
>» da leggi mie o de’ miei collegati; che il paese
» più belio della terra è alfin libero del giogo im-
n postogli da’più perfidi degli uomini; che la san-
» tità de trattati è vendicata, e . sono placate le
» ombre de’ valorosi miei soldati, reduci dall’E-
» gitto, scampati da’ pericoli del mare, de’ deserti,
» delle battaglie, trucidati empiamente ne’ porti
« della Sicilia.
Soldati, mio fratello è con voi, depositario
>■> de’ miei pensieri e della mia autorità: io fido in
» lui, fidateci voi jj.
Lo stile del foglio e la potenza di chi lo scrisse
rassicuravano i Napoletani contro le borboniche
vendette ricordate dal 99.
Digitized by Googlq
cbè ne-
ta.
le porte
limenti
ndo gli
neutra-
pel re-
boni fri
leremo
onore,
ba ces-
atibile
la mia
aran-
cioni
nqual
Vffret-
3rnata
paese
pira-
a san-
ate le
di’JS-
serti,
porti
itario
lo in
risse
icbe
LIBRO SESTO — 1806 ’ 15
X. Prima cura del principe Giuseppe fu il per-
seguire 1 esercito borbonico che ritiravasi per le
Calabrie; imperciocché avendo facilmente occu-
pate le isole di Capri, Procida ed Ischia, molti
castelli, e tutte le fortezze, fuorché Gaeta, seinbra-
vagli che poco altro gli abbisognasse per cacciare
affatto dal Regno la bandiera dell’ antico dominio
e compiere la conquista. Diecimila Francesi co-
mandati dal generai Regnier inseguivano quat-
tordicimila napoletani, obbedienti al generai Da-
mas, co’ quali stavano i principi reali Francesco
e Leopoldo, a danno più che a vantaggio della
guerra; essendo i principi e i re, se combattenti,
giovevole esempio agli eserciti, ma intoppo e sco-
ramento se ognora lontani dalle fatiche e dai
pericoli. I Napoletani attendarono a Campotanese,
vasta pianura in mezzo a’ monti, alla quale sono
ingresso ed uscita due valli malagevoli e lunghe.
I popoli della Calabria erano allora schivi all'in-
vito di parteggiare per i Borboni; e qual fosse in
quel tempo l’esercito napoletano. I lio discorso
nelle precedenti pagine.
L’oste francese, che aveva rotto in Campestri-
no e Lagonegro poche schiere guidate dal colon-
nello Sciarpa, scacciò da Rotonda uno squadrone
napoletano, messo a vedetta i fuggiaschi avvisa-
rono le schiere di Campotanese levarsi in arme.
Le quali ordinate in due linee, mentre intende-
vano a difendere la stretta, videro sopra i monti
(mal guardati perchè creduti inaccessibili) discen-
dere i Francesi rapidamente verso il piano; inti-
morirono , si scomposero , e viepiù il nemico
appressandosi e cominciando il fuoco, si ritira-
Digitized by Google
16
LIBRO SESTO — 1806
vano confusamente. Ma la strettezza del luogo,
i carreggi, la calca ingombrando l’uscita, perchè
salvaronsi alla spicciolata, pochi morirono, l’e-
soggettarono tutte quelle terre, fuorché Maratea,
Amantea e Scilla, forti di mura e di armi.
XI. Mentre l'esercito combatteva in Calabria,
Giuseppe in Xapoli ordinava il governo. Prescris-
se che durassero le antiche leggi, gli oflizii, gli
ofliziali; e promettendo migliorar lo stato senza
scossa dissipò i sospetti, blandì i dolori, svegliò
le speranze e le ambizioni. In quel tempo mede-
simo compose il novello ministero di sei ministri,
quattro napoletani, due francesi; e de’primi, tre
nobili, commendator Pignatelli, principe di Bi-
signano, duca di Cassano; e’1 quarto, magistrato,
Michelangelo Cianciulli, tutti onesti per lama ed
opere, non mai seguaci di troppo libere dottrine,
sempre amanti di monarchia; de due francesi,
Miotj ministro per la guerra, aveva rinomanza di
moderato; Saliceti, ministro per la polizia, di gia-
cobino. I patriolti non favoriti ne’ primi impieghi,
mormoravano; ma Saliceti con le promesse e con
la pompa della sua potenza gli acchetò.
Si formò un reggimento di fanti ed appresso al-
tri tre: e basti averlo accennato in questo libro,
riserbandomi di trattar le cose militari de' due
re francesi nel regno di Gioacchino, -essendone
quello il luogo istorico. Si ordinò la Polizia: delle
facoltà del ministro, quella di arrestare e ritenere
raccogliendosi ne’ porti e nelle spiagge dell’ ulti-
ma Calabria, imbarcarono per Sicilia. I Francesi
□igitized by
LIBllO SESTO — 1806 17
nelle prigioni, per prudenza di alta polizia, le per-
sone accusale di delitti di stato, faceva offesa alla
giustizia; spavento alla innocenza;, ed era asprez-
za di governo nuovo, necessaria forse, ma terri-
bile. Provvedendo agli offizii vacanti prevalsero
nella scelta de’ giudiziari ed amministrativi, i ser-
vigi prestati innanzi allo stato; di quei di polizia
le libere opinioni ed i patimenti sotto il passato
re : ina per tutti si voleva buona fama ed one-
sta vita.
XII. Giuseppe andò a visitare le conquistate Ca-
labrie, e da quei popoli ebbe applauso di obbe-
dienza non di affetto; perciocché il merito di lui
non era da moltitudine, mancandogli grandezza
di persona, viso audace, e dir sicuro, alto e fa-
condo. Lui assente, i ministri lasciati al governo
della città diedero destino a’ militari fatti prigioni
in Cainpotanese ed in altre parti del regno, de-
cretando: libertà a chi giurò fede al novello go-
verno, premii a’ traditori, prigionia a’ pochi rima-
sti saldi al giuramento, giudizio per il solo gene-
rai Rodio. Rodio nel 1799 parteggiò, come dissi,
per i Borboni negli sconvolgimenti civili degli
Abruzzi, e, fortunato, guadagnò regio favore, lar-
ghi doni e grado di brigadiere nei regali eserciti;
. ma lordò il nome con le infamie dell’ anarchia.
Quando poi nel 1804 l e armi francesi, a castigo
del re Ferdinando ed a sicurtà di sua fede, te-
nevano gli Abruzzi e le Pqglie, Rodio, detto dal
governo commissario civile in quelle province,
servì con zelo, impedì molti danni, contrastò le
rapaci voglie degli occupatori, e, come è costume
de potenti, gli ebbe nemici. La primitiva sua mala
CoLMXTA, T. III. 2
18
LIBRO SESTO — 1806
fama e le recenti nimicizie furono motivi al pro-
cesso.
Motivi, non colpe. Onde a pretesto accusato di
aver sommosso i popoli alle spalle dell’esercito
francese, una commissione militare, che fu la pri-
ma nel Regno, tribunale terribile, inappellabile,
lo dichiarò innocente ; ma certi Francesi nemici
a lui più superbi, e per nazionale vergogna due
Napoletani ai grado e nome, fingendo non so
quale pericolo di stato, indussero il governo a
sottoporre Rodio a novello giudizio. La seconda
commissione lo dannò a morte, e per fino il modo
del morire fu acerbo essendo stato archibugiato
alle spalle. Così quel misero in dieci ore fu giu-
dicato due volte, assoluto e condannato, libero
e spento; ed aveva moglie, figliuoli, servigi e fa-
ma. La immanità spiacque a tutti, fu grande ed
universale il terrore.
Ed indi a poco peggiorarono le nostre sorti.
L’isola di Capri, mal guardata, fu dopo debole
contrasto espugnata dagl’ Inglesi, facendo prigioni
i soldati che la guarnivano, ed uccidendo per
castigo o mettendo in carcere quegl’isolani che,
incauti, seguirono le parti francesi; l’isola fortifi-
cata e munita di numerosi presidii, divenuta ri-
covero di briganti, fucina e centro di politiche
trame, venne governata dal colonnello Lowe, lo
stesso che anni dopo fu rigido custode di Buo-
naparte in Sant’ Elena.L’ altra isola detta di Ponza
fu in quel tempo medesimo presidiata di Siciliani
rètti dal principe di Canosa, che, nuovo allora,
andò subitamente diffamato per opere pessime.
Gaeta, afforzata di nuovi presidii minaccciava il
LIBRO SESTO — 1806 19
• •
campo francese. Gli -altri forti della Calabria,
non ancora ceduti, ricoveravano Borboniani in
gran numero per restarvi a difesa o per uscirne
a campeggiare e distruggere le terre possedute
dal nemico. La regina di Sicilia mandava nel Re-
gno i campioni più conti del gg. £ tante faci di
civili discordie si facevano inccndii a cagione dei
corrotti costumi del popolo, de mali inerenti alla
conquista, de’ vizi de conquistatori.
XIII. Così sconvolto era il reame quando Giu-
seppe fu nominato re delle due Sicilie. 11 decre-
to deir imperatore Napoleone, dato da Parigi
il 3 o marzo 1806, diceva: che egli, fatto per
legittimo diritto di conquista signore de’ reami
di Napoli e di Sicilia, vi nominava re Giuseppe
Napoleone suo fratello. Indi regolava la discen-
denza, sei’bava nel territorio napoletano sei grandi
feudi dell’Impero, e nella finanza un milione di
franchi (ducati duecentoquarantamila) di entrata
annuale per gratificarne i più. meritevoli dell’eser-
cito, manteneva a Giuseppe il diritto di successione
al trono di Francia, dichiarava la corona delle due
Sicilie sempre divisa dalla francese e dalla italica.
Giuseppe, avuto quel decreto in Reggio, luogo
estremo delle Calabrie, volse frettoloso verso Na-
poli, e vi giunse agli 1 1 di maggio con corteggio
di re, pomposo per gran lusso e per le fogge ma-
gnifiche di tre senatori francesi venuti ad amba-
sciata per riverire in nome del senato di Francia
il nuovo monarca. Ma il popolo a tante apparenze
di grandezza restò muto, perchè il nome regio
niente aggiungeva alla già nota possanza, e le do-
mestiche torbidezze offuscavano lo splendore e
minacciavano la sicurezza del trono.
20 LIBRO SESTO — 1806
XIV. Non bastando le schiere francesi a man-
tenere le terre occupate, debellar le nemiche,
sedare i tumulti e le ribellioni, respingere gli
assalti degl’inglesi e del re di Sicilia, intese il
governo di Napoli ad accrescere la forza dell’ armi
per fatica e per senno. Divise l’ esercito in tre
squadre. Presidiar con l’una le fortezze, la città,
i luoghi maggiori del Regno; correre con l’altra
le province, stringere con la terza gli assedii;
mostrar la Polizia vigilante, arbitraria, severa,
potentissima; far buone leggi, promettere futura
prosperità, giovare i partigiani suoi e ingrandirne
il numero; tali furono i provvedimenti di stato.
L’assedio di Gaeta lentamente avanzava, do-
vendo gli assalitori coprirsi dalle offese dei ba-
stioni e delle navi che scorrendo lungo il lilo
battevano di fianco il campo e gli approcci. E
nella fortezza cresceva il numero de’ soldati, ab-
bondavano le provvigioni di guerra e di alimento,
si scambiavano con nuove schiere le affaticate o
inferme, era la ritirata sicura sopra i vascelli; e
perciò quel presidio non pativa i travagli ordi-
nari degli assedii che sono scarsezza di vitto e di
riposo, trascuranza di salute e di vita. Aggiungeva
forza a quelle genti il saldo ingegno ed il valore
del principe di Philipstadt supremo nella fortez-
za; c se all'animo di guerra era uguale il sapere,
più lunghe e mortali sarieno state le fatiche de-
gli oppugnatori.
Le squadre francesi percorrendo le ribellate o
ribellanti province, portavano guerra, danni e
terrore; tanto più che i partigiani del novello
stato mossi da zelo e talvolta da malvage pas-
Digitized by
LIBRO SESTO — 1806
•21
stoni , denunziando i fazionari della contraria
parte, ne producevano l’esterminio. La schiera
che dovea soggettare la Calabria ebbe carico di
espugnar Mar atea, città murata, che in quel tem-
po racchiudeva grande numero di Borboniani,
ivi accolli perchè il luogo alpestre fusse ajuto
«Ielle armi e facile la ritirata sopra le navi nel
sottoposto mare di Policasta). Ma non ristando
perciò dagli assalti l' abile condottiero de Fran-
cesi, generale Laniarque, tre giorni combatterono,
questi con maggior arte ed ordini, quegli con.
maggior numero, gli uni e gli altri con valore
uguale. Più volte la vittoria ondeggiò, sì che i
Borboniani il primo giorno furono in procinto
di abbandonare la città, i Francesi nel secondo
di levare il campo; ma nel terzo la discordia, fa-
cile ad accendersi fra popolari adunanze, trasse
gli assediati chi a fuggire, chi a ripararsi sulle
navi, chi a chiudersi nella cittadella. Presa la città
e messa a sacco, arresa la cittadella nel seguente
giorno, furono le morti numerose e crudeli; tanto
guasto essendo il costume del secolo che le pra-
tiche di umanità serbate in guerra, non si credono
dovute a popoli armati, benché fossero quelle
armi sacre e legittime.
Disfatta Maratea e 'lasciata alle sue miserie, i
Francesi avanzando nella Calabria, soggettando
tutte le terre sino a Cosenza, cinsero di assedio
Amantea. Ma tanta nemicizia scoppiò contr’ essi
ne’ popoli, che al primo apparire di quelle armi
i cittadini disertavano le città, i contadini le ville,
e girando per sentieri nascosti si adunavano ar-
mati alle spalle della colonna a fin di combattere
22 LIBRO SESTO — 1806
le ultime file ed opprimere quei soldati che stan-
chi o infermi se ne scostavano. Saputi dal re di
Sicilia quei moti, compose schiera di partigiani
e soldati che disbarcando presso a Reggio espu-
gnarono la città, strinsero di assedio Scilla, datasi
mesi prima senza contrasto a’ Francesi, e prose-
f uivano circondati dalla foga del popolo verso
lonteleone. Mentre il generale Steward, uscito
dai porti della Sicilia con seimila fanti e cavalieri
inglesi, fornito di abbondanti artiglierie di ma-
rina, ajutalo dalle ciurme, scese nel golfo di San-
t’Eufemia presso a Nicastro, e poco innanzi alla
riva pose il campo fortificato con potenti e co-
perte batterìe eli cannoni, ed avendo provvisto
per le avversità di fortuna il ritorno alle navi. Ma
non moveva per non perdere i vantaggi del luogo,
e perchè bastava il grido a più concitare quelle
genti contro i Francesi.
Il generale Regnicr, comandante nelle Calabrie,
vedendo il doppio assalto di Siciliani e d’inglesi,
raccolse i suoi (seimila soldati) e gli accampò in
Maida, lungi sette miglia dalle tende nemiche,
in luogo eminente e munito. Ma le genti sollevate
intorno al campo predavano tuttodì le vettovaglie,
uccidevano i soldati smarriti, peggioravano le
condizioni di vita e di sicurezza; e l’oste inglese
messa su le arene infuocate di quel lito deserto,
percossa nel giorno da’ raggi cocentissimi del sol
di luglio, respirando nella notte l’ aure insalubri
de’ vicini paludi, languiva, infermava, era in
procinto di abbandonar l’impresa. Quando Re-
gnier, avido di vendetta, assaltò il campo; egli
che iu Egitto combattendo contro Steward fu
sventurato, sperava ristoro di fortuna in Calabria.
d by Google
LIBRO SESTO — 1806 23
Ordinale le schiere in duelinee, marciò paral-
lelamente all’ ordine di battaglia degl’inglési, for-
mati e fermi innanzi al campo, volendo (ei diceva)
sospingerli nel mare confusamente si che a loro
mancasse 1 ajuto delle navi. Ma queste, vedendo a
poca distanza gli assalitori e tollerandone la prime
offese, smascherarono le batterìe e cominciarono
fuoco vivissimo di cannoni e archibugi. La prima
linea liancese fu dalle troppe morti disordinata,
sì che un sol reggimento, ed era svizzero, perdè
in pochi istanti mille e tredici soldati. Regnier
rinnovando la battaglia, comandò il passaggio di
linea , e che la cavallerìa assaltasse le formidabili
batterìe ; ma nè queste furono prese, nè la seconda
pruova fu della prima più avventurosa. In menu
di due ore le perdite francesi erano così grandi
che il generale fece suonare a raccolta, e ridusse
quattromila uomini appena sopra i monti di Ki-
castroe Tiriolo, serbando il possesso di Catanzaro
ed aperto il cammino verso Cosenza. D’altra parte
il generale Steward non inseguì l’esercito fuggi-
tivo, ma traversando la estrema Calabria, conci-
tando i popoli, lasciando presidii di luogo in
luogo, afforzando 1 assedio di Scilla, tornò in
Messina colla maggior parte delle sue genti, su-
perbo del secondo trionfo sopra Regnier.
XV- Le quali cose aggiungevano animo a’ ne-
mici del governo, ed al governo sdegno e so-
spetto. Fatta potentissima la Polizia, sursero in
gran numero spiatori e delatori delle opere e dei
pensieri altrui, e lo infame mestiero coprendosi
dell amore e zelo di patria seduceva per fin gli
onesti^ come nella opposta parte le immunità elei
%
24 LIBRO SESTO — 1806
brigantaggio si onoravano del nome di fedeltà
per lo antico re. E così vizi e delitti, prendendo
della virtù il linguaggio e l’aspetto, divenivano
irreparabili, ed erano, come che turpissimi, dalle
proprie sètte ammirati.
Piene le prigioni di colpevoli e d’infelici, le
commissioni militari non bastavano al tristo uffi-
zio di giudicarli; le morti per condanne o co-
mando non erano numerate nè numerabili; i
modi del giustiziare varii , nuovi, terribili; e quasi
non bastassero l’archibugio, la mannaia, il cape-
stro, in Monteleone, città capo di provincia, fu
appeso al muro uomo vivente e fatto morire la-
pidato dal popolo; ed in Lagonegro, non piccola
città di Basilicata, io viddiun misero conficcato al
palo con barbarie ottomana. Non erano prescritte
dal governo quelle morti, ma tra gli abusi d’ im-
pero e la estrema servitù de vinti, il giudizio e la
fantasia degli agenti regii avevano potenza di
legge. E difatti quel martirio di palo fu coman-
dato da un colonnello francese ch’era stato in
Turchia viaggiatore o prigioniero.
Facendo pericolo il gran numero de’ carcerati,
che spesso rompendo le catene uscivano feroci
ed animati da vendetta e disperazione, la Polizia
se ne sgravava in due modi: o col pretesto di tra-
durli ad altro carcere, facendoli uccidere tra via;
0 mandandogli prigioni in Compiano, Fenestrel-
le ed altre più remote fortezze della Francia. Al
primo modo immolaronsi i più oscuri, al secondo
1 più diffamali, come Dueccc, Brandi, Palmieri,
e parecchi altri. 11 popolo per questi si allegrava;
appresso crescendo l’arbitrio, rele
ma poco appresso
legan-
libro sèsto — tsoe 25
dosi i meno tristi, i meno rei, poi gl’innocenti,
la stolta pubblica gioia si cambiò in terrore.
Ma ristoriamo 1 animo col racconto (li savie
leggi e di benefiche instituzioni; dovendo spesso,
a mio mal grado, ritornare al subbietto del bri-
gantaggio, che, spento non prima dell’anno 1810,
lordò tutto il regno di Giuseppe, e non poca parte
del regno di Gioacchino.
CAPO TERZO
. - r • -
Riordinamento del ministero e delle amministrazioni. >
Nuove discordie civili. Fatti di guerra.
• ' ' . - ■ . . ,
XVI. Furono riordinati i ministeri: quello degli
affari stranieri, inutile finché durano i moti della
conquista, fu indi a poco affidato al marchese del
Gallo pur ora ambasciatore del re Ferdinando
presso l’imperatore de’ Francesi. 11 qual rapido
potenza, da falli dell antico re, da segni di telici ta
che trasparivano in quel nuovo stato, dal proprio
comodo e della incostanza del secolo. Il mini-
stero dell’interno ebbe carico di quella parte di
economia civile che racchiude l’amministrazio-
ne delle comunità e delle province, le arti, le
scienze, le fondazioni di pietà ed utilità pubblica.
Dipoi, regolate con nuove leggi le amministra-
zioni, fu meglio il regno diriso in province, di-
stretti e comunità: un capo amministratore, ehe
chiamarono intendente (abolito il prèside), atten-
deva alla provincia, il sotto-intendente al distretto.
Digitized by Google
26 LIBBO SESTO — 1806
il sindaco al municipio. Un consiglio comunale,
detto Deeurionato, fissava i bisogni, le spese, le
entrate; eleggeva gl’ impiegati municipali durabili
un anno; vegliava cbe non mancassero a’ loro de-
biti; li giudicava dopo l’ uffizio. Questa rappresen-
tanza della comunità componevasi, secondo il
numero degli abitanti, di dicci a trenta, scelti a
sorte fra i possidenti, di età maggiore di ventun
anni, rinnovandone in ogni anno la quarta parte.
Ciò cbe il Deeurionato .per la comunità, era il
consiglio distrettuale per il distretto, il provin-
ciale per la provincia : dieci membri componeva-
no il primo, venti il secondo; gli uni e gli altri
proposti in maggior numero da’ decurionati tra i
possidenti del distretto e della provincia, ed eletti
dal re, cbe vi aggiungeva un presidente preso
fra i più ricchi e nobili del regno. Quei consigli
adunati in ogni anno, il distrettuale per quindici
f iorni, il provinciale per venti, giudicavano i conti
el sotto-intendente e dell’intendente, distribui-
vano le imposte regie fra distretti e cornimi, si
richiamavano de’ mali pubblici, e poi palesando
i possibili miglioramenti, le speranze e i voti dei
popoli, inferivano direttamente al governo. L’in-
tendente, maggiore di tutti nella provincia, era
negli ultimi giorni dell’anno sindacato da’ suoi
soggetti, e censurato se manchevole, ed accusato
se ingiusto, vicenda in cui risiede la civil libertà.
XVII. Concentrate nell’autorità del governo le
amministrazioni delle province, dovea darsi un
consiglio allo stalo, e fu dato. Era composto di
treniasei consiglieri, un segretario, otto relatori,
un numero indefinito di auditori, un vice-presi-
LIBRO SESTO — 1806 27
dente , un presidente, il re: dava sopra ogni legge
parere segreto per giuramento e statuto. Chi guar-
dasse alle condizioni di quel consiglio lo direbbe
S arte della potestà regia ; e chi alle occorrenze
e’ tempi, instituzione libera e popolare. Senato
al certo consultivo, ma in presenza del re, a rin-
contro de’ ministri, di opposizione o almeno di
ritegno al voler cieco del potere. Il re ne creava
i membri; ma re nuovo dovea sceglierli fra i me-
ritevoli, che erano gli onesti per fama e i sapienti.
Segreto il voto; ma poiché cinquanta i presenti,
non mancava il benefizio della pubblicità, che
non risiede negli usci spalancati alla plebe, ma
nel giudizio sempre retto delle moltitudini e quin-
di nel bisogno, per trarre dal discorso laude e
consentimento* del dir vero e giusto.
Ed ol tracio (il nostro orgoglio non se ne of-
fenda) non eravamo allora bastanti a più libere
instituzioni; cbè si vogliono costume non leggi
per far libero un popolo; nè la libertà procede
per salti di rivoluzione, ma per gradi di civiltà;
ed è saggio il legislatore che spiana il cammino
a’ progressi, non quegli che spinge la società verso
un bene ideale, cui non sono eguali le concezioni
della mente, i desiderii del cuore, gli abiti della
vita. Confessiamolo e speriamo; poco si addice e
poco basta a noi molti Italiani, troppo civili o non
civili abbastanza per le imprese di libertà.
L’orditura del sistema amministrativo che ho
descritto jera imitata dalle più libere umane as-
sociazioni, la Grecia, Roma repubblica, Roma
impero sotto Nerva e Trajano. Dipoi Costantino
per avarizia e stoltezza tolse alle comunità l’eco-
■w
28 LIBRO SESTO — I80G
nomia di sè slesse; e suo figlio sparli i beni co-
muni tra’l fisco c’1 clero. Riparò Giuliano a quelle
ingiustizie, Yalentiniano le ravvivò, Teodosio le
spense di nuovo: la libertà dell’amministrazione
camminava con le libertà politiche. In Francia,
in Alemagna, in Inghilterra, in Italia, i comuni
ritornarono liberi nell' undicesimo secolo : Napoli
molto innanzi aveva un consiglio municipale. Ma
la mortifera pianta della feudalità coprì il mondo,
ogni libertà fu distrutta; il rialzarsi di qualche
città, la benignità di qualche principe, erano ec-
cezioni alle regole di servitù, breve respiro nella
vita de’ popoli.
LTnghillerra, prima in Europa, dipoi a nostri
tempi la Francia, con l’acquisto delle libertà po-
litiche resero l’amministrazione a’ comuni. La Co-
stituente francese fece ancor troppo, dando alle
libertà municipali tante soperchie guarentigie che
le furono catene; ed isprecando per i bisogni e i
disordini della rivoluzione i beni delle comunità.
Succedè F Impero : Buonaparle volendo prospera
la F rancia le dava giovevoli instituzioni, ma coi
modi del dispotismo; perocché questo è il difetto
( se pur difetto ) delle menti eccelse. Alle troppe
regole della Costituente unito il troppo vigor del-
F Impero, sursero ordinanze severe, severamente
osservate : minacciato il consiglierò clic rifiutasse
di sedere a’ consigli, sospetto il cittadino che ri-
nunziasse alcuna carica del comune, tutti gli uf-
fizi i di libertà esercitati con pazienza servile; la
bontà del sistema scomparve. Si aggiunse che ad-
dossando alcune spese del tesoro pubblico al pa-
trimonio delle comunità, F amministrazione, di-
/
m
LIBRO SESTO — 180G • 29
venuta fiscale, scambiò l’indole; i dazi comunali
non più si pagavano cpietamente come lo spen-
dere per la famiglia, ma di mal cuore cornei tri-
buti «el fisco. Tal quale era Y amministrazione in
Francia fu trapiantata nel reame di Napoli.
XVIII. Ed in quel tempo istesso altro giovamento
si fece al Regno, componendo le guardie provin-
ciali nelle provincie, le civiche nelle città, e dando
a’ cittadini armi e potere. Per ogni provincia una
legione divisa per distretti e comunità; nella sola
città di Napoli sei reggimenti; il servizio gratuito
a sostegno degli ordini interni; legionari i possi-
denti di beni, o d’industrie, o d’ impieghi; la
sceltaloro dalle autoritàmunicfpali, la dipendenza
dalle civili, la nomina dal re. Furono queste le
basi della milizia interna, forza de’ governi che
hanno co’ popoli interessi comuni, pericolo dei
contrarii.
Ma l’ avversione de’ Napoletani alle armi, il so-
spetto che dalle milizie civili si coscrivesse 1 eser-
cito, i pericoli del servire attesoché i briganti
erano molti ed audaci, ed infine il non aver ben
sentito il genio salutare di quella instiluzione, fu-
rono cagioni di popolare scontentezza e ritegno.
Restò la legge rotta di effetto; ma di poi migliore
senno e’1 bisogno di opporsi a’ guasti sempremai
crescenti del brigantaggio poterono più del co-
mando; e a poco a poco quelle milizie forma vansi,
benché deboli e disperse, essendo riserbato al
succedente regno d’ingrandire e compiere opera
tanto generosa e cittadina. Le menti più sagge
godevano al vedere il vincitore armare i vinti, e
1 amor di conquista confondere con l’amor di
patria.
J
Coogle
30 - * LIBRO SESTO — 1800
XIX. Vasta pianura, una volta fondo del mare,
quindi alzata per chiare e terre scese da’ monti
con lo scorrere de’ torrenti, abbandonata perciò
dalle acque marine, e col passar de’ secoli coperta
d’alberi e di città , è ciuella parte di Capitanata cbe
chiamano Tavoliere; lunga settanta miglia, varia-
mente larga. Il clima vi è temperato, e l’erba e
l’acqua abbondante, sì cbe nel verno le minute
greggi trovano pastura nel Tavolierecome in estate
su i monti.
Sin da remotissimo tempo, cbe sarebbe fuggito
dalla memoria degli uomini se Yarrone noi ricor-
dasse ne libri suoi, quel terreno, destinato a pa-
scolo, produceva ricco tributo allo stato. Col va-
riar de regni andò parte d’esso venduta o data
in dono nel dominio de’ baroni e de’ preti; ma
nel XV secolo Alfonso I di Aragona la richiamò
al fisco per contratti perpetui, e così le cose re-
starono sino a noi. Erano i pascoli naturali, va-
f anti le greggi, gravi le taglie, ingannevoli i modi
e’ tributari e della finanza; e sì che facea mara-
viglia vedere la pastorizia di barbara nascente so-
cietà serbarsi fino a’ nostri tempi; e le pratiche
de’ pubblicani aver rigore al XIX secolo , nella
patria, e non ha guari sotto gli occhi del Palmieri,
del Galiani, del Filangieri espositori più volte ,
non mai graditi, de’ mali del Tavoliere e de’ri-
mediL
Una legge di Giuseppe diede a censo perpetuo
quelle terre, preferendo i Locali (così chiamavano
gli antichi fittaiuoli); ma vietando i troppo grandi
acquisti, sciogliendo le servitù, facendo libere le
proprietà, rivocando la dogana, la doganella, i
LIBRO SESTO — 1806 31
cavallari, 1 guardiani; vincoli antichi e danni con-
tinui di quella industria. E così, divenuti padroni
i censuari, ristretti i pascoli a’ soli bisogni, col-
tivate le residue terre a piante fruttifere, intro-
dotta, per la via certa degl’ interessi, la coltiva-
zione de’ prati, arricchì la finanza, prosperò l’a-
gricoltura, migliorarono le sorti de’ pastori, le
condizioni delle greggi: e nel tempo stesso per
gratuite concessioni di non pochi terreni a’ più
miseri cittadini, la povertà fu sollevata, e sursero
novelli possidenti; prudenza di governo nuovo e
pubblica utilità dove ancora rozze sono le indu-
strie.
XX. Mentre buone leggi promettevano al regno
futura felicità, molti mali presentilo affliggevano.
Il generai Regnier, vinto in Santa Eufemia, tra-
vagliatosopraimonti di T irido, sentendo la prima
Calabria sollevata in armi, raccolse le schiere in
Cosenza, ed unendole alle altre poche del generai
Verdier, proseguì lentamente a ritirarsi verso Ba-
silicata. Così Amantea. guardata da’Borboniani, fu
liberata di assedio; Scilla, che i Borboniani asse-
diavano, più stretta e disperata di ajuto; Cotrone
ceduto agli Anglo-Siculi; tutte le Calabrie perdute
da’ Francesi. Per lo esempio e fortuna de’ Cala-
bresi incitati a guerra, ipopoli delle altre provin-
ce, la Basilicata, i due Principati e Molise formi-
cavano di bande borboniche; la Terra di Lavoro
era sommossa da Fra Diavolo, gli Abruzzi dal
Piccioli, le Puglie dalle navi nemiche scorrenti
l’Ionio e l’Adriatico; la stessa Napoli tollerava
gli oltraggi delle artiglierie di mare siciliane ed
inglesi. . • '
32 LIBRO SESTO — 1 80(5
Le congiure continue: molti ufGziali , <lopo
giurata fede a Giuseppe, disertando in vani modi, <
accrescevano le forze del nemico in Gaeta ed al-
trove; le pratiche col governatore di Capri e col
principe di Canosa erano attivissime; il magistrato
Vecchioni, consigliere distalo di Giuseppe, con-
spirava con altri tristi a rovina del governo; so-
pra di un tal Gueriglia, capo di briganti fatto pri-
gione, fu trovato un foglio che diceva: « Farete
,, sollevare nel regno di Napoli tutti i vostri par-
,5 tigiani, ecciterete il paese a tumulto, segnerete
„ le case da bruciare, i ribelli da uccidere ». Ed
il foglio era firmato (incredibile a dirsi) da Sidney
Smith. Come dall'altra parte gli amici del governo
e ministri della polizia, più vigili e audaci, oppri-
mevano i Borboniani; e dal vicendevole sdegno
derivavano molte morti per condanne o vendette,
utili e cieche, a danno di nocivi e d innocenti.
E l’esercito francese di giorno m giorno me-
nomava, più per travagli che per ferro; avvegna-
ché l’eccessivo calore della estate, 1 aer mal sano,
il vivere disordinato, erano cagione di malattie e
mortalità. Così nell’Europa moderna vedendo co-
me i popoli possano far guerra agli eserciti ordi-
nati, la Spagna ed altre genti imitarono 1 esem-
pio; e sebbene fin d’oggi a sostegno di servitù e
di errori, verri tempo che gl imparati modi sa-
ranno usati per migliori cause Era giunto a tale
lo stato dell’esercito che nel Consiglio del re tu
posto ad esame, se ormai bisognasse adunar e
schiere in luogo munito degli Abruzzi, ed aspe -
ar soccorso dalla Francia o dal tempo. U re pie-
gando al più debole partito. Saliceti al piu forte.
Digitized by Goog fc’
LIBRO SESTO — 1806 33
fu deciso die doppiando mezzi e fatiche di guerra
si accelerasse la resa di Gaeta ;. onde valersi nelle
ribellate province di quattordici mila soldati, op-
pugnatori di quella fortezza, e che subitovifusse
spedito il maresciallo Massena, del quale la fama
e r ingegno apportassero ajuto ed animo a’ suoi,
danno e sgomento al nemico.
XXI. Altro ajuto benché lontano avevano gli
assediatori di Gaeta. 11 forte di Scilla, come ho
detto innanzi, presidiato da Francesi, stringevano
Inglesi e Siciliani a’ quali era prescritto di recarsi
(reso appena il forte) in Gaeta, per accrescerne
la guarnigione; ma Scilla faceva mirabile resi-
stenza. Piccolo castello, un dì palagio baronale,
fortificato in varii tempi e modi, con poche arti-
glierie, duecento uomini di presidio, e non avendo
altra maggiore difesa che il luogo, punto sino al-
lora ignoto nella storia dell’ armi, contribuì alle
fortune dell’ esercito e del conquisto francese. Da
che apprendano i militari a non giudicar lieve
della importanza de’ luoghi forti; e figgere in
mente essere una la legge, uno il debito degli
assediati: non cedere che alla estremità di forza
o di fame. Ma quel castello alfin cadde il dì 1 6 di
luglio del 1806, perchè fu aperta con le mine
dagli assalitori larghissima breccia ne’ muri, quan-
do già nello interno erano i presidii menomati,
scarso il vivere, esauste le fonti. Eppure i patti .
della resa onorarono i vinti, così esigendo valor
di guerra; nè il cadere di Scilla giovò a’ Borbonici
di Gaeta perchè tardo.
Gaeta si arrese a’i8 dello stesso luglio. Qual
fosse per opere quella fortezza, ho già riferito
Colletta, T. III. A 3
34 LIBRO SESTO — 1806
nel primo libro narrando l'assedio del 1734; ma
negli anni che succederono sino al trattato di
Aix-la-Chapelle, e fra i timori di guerra sotto il
regno di Ferdinando, restaurati ed accresciuti gli
antichi baluardi, era nel 1806 cerchiata da due
muri, e più innanzi da un fossato e da due cam-
mini coperti. Le opere sia condizione del luogo,
sia difetto d’ingegno, non sono tracciatea regola
d’arte, lo che nuoce o giova alle difese secondo
che gli assediatol i sono in guerra dotti o inesperti.
Amore delle armi proprie mi spingerebbe a de-
scrivere tutte le particolarità di quella impresa,
ma istorica temperanza vuol che io discorra le
sole cose memorabili.
Cominciò l’investimento in febbraio a modo
di blocco, mancando agli assalitori le grosse ar-
tiglierìe e gli altri attrezzi necessari au assedio.
AJ finire di maggio, preparati i cannoni, alzate
alcune batterìe a Montesecco, aperta la tripeiera
e prolungati i rami verso i due mari dell’istmo,
si formula prima parallela, ed essendo quel suolo
di duro sasso calcare, nudo di terreno e di pian-
te, gli assediatori trasportavano da lontano le
terre, e provvedevano lascine e gabbioni dal bo-
sco di Fondi, il più vicino, sebbene a dodici
miglia dal campo. Anche più gravi sarieno state
le fatiche degli assediatori se non avessero tolto
e travi ed altri legni diroccando case e chiese
del vicino sobborgo, già abitato da novemila ma-
rinai ed industriosi, desertato al cominciar del-
l’assedio, ed indi a poco ripopolato di abitatori,
i quali per amore del patrio suolo tornavano vo-
lontari, benché sotto a pericoli della guerra ed
alle licenze de’ due eserciti.
LIBRO SESTO — 1806 33
Le trincee avanzavano, ed al tempo stesso altre
opere si ergevano sopra i due lidi per tener lon-
tane le navi nemiche o le schiere che sbarcar
volessero dietro al campo; per lo che i Francesi,
assalitori ed assaliti, sostenevano della doppia
guerra gli onori e le fatiche. Più volte le navi
siciliane ed inglesi, venute a battaglia, furono
con onta e danno respinte, combattendo per la
j>arte francese dodici barche napoletane. 1 baluar-
di della fortezza tiravano dì e notte, sì che furono
numerati in ventiquattro ore duemila colpi, sen-
z’ apportarci alcun danno.
Ma dagli assediatori nessun colpo partiva, so-
lamente intesi a stringere la fortezza. Si stava, al
finire di giugno, sul fossato, dirigendo le opere
a’ luoghi dove aprir Breccia eh’ erano due: la cit-
tadella (così chiamata impropriamente una grossa
torre), ed il bastione della breccia che ricorda
col nome le offese di altro assedio. Al primo lu-
glio impreso il trasporto delle artiglierie; a’ 6 tutte
le batterìe munite di ottanta cannoni di grosso
calibro e mortari; a’ 7 spuntando il giorno, dato
il segno, scoppiarono ad un punto i preparati
fuochi, romor terribile dopo lungo silenzio agli
assediati, che recandosi a’ bastioni risposero con
maggior numero di offese, avendo artiglierìe più
abbondanti. In dieci giorni di continuo percuo-
tere erano fatte alla cittadella le brecce, abbiso-
gnandone due per uno ingresso; ma la breccia
al bastione, di più saldi muri, non era compiuta,
e perciò aggiugnendo altri cannoni si speravano
ambe le entrate, per la sera del 19, aperte e facili.
XXII. Benché gli assalti fussero preparati per
* * ■ ■ ■
I
36 ' LIBRO SESTO — 1806
la mattina del 20, i Francesi a’ primi albóri del
x8, formate la schiere a colonna, simularono quel
moto che nel campo suol precedere il punto di
montar la breccia. E gli assediati, viste aperte le
mura ed in pronto il nemico di assaltarle, diman-
darono patti di resa; ma non cosi certamente se
il prode Pliilipstadt era nella fortezza; impercioc-
ché il colonnello Storz, che dopo la mortai ferita
del primo ne faceva le veci, animoso anch'egli e
risoluto alla guerra, aveva debole autorità di se-
condo, e comandava per consigli, male estremo
degli assedii. Fu concordato in quel giorno istesso
rendere Gaeta a’ Francesi ed imbarcare la guer-
nigione per Sicilia, prima giurando di non com-
battere contro la' Francia ed i suoi confederati
per un anno ed un giorno. Erano i prigioni tre-
mila e quattrocento, alcune altre cenlinaja rima-
sero con gli stessi patti agli ospedali; altri per
via di mare fuggirono liberi; ed altri, infedeli o
incostanti, si diedero nascostamente al vincitore.
Al giorno delle prime offese, 7 luglio, monta-
vano gli assediati intorno a settemila, metà degli
assediatori; bordeggiavano in giro alla fortezza o
stavano ancorati nel porto quattro vascelli inglesi,
sei fregate, trenta cannoniere o bombarde, alcune
navi da trasporto. In tutto l’assedio la fortezza
tirò centomila palle o bombe, e l’altra parte qua-
rantamila. Furono morti o feriti novecento Bor-
boniani, mille e cento Francesi: tra Borboniani
ferito nel capo il principe Pliilipstadt; tra Fran-
cesi il generai Yallongue colpito da scheggia di
bomba, cessò di vivere al terzo giorno; ed il ge-
nerai Grigny con miglior fortuna mozzato del -
Digitized by Google
LIBRO SESTO — 1806 37
capo da una palla da sedici. Degli altri, prodi
ancor essi, sono i nomi oscuri ed inonorati.
XXni. L’esercito di Gaeta, dopo breve riposo,
sotto il comando dello stesso Massena, andò nelle
ribellate Calabrie, bandite dal governo in istato
di guerra) cessando in quelle province 1 impero
delle leggi, l’autorità de’ magistrati, le forme, i
giudizi, gli usi civili, si commettevano le facoltà,
la libertà /la .vita de' Calabresi al volere del solo
uomo che reggeva l’esercito. Minaccia e pericoli
così grandi non impaurirono qaielle genti che in
gran numero adunate in Lauria, sostenute dal
genio degli abitanti, e tenendo ritirata sicura su
gli alpestri monti del Gaudo, s’imboscarono in-
nanzi alla città; ed all apparire della prima schiera
francese, sollecita per troppo sdegno, si palesaro-
no innanzi tempo per colpi diarchibugio. Indi sbi-
gottendo fuggirono, ed a quello aspetto di timore
gli abitanti della città (fuorché gf inabili all’ an-
dare, vecchi, infermi, fanciulli) seguirono la fuga.
Lauria, meno a castigo che per primo esempio,
fu messa a sacco ed arsa dal vincitore, sì che
bruciarono con le case alcuni de’ rimasti abitanti
deboli ed innocenti. L’esercito avanzò, e fatte
caute le altre città, accoglievano il vincitore con
segni di amicizia e di allegrezza. Massena dopo
aver cinto di assedio Amantea e Cotrone, giunto
a Palme si arrestò) perchè in quell* ultima Cala-
bria erano forti i luoghi e guardati da molti di-
fensori, con animo fermato ad estremo combat-
tere. Le terre che i Francesi tenevano, obbedivano
a Giuseppe, quelle che gl’inglesi o Siciliani, a
Ferdinando) le non occupate dagli eserciti sog-
LIBRO SESTO — 1806
giacevano alla fortuna delle civili fazioni: cosi
die in quelle provincie si vedevano molte morti,
nessuna battaglia , i danni della guerra non la
gloria. . ' ‘ .
I due castelli assediati oederono al fine con
sorte diversa de’ presidii, ma gloria eguale; Aman-
tea è città di Calabria di duemilacinquecento abi-
tea è città di Calabria di duemilacinquecento abi-
tatori, fondata quasi su la marina del Tirreno,
sopra un gran sasso già scoglio; la. chiudono da
tre lati le rupi, e dal quarto un vecchio muro
fra due deboli bastioni; pochi soldati la guarda-
vano e molli Borboniani, gli uni e gli altri sotto
il governo del colonnello Mirabelli, nato in quella
città, ricco, nobile, usato all’armi ed alfonore;
tre cannoni di ferro munivano i baluardi, le mu-
nizioni e le vettovaglie bastavano, T animo ridon-
dava. Il generai Verdier con tremiladuecenlo sol-
dati, artiglierìe ed attrezzi, andò ad assaltarla; e
quindi cinta quella fronte del castello che è verso
la campagna, alzata una batteria di cannoni e di
obici, agli albóri del giorno, per segno convenuto,
avanzarono a corsa con le scalei soldati più prodi,
1 P 111 1*1 1 11 » !• !•
ma la forza del luogo ed il valore del presidio li
respinse, sicché scemati ritornarono ai campi.
Altre offese, albi assalti, altre minacce andate a
vuoto, il generale sperò di entrare in Amantea
per il lato meno guardato, perchè creduto inac-
cessibile. In una notte lunga e foscadel dicembre,
piccolo drappello di sette uomini, de’ quali primo
u più destro , rampicandosi fra sassi che separano
dal mare la città, tanto oltre avanzò che sentiva
dal mare la città, tanto oltre avanzò che sentiva
il parlare delle ascolte nemiche, mentre colonna
più numerosa con funi e scale tacitamente seguiva
U
Digitized by Googld
LIBRO SESTO — 1807 39
le segnate tracce, ed altre schiere gridando e spa-
rando attaccavano il muro bastionato per diver-
tire i difensori dal vero assalto. Ma per voce infan-
tile che dalla fronte di mare grida i Francesi, ac-
corrono le guardie, tirano sassi cd arcliibugiate
verso il luogo che il fanciullo indicava ; è colpito
un de’ sette e muore; altri della colonna maggiore
sono feriti; ma nessuno si lagna per non disco-
prile la impresa. Si rassicurava per quel silenzio
il presidio, scemavano i colpi, udivasi un Cala-
brese rimprocciare il fanciullo dell’ affermare osti-
nato di aver visto e inteso i nemici, quando un
obice del campo scoppiò in aria, e con la luce
palesò gli assalitori. Mille offese ad un punto par-
tirono da’ vicini ripari, molti de Francesi furono
morti, si arrestarono gli altri e si raccolsero nei
campi. 11 generale poi che vide non bastar le sor-
prese, non gl’inganni, non le forze, levato l’as-
sedio, ritornò doglioso ed assetato di vendetta in
Cosenza.
Ma finito il dicembre, egli più forte, meglio
provvisto di macchine ritornò agli assalti, con-
duccndo dalle sue parti il colonnello Amato, pur
cittadino diAmantea, congiunto e da fanciullezza
compagno ed amico al Mirabelli; al quale giun-
gendo al campo amorevolmente scrisse, e questi
amorevolmente rispose, l’un l’altro tentandosi,
1 Amato con esaltare l’ amor di patria, il Mirabelli
la virtù della fede, ed in entrambi prevalendo
l’onore durarono nemici no, ma contrarii. Si alza-
rono intanto parecchie batterie contro il castello,
e dopo alcuni giorni di fuoco, aperta la breccia,
fu ben quattro volte assaltala e difesa. Cangiò
Digitized by Google
40 LIBRO SESTO — 1807
modo all'assedio: avanzando sotterra fu minato
un bastione che allo scoppio rovinò; e quando
pareva certa la vittoria perchè inevitabile la en-
trata, fu visto che altre fortificazioni novellamente
costrutte impedivano il passaggio. Più vicina la
guerra, fu più mortale; ora V arte degli assediatoci
prevaleva al valor disperalo degli assediati, e or
questo a quella. Ma soprastava la fame a Calabresi,
e sol per essa il piccolo castello diÀmantea, mu-
nito eli tre rosi cannoni, difeso d^ inesperti par-
tigiani, assalito da fortissime schiere con le mi*
gliori arti di guerra, dopo quaranta giorni di
assedio (senza tener conto del primo assalto) a
patti onorevoli si arrese. 1 presidii tornarono in
Sicilia come prigioni per un anno ed un giorno.
Ma i difensori di Cotrone andarono liberi.
Erano partigiani, per le colpe antiche malvagi,
per le presenti tristissimi. Consumate affatto le
vettovaglie, non volendo arrendersi perchè ri-
cordavano le mancate fedi de’ Francesi a briganti,
non sapendo per segni dimandar soccorso aduna
fregata inglese che a vista della cittadella bordeg-
giava; tre più arditi, prima che il giorno spun-
tasse, nudi e taciti uscirono dalle mura, ed arri-
vati al fiume che lambisce una fronte della città,
povero d’acque, ma in quella notte per piogge
copioso, s’immersero nell’ onde, incurvaronsi, e
benché le ascolte francesi guernissero le rive,
giunsero inavvertiti alla foce. Distesi a nuoto nel
mare e scoperti da’ soldati nemici, uno di archihu-
giata fu morto, il secondo ferito, il terzo giugne, .
narra al capitano del legno lo stalo misero degli
assediati e u disegno di fuga. Rendono al castello
Jigmzed by Googlc
(
LIBRO SESTO — 1807 M
i convenuti segnali; e nblla succedente notte, su
la fregata avvicinatasi al lido, la guernigione
uscendo dalla porta meno guernita, sorprendendo
gli assediatori e combattendo, perviene ad imbar-
carsi. I Francesi nel seguente giorno occuparono
il castello vuoto di guàrdie. Ne’ casi del brigan-
taggio* narrali dalla fama più che dalle istorie,
ho trovato registrato il fatto non il nome dell’ in-
trepido nuotatore.
XXIV. Così nelle Calabrie. Frattanto in Napoli
si ordinava la finanza, si migliorava la istruzione
pubblica, si aboliva la feudalità, si scioglievano i
fede-commessi, si spartivano i beni del demanio
comune, si davano a giudizi criminali libere for-
me: molti beni si facevano. Delle tpiali cose ra-
gionerò partitamen te, conlegandole, comelio fatto
sin ora, alle ribellioni, alle congiure, agli eccessi
delle fazioni, alle asprezze della Polizia, alle cru-
deltà decapi militari, alle licenze dell’esercito;
onde il lettore di questi scritti veda uniti nel re-
gno di Giuseppe grandi beni a grandi mali, gli
uni futuri e di mente, gli altri presenti e di fatto;
e così discuopra perchè tra Napoletani i sapienti •
secondavano il conquistatore, e gl imperitilo com-
battevano. Dirò tempi di altro regno, in cui, da
tutti sentite le più civili «istituzioni, ebbe il po-
polo animo e moto comune.
S impose tributo su i poderi rustici ed urbani,
detto fondiaria; abolite le antiche contribuzioni
dirette (erano ventitré), ineguali ed assurde. La
fondiaria toccava ogni rendita di beni stabili, ri-
vocando gli usali favori alle terre regie, feudali,
ecclesiastiche, o le*maggiori gravezze ad alcune
Digitized by Google
42 LIBRO SESTO — 1807
provincie o comunità; legge uguale, senza ingiu-
rie o privilegi, traeva a prò dello stato la quinta
parte delle entrate disgravate di pesi. E poiché
imponeva sette milioni di ducati, era creduta la
entrata generale di trentaeinque milioni, minore
del vero in quel tempo, ma non è debito della
storia il dimostrarlo.
Senza catasto, censo, o statistica, per dividere
il peso fra tributari si ebbe ricorso a ripieghi
e compensi con fraudi ed errori innumerevoli. Un
catasto amministrativo cominciato nel 1806 ter-
minò (più per lassezza degli operatori che per
compimento dell’ opera) nel 1810; e però con poco
più di tempo e di spèsa componevasi il catasto
geometrico che a noi manca, e qui lo dico a ver-
E a e stimolo della civiltà napoletana. Quel tri-
in sè grave, i disordini nel ripartirlo, il ri-
gore all’ esigere, furono scontentezze che dipoi
scemarono per lo accresciuto prezzo delle grana-
glie e il celere passaggio di mano in mano dei
beni stabili.
Gli arrendameli ritornarono alla finanza:
. chiarite le ragioni degli assegnatari, e scritte in
un libro, detto Gran-Libro de’ Creditori dello
Stato; si diede ad ognuno di loro una cedola di-
notante il credito, guarentita della finanza pub-
blica, trafficabile, fruttifera dal 4 p er 100, poi-
ridotta al 3. Al Gran Libro si assegnarono per
ipoteca dieci milioni di beni stabili, venuti dai
disciolti conventi; e però le cedole, accomunate ai
destini di non ben saldo governo , discesero a vi-
lezza, e la serbarono lungo tempo, benché con
esse si comprassero i beni ipotecati; trovandosi
LIBRO SESTO — 1807 43
esposti le compre al doppio pericolo della fortuna
eli uno stato nuovo, e delle sorti avvenire del pa-
pato. Eppure gli avidi e arrischiosi presi dalle
attrattive di ricchezza conprav ano le terre de frati,
le case, i conventi, le chiese; e i timidi tenendo
sicuro e vicino il ritorno dell’ antico re, sdegna-
vano di chiarire i loro crediti. E tosi per i auda-
tlacia de’ primi, per la ignavia de’ secondi, il de-
bito dello stato scemava.
Fu ribassalo il tributo del sale; ed indi a poco,
mutandone l'economia, impedito le smercio li-
bero, distribuito il genere per comunità e fami-
glie (cinque rotoli all'anno per ogni testa), il
consumo forzoso indi minore, un dazio giusto
trasformato in abborrito testatico; ma l’auunini-
si razione più semplice, meno infida. La finanza
in quel tempo era logorata da mille fraudi, facili
per la novità delle leggi, delle imposte, de’ mezzi
di esigerle; e per*amministratori e pubblicani, la
più parte Francesi, avidi, a modo di conquista-
lori superbi, verso tributari inesperti e scontenti.
Di tulle le taglie pubbliche quella del sale è gra-
vissima a’ Napoletani, che avendo sale in miniere
a piccola profondità, sale disciolto in alcuni ru-
scelli e formato in cristalli ne’ margini, sale ad-
densato per cocente sole di luglio dalle acque ma-
rine sopra i lidi, vedono i larghi doni della na-
turaappropriati da cupidigia finanziera; e poiché
facile il controbando, così molesta la vigilanza
che ne’ paesi più meridionali del Regno s’ impe-
diva di attingere acqua dal mare, perchè esposta
al sole lascia sale nè vasi.
Separato il patrimonio regio da quello dello
M LIBRO SESTO — 1807
stato, l’uno si affidò al ministro di casa reale,
l’altro ad un direttor generale* il primo indipen-
dente se non del re; il secondo circondato di un
consiglio e soggetto a pubblico sindacato. 11 de-
manio dello stato per conventi disciolti, beni
confiscati, vescovadi ed- abazie vacanti, fu ric-
chissimo; ma qdelle dovizie finché duravano nel-
l’amministrazione fiscale, erano disperse; come,
6e davansi a vendita, o a censo, o a dono, si tra-
smutavano in benefizio pubblico, migliorando i
possessi per novella industria, fruttando tributi
alla finanza, creando possidenti nuovi, partecipi
e fedeli a’ destini del governo. Alienare il patri-
monio affidato alla Direzione sarebbe stato il più
saggio pensiero del direttore, ma vanità e privato
interesse vi si opponevano.
Simile alla direzione del demanio fu ordinata
quella de’ dazi-indiretti; e il nome dice quali
tributi amministrasse.
Si ridussero a due i già sette banchi della città;
uno di corte in San Giacomo, l’altro di privali
nella casa detta de’ Poveri; il primo abbondava ili
denaro, raccogliendo per ordinanza tutte leentrate
del fis'co; l'altro scarso o vuoto, dipendendo i de-
positi da volontà, ed essendo dubbia la fede nel
governo, c vive nella memoria le passate frodi
su i banchi
Poco appresso fu composto il Tesoro Pubblico
dove con regole di legge si concentravano le en-
trate ed uscite della finanza, e sì che del patri-
monio fiscale il Tesoro chiariva ogni credito, ogni
spesa; il banco accertava il denaro entrato ed
uscito.
Digitized by Google i
LIBRO SESTO — 1807 45
Così riordinata la finanza pubblica , ogni ren-
dita si trovò toccata da tributo, ogni peso egual-
mente distribuito, ogni ramo di. finanza ammini-
strato, ogni amministrazione soggetta a pubblico
sindacato, l’erario dello stato rappresentato per
numeri nel tesoro, serbato in danari nel banco,
la finanza di Napoli in un sol libro, in un solo
erario racchiusa. Semplicità maràvigliosa e du-
rabile.
XXV. La feudalità traendo origine da conqui-
sta, monarchia, civiltà mezzana de’ popoli, ed
indole superba della umana specie, surse e crebbe
nelle Due Sicilie come nel resto del mondo. Fu
potente a’ tempi de’ Lombardi e de’ Normanni, ab-
bassata dagli Svevi, rialzata dagli Angioini, so-
stenuta (perfino nelle guerre baronali) dagli Ara-
gonesi, e per sordida avarizia nel lungo tempo
del viceregno. Carlo incivili i baroni, surrogando
gli onori ed il fasto di corte alla potenza feudale;
progredì la civiltà sotto Ferdinando; i diritti in-
giuriosi alla umanità disusarono per costumi più.
che per leggi. Ma le industrie privative, i tributi
feudali sulle terre eie case, i fondi promiscui, non
poca parte di giurisdizione, altre servitù e soffe-
renze del popolo si sostenevano.
Questo largo residuo di feudalità distruggen-
dosi per legge del 1806, ritornò intera la giuri-
sdizione alla sovranità, e ne fu dichiarata insepa-
rabile; tutte le gravezze, tutte le proibizioni feu-
dali furono rivocate; reso libero l’uso de’ fiumi,
disciolta la mescolanza delle proprietà, le servitù
abolite; la nobiltà conservala ne’ titoli, distrutta
ne’ privilegi, surrogati i nomi al potere* Ma per
Digitized by Google
■
46 LIBRO SESTO — 1807
allora quei benefizi erano precetti non cose; che
la feudalità, benché scossa ed invecchiata, non
cadeva alle prime spinte, ed altre ne abbisogna-
rono forti e molte sotto il regno del successore,
sì che a dir vero Giuseppe ebbe il merito della
intrapresa, Gioacchino dell’opera.
Per altra legge, abolite le sostituzioni fedecom-
messarie , gli attuali godenti divennero franchi
padroni delle già vincolate proprietà; i vitalizi
(assegnamenti a \ila) si convertirono in beni li-
beri; tulli i legami del possedere si sciolsero;
grande quantità di terre tornarono commerciabili.
La legge del re Ferdinando dell’anno 1801 pre-
scrivente che la dote della donne patrizie (qua-
lunque fusse la ricchezza della famiglia) non su-
perasse i ducati quindicimila, oltraggio ed ingiu-
stizia al sesso ed alla natura, favore a’ primi nati,
tralcio di feudalità, fu abolita per altra legge'di
Giuseppe del 1806. Le quali riforme per i fede-
commessi, le doli, la feudalità, utili certamente
all’universale de’ cittadini, dannose a’ feudatari ed
a’ nobili, ex’ano esaminate ed assentite nel consi-
glio di stato da consiglieri nobili per la maggior
parte e baroni. Laude ad essi ed argomento al
mondo della napoletana civiltà.
XX\ 1. 11 convento della Incoronata in provincia
di Avellino, in pena di aver dato rifugio a Frà
Diavolo, fu disciolto, piacendo al governo la one-
sta occasione di saggiare la opinione comune in
un’opera legata alle coscienze, e rallegrandosi
all’ osservare il plauso de’ civili, la indifferenza
della plebe che già visti altri sfratati nel regno
Ferdinando, e frati giacobini, frati insangui-
Ljo a a k ’ . .
LIBRO SESTO — 1807 47
nati ne’ rivolgimenti del 99, aveva perduta per
essi o scemata l’antica riverenza. 11 governo, preso
animo, disciolse gli ordini numerosi di Sanber-
nardo e San Benedetto, ed aggiugnendo persua-
sioni al comando, disse nel preambolo della legge
die la espulsione de’ frati era voluta dal genio ilei
secolo e dalla economia dello stato: tutti i con-
venti parevano soggetti ad una sorte.
Ma non filosofica nè politica fu l’ idea del go-
verno, bensì finanziera ed avara; avvegnaché si
sciolsero i conventi ricchi per goder delle spoglie;
i poveri e i mendicanti, eh’ era di peso il disfarli,
duravano; ed assegnando ai già frati tenue sti-
pendio, coloro, sentito l’ interesse di tornare alle
antiche case, givano destando nel popolo le asso-
pite coscienze. Abbisognava alla politica di quel
tempo disfare per intero gli ordini monastici,
ridurre ad usi civili gli edifizi e le chiese, dare
a quel genere avarissimo larga mercede, e larghe
ma cittadine speranze. Così la invecchiata pianta
S eriva. Nè è già che rinverda, perchè, di emula
e’ troni fatta serva, perirà dimenticata come la
feudalità; ma pure il tronco arido, nudo, nuocerà
lunga pezza agli ordini della società ed alle dot-
trine dell’ evangelio.
Come che imperfetta quell’opera fu giovevole
allo stato, perocché la finanza tesoreggiò, creb-
bero i nuovi possidenti, scemò il debito pubblico;
si donarono edifizi alla istruzione, alla educazio-
ne, alle case di arti e di pietà; si fornirono le
chiese, migliorò la condizione de’ curati, ampliar-
ronsi le biblioteche e i musei; si providde agli
ospedali e ad altre fondazioni di pubblica utilità.
48 LIBRO SESTO — 1807
I tre conventi di Cava, Montecasino e Montever-
gine aboliti come case religiose, serbati come
archivi del Regno, erano mantenuti dalla finanza,
ivi conservandosi i documenti della monarchia e
della storia delle Sicilie.
Disciolti i conventi, aboliti i feudi, fu prescritto
che i demani ecclesiastici, feudali, vegli, comu-
nali, si dividessero fra cittadini con lieve peso
di censo francabile, preferendo i poveri, donan-
do a’ più poveri. Per moto cosi continuo delle
proprietà la rivoluzione compievasi; chè non per
nomi o case regnanti gli stati mutano, ma per
interessi. . • -
- XXVII. Si composero quattro nuovi tribunali
e si dissero straordinari perchè restavano cassi
alla promulgazione de’ codici. In ognuno, otto
giudici (cinque civili, tre militari) giudicavano
inappellabilmente i delitti di stato, o contro la
pubblica sicurezza. Le antiche barbare forme di
procedura furono abolite; un’autorità locale rac-
coglieva le prime pruove, altra maggiore compo-
neva il processo, il pubblico accusatore accusava
il reo; e da quello istante divenivano di ragion
pubblica le querele, i documenti, i nomi dei de-
nunziatori e de’ testimonii. Il processo non istava
nelle carte scritte, ma nel dibattimento, quando
r accusatore coll’avvocato, l’accusato co’ testimo-
nii, alla presenza de’ giudici e del pubblico, di-
sputavano, e dalle opposte sentenze scaturiva la
verità e s’imprimeva nella coscienza de’ magistrati
e del popolo.
Erano i giudici di numero pari, acciò nella
parità de’ voti la più mite sentenza prevalesse; si
LIBRO SESTO — 180G 49
ammetteva la privata accusa scritta e giurata, ma
l’accusatore falso era condannato per taglione.
Tanto lume di verità e di giustizia succeduto alle
tenebre dell’ antico processo invaghì il popolo
che, andando alle sale di giustizia come a teatrali
spettacoli, partecipava a quelle vere scene di
S ietà o di terrore, sentiva spavento de’ delitti e
elle pene, imparava le leggi. Gran mezzo di ci-
viltà, poco minore de’ Giurati, è il dibattimento.
Da un tribunale straordinario fu giudicato Fra
Diavolo e dannato a morte. Stava il giudizio nel
riconoscimento della persona, trovandosi bandito
nemico pubblico quando correva sconvolgendo
il Regno. Morì vilmente bestemmiando la regina
di Sicilia e Sidney Smith, che lo avevano spinto
a quella impresa.
Chi fosse questo tristo è nolo da’ precedenti
libri: ultimamente, inviato da Sicilia nel Regno
con trecento malfattori tratti dalle galere, sbarcò
a Sperlonga, campeggiò quelle terre, predò, uc-
cise, e più danno faceva, se da maggiori forze
assalito non fusse stato costretto a riparar fra i
monti e boschi di Lenola. Sempre inseguito, per-
ditore in ogni scontro e fuggitivo, restò con po-
chi (gli altri uccisi o prigioni), e per due mesi di
selva in selva, nella notte più che nel giorno
vagando, sperò imbarcarsi per la Sicilia. Ma ogni
via gli era chiusa. Nuovamente incontrato, ferito,
rimasto solo, persuaso da stanchezza, povertà e
forse tedio di vita, andò travestito ed inerme a
prender riposo e comprar balsami nel villaggio
di Baronissi, dove suscitando alcun sospetto fu
arrestato e riconoscilo per Frà Diavolo.
Colletta, T . III.
4
50
LIBRO SESTO — 1800
Portava in tasca i fogli di Sidney Smith e della
regina, ne’ eguali e nelle sue risposte dicevasi co-
lonnello dell esercito di Sicilia, e lo era; ma non
il grado e il nome diftinisce la qualità del capo,
bensì 1 uffizio e la schiera. Fra Diavolo, se veniva
nel Regno con grande o piccolo stuolo di soldati,
a combattere con regole della milizia, fortunato
era ammirabile, sventurato e preso era prigione;
ma Fra Diavolo già assassino, di assassini capo,
da assassino operando, in qualunque fortuna era
infame e colpevole. INon si confondano popolo
armato e brigantaggio, l’uno difenditore de’ suoi
diritti, libertà, indipendenza, opinioni, desideralo
governo; l’altro fazione iniqua motrice di guèrre
civili e di pubblico danno.
XXVIII. .Migliorato il processo criminale, il go-
verno, per avanzare i costumi assai più validi a
scemar delitti che i magistrati e le pene, volse le
cure alla pubblica istruzione. La prima luce di
lettere italiane spuntò in terra napolitana dalle
colonie greche: Zaleuco si disse da Locri, Pità-
gora da Crotone, Archita era da Tàranto, Alessi
di Sìbari, ed in altra età Ennio, Cicerone, Sal-
lustio, Vitruvio, Ovidio, Orazio ebbero i natali
sotto il nostro cielo. Le lettere morirono; e tempi
spietati per crudeltà d’imperatori, tumulti di ple-
be, licenze di esercito, furono seguiti da invasioni
di barbare genti. Unni, Vàndali, Goti. 11 primo
che osasse ridestar le dottrine, e sapesse inva-
ghirne il buon re Teodorico fu Cassiodoro, nato
in Squillaci, piccola città delle Calabrie, in lui si
spense la italiana letteratura e restò sepolta per
lungo tempo sotto il ferreo scettro de’ Lombardi
LIBRO SESTO — 1806 ’51
e de’ Saraceni, se non quanto serbava piccolo e
secreto ricovero in Montecasino. Come poi le let-
tere rialzassero lo impaurito capo per virtù dei
re Svevi, cadessero nuovamente per gli Angioini,
risorgessero negli Aragonesi e fossero oppressi
nel tanto lungo vicereale governo, non fa mestieri
che io qui rammenti. Rè a quel che ho detto
degli antichi tempi mi ha spinto letteraria vanità
0 amor soperchio di patria, ma desiderio onesto
di far chiaro il peccato di quei nostri re che
si adoprarono d’isterilire suolo alle lettere così
fecondo.
Relle vicende della napoletana letteratura era
disuguale la efficacia delle pene o de’ prendi; per-
ciocché nelle avversità moriva in carcere Gian-
none, torturavasiCampanella, bruciava vivo Gior-
dano Bruno, chiudevansi scuole e ginnasi : e nella
fortuna erano favoriti, a vii modo di cortigiani,
alcuni dotti, e tollerate per pompa alcune acca-
demie. Perciò castighi gravi e frequenti, prendi
cari ed ignobili generavano nelle avversità univer-
sale ignoranza , e nelle venture pochi egregi uomini
sopra popolo ignorantissimo; la istruzione non
era pubblica, non diffondevasi; Tobbielto politico
si disperdeva. 11 quale errore, attraversando tutti
1 tempi e le vicissitudini delle lettere italiane, per-
venne sino a dì nostri nel 1806.
XXIX. Avvegnaché diverse leggi di quell’anno
il corrèssero; prescrivendo che ogni città, ogni
borgo avesse maestri e maestre, per i fanciulli e
le fanciulle, del leggere, dello scrivere, dell’arte
de’ numeri c de’ doveri del proprio stato; che
ogni provincia avesse un collegio per gli uo-
r A LIBRO SESTO — '1806
mini, lina casa per le donne ove apprendessero
alcune scienze primarie e le arti belle e i nobili
esercizi di colta società; e che nella città capo del
regno fiorisse la università , per genere ed altezza
di studii, culmine piramidale della pubblica istru-
zione. Altre leggi fondarono le scuole speciali:
una Reale-militare, altra Politecnica, altra delle
Relle-arti, altra delle Arti e mestieri, altra de’Sordi-
e-muti, un’accademia di marina, una delle arti
del disegno, un convitto di chirurgia e medicina,
un secondo di musica. Alcune delle quali fonda-
zioni erano nuove, altre migliorate, tutte dotate
dalla finanza pubblica. 1 seminari, collegi speciali
de’ preti, furono conservati; e sebbene si divisasse
riformarli, aspettatasi opportunità di tempo; non
volendo, fra. tanti moti di regno nuovo , altre
querele col papa. Secondavano la istruzion pub-
blica i collegi privati, eretti a privato guadagno,
•favoriti dal governo, vigilati ne metodi, premiati
ne’ successi. S’instituì, dotata riccamente, un’ac-
cademia di storia ed antichità e di scienze ed arti,
che dipoi, accresciuta, fu chiamata Società Reale:
si giovò con doni e privilegi ad altre due accade-
mie nominate d’Incoraggimento e Pontaniana.
L’Italia venera ancora (jueste congreghe, in me-
moria di aver serbato il germe delle lettere in
tempi barbari; e non pensando che oggi, quasi
perduta ogni utilità, sono rimasfe a pompa della
civiltà e de’ governi.
Del sistema che ho adombrato di pubblica istru-
zione erano pregii l’ insegnamento facile ad ogni
ceto, ad ogni uomo, cosicché nessuna virtù rima-
nesse depressa perchè negatole di mostrarsi; il
J
LIBRO SESTO — 1806 53
privilegio di nascita scomparso, albergando nello
stesso collegio i primi e gli ultimi della società,
il figliuolo del patrizio e del contadino: le lettere
protette, multiplicate le scuole, dotate abbonde-
volmente le accademie c i licei: i dotti venerati,
non arricchiti j che il soperchio favore del prin-
cipe, benefizio ad essi, è nocumento alle scienze.
Libertà di scrivere, piena proprietà dello scritto
sono spinta ed alimento agl’ ingegni; qualunque
altra cosa in più o in meno, è a lor danno. Ma
queste ultime perfezioni non s’incontravano nelle
leggi di Giuseppe; avvegnaché l’insegnamento
pubblico per quei governi francesi era instituzione
piuttosto civile cbescientifica, solamente intesa ad
abbozzare la istruzione de’ popoli; derivando dalle
mezzane dottrine ambizioni, mollezza e servitù;
S tianto da compiuta sapienza, podestà di sé stesso,
tezza d’animo, e gli stessi moti alla libertà che
per altre cagioni hanno i popoli rozzissimi e forti :
coneiossiachè le nazioni due volte sono atte a li-
bero stato; nella prima rozzezza e nella piena ci-
viltà.
XXX. Ma qualunque benefica instituzione non
era che nelle leggi, dapoichè lo stato del regno
ne impediva gli effetti. 11 brigantaggio ingrandito
ed ammaestrato, mutale regole di guerra, evitava
gliscontri, non entrava nelle città, correva le cam-
pagne, assaltava gl’inermi, predava, distruggeva
e nascondevasi; così a larga mano versando di-
sastri, e seccando le vene del pubblico bene, in-
deboliva e screditava la conquista. E maggiori
danni operavano i ministri del governo, perocché
i capi militari nelle province ponevano taglie alle
D
54 LIBRO SESTO — 180G
cittì, menavano in prigione ed a morte i citta-
dini, conculcavano le antiche leggi e le novissi-
me, gli usi nostri, le nostre più care abitudini.
Tutti i gradi del rigore eransi adoperati contro
i briganti, c il brigantaggio cresceva; il re cam-
biò politica. Per editto concedè perdono a quei
ìnaliutlori che andassero inermi alle regie auto-
rità, e giurassero fede al governo, ubbidienza alle
leggi. Molti e molti, deposte le armi, giurarono;
nè per ravvedimento ed amor sincero di pace,
ma per godere quietamente la male acquistata
ricchezza, ed aspettaré opportunità di nuovi gua-
dagni. Tornarono quindi alle città turpemente
ricchi c baldanzosi, facendo sfoggio infame del
furto e delle atrocità, sul viso a’ depredati e dei
parenti ancora vestili a bruno degli uccisi. E di
poi, consumato il bottino, ritornavano al brigan-
taggio, indi al perdono; talché vedevi de’ perdo-
nati cinque e sei volte. I ministri regii nelle provin-
ce, poiché videro falsa la sommissione, imitando
gl’inganni facevano strage de’ perdonati, talora
con pretesto di giustizia, più spesso alla sfrontata,
io nella valle di Morano riddi molti cadaveri, e
seppi che il giorno innanzi uno stuolo di c unni -
siiali \ così li chiamavano con voce francese) vi
era stato trucidato dalle guardie: e avvegnaché
si finse che avessero spezzate le catene, e tentata
c cominciata la fuga, si andò uccidendoli in varii
punti di quel terreno, a gruppi e alla spicciolata,
di ferro e di archibugio, trafitti in vario modo
come suole in guerra; contrafacendo con istu-
diosa crudeltà gli accidenti delle battaglie. Pareva
quel luogo un campo dopo la guerra.
LIBRO SESTO — 1806 55
XXXI. Le quali interne discordie crescevano
F er le cose di Europa; e dirò come. Àbbenchè
anno i8o5 finisse con la pace diPresburgo, la
quiete fu passeggierà, perocché i maneggi tra la
trancia e la Inghilterra, intrapresi nel febbraio,
sciolti nel maggio, si convertirono in maggiori
3 uerele e nemicizie. Le Bocche di Cattaro, che
ovevano vuotarsi da' Russi, erano tenute ostina-
tamente: spregiando le preghiere dell’Austria, le
minacce della Francia, la permanenza degli eser-
citi francesi in Alemagna. La pace indi a poco
fermata a Parigi tra i legati di Francia e di Rus-
sia, non fu ratificata dall’ imperatore Alessandro;
e gli eserciti delle due nazioni disputavano con
le armi il possesso di Ragusa. L' Hannover tolto al
re Giorgio III, dato in custodia alla Prussia, fu
motivo che la Inghilterra e la Svezià le intimas-
sero guerra.
In giugno la repubblica bàtava, riconosciuta
col recente trattato di Presburgo, fu mutata da
Buonaparte a regno di Olanda, ed eletto re Luigi
suo fratello. In agosto Buonaparte componendo
la Confederazione del Reno, spogliò de’ loro stati
alcuni signori alemanni, ingrandì altri parecchi
di terre e di dominio, abolì vecchi titoli, ne creò
nuovi per fin di re, costrinse l’imperatore au-
striaco a rinunziare al nome ed offizio di capo del
corpo germanico, surrogò a quella dignità e po-
tenza sé stesso col nome altiero di Protettore. E
così gli stati occidentali dell’ Alemagna che fa-
cevano testa alla Francia, cambiando sorte, si
volsero contro i potentati del Settentrione; e di
separati ed avversi che, per la occulta natura del
50
LIBRO SESTO — 1806
corpo germanico, erano innanzi, divennero, per
nuovi interessi e per indole della Confederazione
del Reno, uniti e consorti. Condizioni e memorie
che saranno nell'avvenire motivo di guerra per
lo impero d’ Austria.
Della Italia il Piemonte, Genova e Corsica erano
uniti alla Francia ; e per la pace di Presburgo il
regno italico fu accresciuto degli stali di Venezia,
Istria e Dalmazia veneziana, isole venete, e Boc-
che di Callaro; la Toscana, sebhen governata con
le antiche leggi di Leopoldo, serviva gl' interessi
della Francia, perchè la nuova reggitrice teneva
stato e nome di regina da Napoleone; il reame di
Napoli, scacciatane la stiqie de’ Borboni, era dato
ad un Buonaparte. Non restava di antico altro che
Roma monca ed avvilita, Sicilia debole e minac-
ciata. •
XXXII. Mutazioni così grandi erano accadute
nel 1806; e quell’anno, non ancora finito, altro
gravissimo avvenimento turbò le attuali cose, mi-
nacciò la sicurezza dei nuovi stati, e per fino della
Francia; essendo a Buonaparte necessità confida-
re la immensa mole dell’impero aUe vittorie ed
alla fortuna. La Prussia al primo di ottobre si levò
a guerra contro la Francia collegandosi alla In-
ghilterra, poco innanzi simulata nemica; avendo
in seconda linea l’esercito russo che a gran gior-
nate andava in ajuto di lei, e sperando impegna-
re la Casa d’Austria, nemica irreconciliabile della
Francia. La Prussia per dodici anni era stata neu-
trale nelle guerre di Europa, aspettando maggior
frutto dalla politica che dalle armi; ma serbando
in cuore odio coperto contro i nuovi re ed i nuovi
Digitized by Google
LIBRO SESTO — 1806-7 57
stati. La Francia dissimulava quello infingimento
per attendere opportunità a vendicarlo. La Con-
federazione del fieno pose fine agl'inganni, pe-
rocché la Prussia temendo di mali estremi, e la
Francia confidando nella sua possanza, si mos-
sero a guerra.
Era nuovo l’ esperimento. La memoria del Gran
Federigo combatteva per i Prussiani; così che nei
campi di Jena, il giorno innanzi della battaglia,
il re parlando all’ esercito ricordava il gran nome
e i gran fatti; e l'intrepido Buonaparte riguar-
dando attentamente più dell’ usato le mosse e 1 arte
delle schiere nemiche, parea quasi dubitasse dello
scontro, ma vistolo appena, diceva: la vittoria è
per noi; Vinse a Jena, debellò molte fortezze,
espugnò Berlino, scacciò il re e la famiglia in
Kònisberg, abbattè, disfece la potenza prussiana.
Ma col continuo combattere, e col guardare le
soggiogate città scemava l’esercito francese; men-
tre la contraria parte raccoglieva i fuggitivi e i
dispersi, chiamava nuovi soldati dalle province
soggette, rifaceva gli ordini, rincoravasi; e l’oste
moscovita passava la Narew, e parte di lei com-
batteva intorno a Varsavia: la fortuna dell’ "armi
stava incerta. Nei quali turbamenti e pericoli va-
cillavano i nuovi stati, le moderne istituzioni non
assodavano, la condizione di conquista si prolun-
gava.
XXXIII. Così stando le cose di Europa nel finir
dell’anno 1806, cominciò per noi più mesto il
1807; perciocché le congiure contro il governo,
ingrandite di numero e di forza, cagionavano
opere inique, castighi acerbi, timori e pericoli;
58 LIBRO SESTO — 1807
ni come per lo addietro ad uomini bassi de’ quali
è soppresso il lamento, ma agli elevati per nobiltà
e condizione. 11 magistrato Vecchioni, consigliere
di Stato di Giuseppe, scoperto reo, fu coniinato
in Torino; Luigi La Giorgi, ricco e nobile, straziato
morì in carcere; il duca Filomarino ebbe il capo
mozzato; il marchese Palmieri, colonnello, fu ap-
piccato alle forche; e mentre 1 infelice saliva la
scala del palco, si levò nel popolo voce di salvez-
za che generò tumulti infruttuosi a quel misero,
ma esiziali ad altri, puniti con la morte nel ve-
gnente giorno. Si tenevano prigioni il capitan ge-
nerale Fignatelli, il principe Ruffo Spinoso, il
maresciallo di campo Micheroux, i conti Barto-
lazzi e Gaetani; c donne patrizie Luisa de Medici,
Matilde Calvez; e donne di onesta fama, preti e
frati in gran numero; il vescovo di Sessa mon-
signor de Felice. 1 luoghi più chiusi e più sacri,
come i clauslri, davano ricetto a’ congiurati; e
perciò furono viste monache professe uscir del
vietato limitare, e sedere con abito religioso in
pubblico giudizio sulla panca de’ rei.
In quel mezzo fu imprigionato Agostino Mosca,
perchè sopra i monti di Gragnano, dove era at-
teso il re Giuseppe, stava in agguato ed armato
per ucciderlo. Aveva in tasca una lettera della re-
gina di Sicilia, scritta di suo pugno, instigatrice
velatamente al delitto, ed altra più scoperta della
marchesa Tranfo dama di lei: pòrtava sul nudo
del braccio destro una maniglia di capelli legali
in oro, dono della stessa regina, fattogli, ei diceva,
per mano del Canosa, ad impegno de promessi
serv igi. Convinto del tentato misfatto, fu condan-
LIBRO SESTO — 1807 59
nato a morte , e giustiziato con orribili pompe nella
piazza del mercato, in mezzo a popolo spaventato
e muto.
Nè le congiure si limitavano alla città; ma nelle
provincie, dove erano più libere per l'assenza o
scarsezza delle forze del governo, diramando si
spiegavano in aperti tumulti e brigantaggio. I mezzi
di leggi non bastando per discoprire tante trame
e reprimere tanti moti, la Polizia insidiosamente
mascherava da congiurati i suoi emissari, con-
trafaceva lettere, corrispondeva sotto simulate
forme con la regina di Sicilia e co’ più conti
Borbonici; ne indagava le pratiche, le seguiva; e
giunte a maturità di pruova, le palesava e puniva.
Non inventava congiure, come maligna fama di-
ceva, ma, potendo spegnerle sul nascere, le fab-
bricava e ingrandiva; mossa da due stimoli pun-
gentissimi, timore e vanto. Allo scoprimento, gli
emissari, poco fa congiurati, si trasformavano in
accusatori e testimonii; le lettere ricercate o con-
trafalte, in documenti; il fabbro di quella rete
(perchè magistrato di polizia) componeva il pro-
cesso; e giudici militari scelti ad occasione ed a
modo, ne giudicavano. Punivansi uomini rei, ma
la reità era incitata: scaltrezza estrema delle mo-
derne polizie, pregiata come arte da’ malvagi go-
verni, abhorrita come delitto dagli onesti, tolle-
rata e chiamala talento del secolo dagli uomini
corrotti della società.
E sempre crescendo le asprezze, furono seque-
strati i beni de’ fuorusciti, seguaci del re Borbone
in Sicilia, o fuggenti dall’ abbonito dominio fran-
cese. Quella legge, giusta tra nemici, ebbe in molti
H m\\LM
CO LIBRO SESTO — 1807
casi benefica eccezione; produsse a’ privati gran-
danno, alla finanza piccolo frutto: e di poi, mu-
tato in confisca il sequestro e venduti i beni o do-
nati, viepiù si accesero le contrarie fazioni dei
due re, e novelli semi di future vendette si spar-
sero.
CAPO QUARTO
Nuovi provvedimenti e nuovi codici: molti miglioramenti
nella città e nello «tato.
• • * ) J ... .<
XXXIV. La città fu nella notte illuminata da
mila e novecen Un enti lampadi lucentissime; es-
sendo per lo innanzi così buia, che nascondeva
furti ed oscenità. Imitarono il bell’esempio le città
maggiori del regno.
oi aprì nuovo cammino da Toledo a Capodi-
monte, colle amenissimo, in cima del quale si
erge magnifica villa innalzata da Carlo HI; ma
non compiuta da lui, nè da’ re successigli. Per far
largo e diritto il sentiero si demolivano alcuni
edmzi, mentre per ampliare il fòro del reai pa-
lazzo si abbatteva il convento e la chiesa di San-
Trancesco di Paola. Le quali rovine, biasimate
dal volgo, erano applaudite da’ migliori aspettan-
done effetto di utilità e bellezza : ed allora fu edi-
ficato il ponte della Sanità, magnifico per mole,
difettivo per arte. Pervenuta la nuova strada alla
reai villa, geminandosi, incontra con un ramo il
gran cammino d’ Aversa, e con altro, serpeggiando
per l’orientai pendice della collina, mette capo al
Reclusorio. Quell’opera chiamata, per omaggio al
Digitized by Google
LIBRO SESTO — 1807 61
nome, Corso-Napoleone , fu delta, dopo il rovescio
della gran fortuna, strada di Capodimonte.
XXXV. Il giuoco, vizio di ogni popolo e di
ogni età, moderato e ristretto dove i costumi sono
ci\ili, era smodato ed arriscliioso nella nostra
città. Nè meno grande del giuoco la vaga libidine,
figlia pur essa di corrotti costumi, in Napoli più
che altrove abituale per gli ardori del clima e le
antiche leggi del celibato. Nuovi provvedimenti
del governo vietavano i giuochi privati, permet-
tevano i pubblici, col profitto al fisco (fi ducati
cento ottantamila all anno, indi a poco salito a
duecentoquarantamila. Ed alle disoneste donne,
numerate e descritte in un libro, 1 infame traffico
eia concesso con un foglio da rinnovarsi in ogni
mese, a prezzo vario come di merce, dipendendo
la misura del pagamento dalla bellezza e dal lusso
della meretrice.
Ne’ dì prefissi le due ordinanze ebbero effetto.
In un vasto e ricco palagio destinato a’ cimenti
della fortuna esposero a mostra del pubblico in
vane stanze tutti i giuochi: danaro in copia su i
tavolini, pegno ed incitamento alle smodate spe-
ranze} 1 appaltatore ed i suoi ministri splendidi
per gemme e vestimenti; i magistrati del governo
in abito di ufizio; e poi giocatori e curiosi a folla.
Ed in altro luo^o della città convennero le me-
retrici, che medici prescelti ricercavano sul cor-
po, mentre un uffiziale di polizia prendeva pen-
siero delle inferme, altro rilasciava alle sane le
patenti, esigendone il prezzo; ed altro, di mag-
gior grado, a cpiegli atti osceni presedeva. I quali
vizi meno osservati, allorché sparsi e nascosti nella
62 LIBRO SESTO — 1807
città, ora uniti, manifesti e legittimi, comparivano
più grandi e disonesti Ma frattanto di mese in
mese scemavano le meritrici ed il morbo, i gioca-
tori ed il giuoco; e perciò quelle ordinanze e quelle
pratiche, al volgo attestatici di sfacciati costumi
e di reggimento licenzioso ed avaro, erano vera-
mente per la corruttela de’ tempi necessità di
governo.
XXXVI. Spesso il re a diporto, o per visitar le
province, si partiva di città. Percorrendo i colli
rlegrei, volendo mostrarsi dotto delle romane
istorie, biasimò in Baja il temerario ponte e le
crudeli feste di Cajo; inorridì a Lucrino della in-
fame memoria del matricida; e disse sulla distrutta
Cuma: « Cosi pure col volger de’ secoli i monu-
menti dell’imperatore Napoleone saran sepolti ».
Visitò in Sorrento la casa del Tasso, e vistane la
povertà, ordinò che a rincontro con denaro pub-
blico si ergesse magnifico monumento. In Amalfi
largì doni a’ discendenti di Gioja. In Pompeia
comperò le terre che sotterravano la città, essen-
done in quel tempo poca parte scoperta.
Viaggiò negli Abruzzi ed in Molise, dipoi nelle
Puglie. Fefmavasi nelle città, spesso ne’ villaggi
a mostrarsi benefico, liberale, clemente. Chiamava
6. consiglio pubblico i' notabili; e per loro voto
premiando gli uffiziali commendati, mutandogli
odiosi, punendo gli accusati, rinviò in Francia
un generai francese, rivocò un intendente, elevò
oscuro prete a consigliere di stato : creava i ma-
gistrati come tra comizi. Sperava l’ amor de’ sud-
diti, che non ottenne; avvegnaché la popolarità
e la clemenza sono pompe de’ re, e solamente la
giustizia e il contegno sono istromenti d’imperQ.
LIBRO SESTO — 1807 G3
XXXVII. Si fece lunga legge per le cerimonie
f mbbliclie, altra per quelle (li corte : uniformi alle
eggi di Francia dettate da Buonaparle, che al
fasto degli antichi re francesi aggiungeva l’alte-
rezza dell’indole propria, e la superbia de’cam-
S i: modi sconvenienti a re nuovi, nati nel popolo,
al popolo innalzati, ed aventi con esso interessi
e fato comune. 11 lungo esercizio delle monar-
chie europee, la pazienza de’ soggetti ridotta in
costume, la corruttela de’ tempi, il bisogno di ri-
formare le società, facevano e fanno necessario
l’uhzio de’ re. Ma si soleva a re nuovi potenza re-
gia, modestia di cittadino, mancando ad essi il
prestigio degli antichi. E però la vecchia monar-
chia esser poteva una dignità, la monarchia nuova
non doveva essere che magistratura : quella pro-
cedendo da nascita, indi da caso e fortuna, que-
sta da scelta o conquista, indi da merito o da
virtù; e l’una sostenendosi per fasto, nomi e vana
superba aristocrazia, e l’altra per forza, popolo
ed aristocrazia sì ma sociale e chiara di opere e
di servigi. I re nuovi potevano megliorare gli an-
tichi re, ammodernandoli con l’esempio de’suc-
cessi e della ragione; ma nc furono corrotti con
l’esempio del fasto e del comando, così che da
proprio fallo i nuovi caddero, gli antichi vacil-
lano; e l’autorità regia e la ragione de’ popoli
combattono, a modo di fazioni, con le armi usate
delle ribellioni e della tirannide. Vi ha nella na-
tura delle presenti società, e per fino nel genio
del secolo un’ arte che giovi a’ popoli, un’altra che
giovi a’ re; chi prima la scuopfe e l’adopera avrà
vittoria sull’altro. E qui mi arresto perchè lo sde-
gno de’ tempi tronca il mio stile.
6? LIBRO-SESTO 1807
XXXVIII. Altra legge compose lo stemma reale
che nel mezzo dello scudo aveva l’ arme imperiale
francese, intorno a questa le insegne delle quat-
tordici provincie del Regno, ed una, in maggior
campo, della Sicilia; la collana della Legione di
Onore di Francia contornava lo scudo sostenuto
da due Sirene; il manto normanno per foggia e
colori sosteneva in cima la corona regia; ciò che
F iù risplendeva, non era delle Sicilie, ma di
rancia. Se per emblemi si rappresentavano i
nuovi codici, l’ordinata finanza, la migliorala
amministrazione, 1 abolita feudalità, idisfatti con-
venti, l’accresciuta civiltà, la collana di quei se-
gni era conveniente a principi nuovi; ma costoro
eh' esser potevano del piccolo eroico numero degli
ordinatori e riformatori degli stati, preferirono
di confondersi nella moltitudine de vecchi re,
benché vi fossero male accolli, abbietti, ultimi e
traditi. In quel tempo furono coniate monete
d’oro e di argento con la effigie e’1 nome di Giu-
seppe re delle due Sicilie, mentre Ferdinando IV
con lo stesso titolo, nell’anno istesso, faceva co-
niarfe in Palermo altre monete di egual valore.
Due re di un regno contemporanei confondereb-
bero la mente dei posteri, se le medaglie non le
istorie si conservassero.
XXXIX. Pure tra i falli or ora descritti, le no- fj ,
velie instituzioni, generate da positivi interessi di
società e dal genio del tempo, assodavano; e le
guerre esterne, le intestine discordie ritardavano
solamente, senz’ arrestare il naturai progresso del
bene. La fazione del governo di giorno in giorno
aggrandiva, la contraria scemava, e causa non
LIBRO SESTO — 1807 65
■poca del doppio guadagno era il dar fede, im-
piego, autorità, stipendio a settari della opposta
parte, de’ quali parecchi tradivano i nuovi impe-
gni e n erano castigati; molti presi da comodo
ed ambizione servivano il governo con maggior
zelo de suoi partigiani. Così la mescolanza delle
opinioni civili spegne ne’ governi forti le passioni
e gl interessi di parte; ne’ deboli, i governi.
Concorrevano al miglioramento delle nostre
cose le vittorie dell esercito francese in Alemagna.
La battaglia di Eylau preparò quella diFriedland,
e questa pose fine alla guerra; perocché disfatto
appieno l’esercito prussiano, sconfitto il russo,
presa Conisberga, spinto il re Federigo fuor dei
suoi stati, risospinto f imperatore Alessandro verso
la sua Moscovia, la pace chiesta da’ vinti fu con-
chiusa in 1 ilsit. Si fondò per essa il regno diVe-
sfalia dato a Girolamo Buonaparte, si aggrandì il
regno di Sassonia degli stati polacco-prussiani,
cd il regno di Olanda della signoria di Tever;
furono riconosciuti la Confederazione del Reno,
e Giuseppe re di Napoli, Luigi di Olanda, Giro-
lamo di \ esfalia, se non che per il primo non si
faceva motto della Sicilia, ed a noi piaceva il si-
lenzio come speranza di pace con la Inghilterra.
ei ciò dopo 1 ilsit, gli stati nuovi si afforzarono;
parve necessità di destino l’imperio di Buona-
parte, e tutte le menti amiche o nemiche, pensa-
ne 0 insipienti, credendo compita la nuova ci-
viltà europea, viddero ne’ tempi appena scorsi e
negli attuali, per diversità dire, di leggi, d’inte-
ressi, due differenti secoli della società.
Ma vicino all alto, come è costume della for-
CoLLETTA, T. 1IL 5
-3 LIBRO SESTO — 1807
tana stando i precipizi, cominciarono in quel
Irmno istesso gli sconvolgimenti della casa di
Spagna; la quale debole versole nazioni esterne,
avvilita ne suoi stati, corrotta nella reggia, ne
«va delle ,«dM Regali f uoech a cuptdi*
,n regnare, ed a nrndo barbar.: d «f °
r r a rigtna°nào il Aiuòlo, B
madre aVcnslndt Ufi^to eV»* r ‘^° £
trama e cagionando aspre pene a confi ?
suonarono nel regno le tnr 1 ..tudm Mla regg.a,
più invili l’autorità de supremi, si coni user g
interessi pubblici e le private ambizioni, par g
«davano i soggetti, s’agito la Spagna. ...
h Lo scaltro imperatore de t rancesi vidde in quei
disordini la opportunità di facile con ‘F 1 * ? *
bramò. 11 suo esercito che tragittava per h i V*
chia Castiglia onde arrecar pene al 1 ortogatlo
dell’amicizia britanna, il sentimento d «rrwisti-
bile forza per le recenti vittorie di Freidland e
di Jena, il nessun sospetto di vie, na ?“«^opo
: trattati e le conferenze di Tilsit, il motivo ai
assaltare la Spagna dall’editto di guerra del prin-
cipe della Pace, U benefizio o il lH S o S .K, t , so
Póne
:“”iÌ“mfin?ramSne, la insazietà d'im-
perii gli posero in animo il r ro r.°"i“ 1C ^?pi r * e “|- l
Seda' ^dX'rtoo'Xemi furono le
hstttss&v*
4
LIBRO SESTO — 1807-8 67
eventi clie lo avevano menato a. quell’ altezza, e
lormano la impercettibile necessaria catena di
cause e di effetti regolatrice del mondo: quindi
ogni opera umana se portasse impresso lo stato
morale dell’operante, assai più esatti sarebbero i
nostri giudizi ■ parecchie azioni, credute errori,
apparirebbero necessità, e molto di maraviglia per-
derebbe la istoria. Napoleone stabilì di condurre
al trono di Spagna il re Giuseppe, il quale essen-
do delia stirpe francese e passandovi dal trono
ai mpoli rammentava i fasti di Luigi XIV e di
Lario III, ed appagava la insana napoleonica vo-
gha d imitare i Borboni. Giuseppe nell’ultimo
mese del 1807 recatosi a Venezia e avuti con l’im-
peratore segreti abboccamenti, ritornò in Napoli.
beco trasse il decreto imperiale dato in Milano
nel dicembre, più ampio dell’altro di Berlino del
precedente novembre, amen due relativi al blocco
continentale, divenuti leggi europee. Se in quei
decreti alcuno cercasse le regole della economia
pubblica, fremerebbe al vedere spezzato il com-
mercio fra nazioni, tolto premio all’industria
menomati alcuni valori, altri distrutti; e direbbe'
nel rogo dove ardevano le manifatture indesi
brucare i libri dello Smith u del Say.la bugola
di Gioja, 1 frutti dell opera prodigiosa del Co-
lombo. Perciò il blocco sembrò alla moltitudine
nuovo delirio dell’umano spirito; ma sebbene
suggerito da sdegno e da vendetta, fu ponderato
concetto diBuonaparle, sapienza di stato, e mezzo
tale di guerra che fiaccava le armi più potenti
del nemico, le ricchezze. Per esso le industrie,
chiamate dal bisogno ed allettate da smisurato
-Pigitized by Google
68 LIBRO SESTO — 1808
guadagno, mul triplicarono; e però cresciute in
Europa le produzioni, il commercio nuovo disor-
dinò l’antico, ma le condizioni della vita e della
civiltà migliorarono. E per le stesse cause fu visto
con meraviglia nell’anno i8i5 nazioni ricche in
guerra impoverire nella pace.
XL. In una lunga e fosca notte del gennaio,
scoppio come di mina, secondato dal romore di
fabbriche rovinanti, destò dal sonno cd impaurì
gli abitatori della riviera di Ghiaia: e veramente
per esplosione di polvere precipitarono ventidue
stanze del palagio di Serracapriola, abitato dal
ministro di polizia Saliceti. Egli stando in altro
braccio dell’edifizio senti solamente scuotere le
mura come da tremuoto; ma la figlia gravida di
sei mesi, ch'era in letto ancor desta, fu tirata con
le rovine della camera nella corte, cd ivi coperta
di sassi e di calcinacci; lo sposo, duca di Lavello,
cadendo si divise da lei e restò tramortito sulle
rovine: precipitavano dall’altezza di quarantasei
palmi, die sono metri dodici.
11 ministro, che momenti prima era entrato in
casa, sollecito della figlia, seguito da un servo,
salì all’ appartamento ov’ ella dimorava; ma sì den-
so era il fumo, e più del fumo il polverìo, che la
luce di un doppierò sembrava morta , ed egli cammi-
nava per pratica del luogo, gridando: Carolina, Ca-
rolina (era il nome di lei). Àd*un tratto mancò il suo-
lo; egli cadde col servo sulle ammassate rovine,
e sollevato da parecchi nel palagio accorsi, tra-
scurante di sè benché ferito, non ristava a cer-
care della figlia.
Un famigliare di lui, Ciprian^ lo stesso che an-
LIBRO SESTO — 1808 69
ni dopo mori in Sant’Elena servendo Buonapar-
te, prega da tntli silenzio; e montando sopra quei
cumuli abbassa a terra il capo, e da luogo in luo-
go, da fesso a fesso tra le rovine va chiamando
con voce altissima e prolungata. Carolina; e tosto
dove ba messo il labbro adatta l’ orecchio per sen-
tire o risposta o lamento. Alla quarta pruova par-
gli udir voce ;c più attentamente ascoltando, grida
verso i molti che pendevano da lui: è qui f correte.
Tutti accorrono, e sì eh' è inciampo lo zelo, tar-
danza la sollecitudine; ma quella misera disotter-
rata, trasportata come morta in una vicina stanza
del terreno, risensata dopo alcun tempo, veden-
dosi nelle braccia del padre, esclama a lui tron-
camente: ricerca del maritp.
Fra le angosce di poco innanzi trovato sulle
rovine un corpo nudo creduto morto, portato
fuor del palagio, erasi lasciato sulla strada. Que-
gli era il duca di Lavello, che dipoi conosciuto
e confortato riebbesi, e si raccolse nella camera
istessa col suocero 6 la moglie: tutti e tre in va-
rio modo, con diversità di pericolo, feriti; il servo
caduto col ministro n’ebbe infrante le gambe;
altro servo che dormiva in una delle dirupate
stanze, vi fu morto; cinquantatrè persone abita-
vano il palagio, e, purché l’uno morisse, non fu-
rono di ritegno al delitto. IVella mattina, trentuno
di gennaio, la città di quei casi informata inti-
morì; i nemici di Saliceti, che molti ne conteneva
la corte di Giuseppe, ragionavano dell avveni-
mento con sorriso e dileggio; la Polizia ne fu sver-
gognata, Saliceli da cento punte tralìttoj delle
quali asprissima era F offesa vanità, è il vedersi
70 LIBRO SESTO — 1808
vinto in astuzie , eli’ erano a lui tesoro di antica
fama e mezzi presenti di uflizio e di ambizione.
Tal uomo che partigiano di libertà, o ministro di
re, fra gli sconvolgimenti di Francia e d’Italia,
intrepido aveva affrontato mille pericoli di rivo-
luzione o di guerra, ora largamente piange di af-
fetto comune, la vergogna.
XLI. Disgomberando le rovine, si trovarono i
resti di una macchina tessuta di corde intrise
nel catrame, avvolte a molli doppii, capaci di
trentamila rotoli di polvere (kilogrammi 29 ì/S).
Era stata collocata sotto l’arco di una scaletta in-
terna dell’ edilizio, alla quale avendo solamente
accesso un tal Yiscardi, settario dei Borboni, ne-
mico a’ Francesi, uomo tristo e di mala fama, la-
sciato in quel luogo con la sua farmacia per tra-
scurala o fatalmente, fu insieme a due tìgli e
tre discepoli carcerato. Molte altre ricerche nella
città e nelle province usava la Polizia, più che
non mai vigile ed operosa, famelica di vendetta;
ella spiando ogni casa, ogni uomo, scoprì altre
congiure ordite contro lo stato, e criminose cor-
rispondenze con la regina di Sicilia, con la Vii-,
latranfo, col Canosa; e trame, combriccole, dise-
gni atroci. 3 Iolte persone, per lo più ree, e pur
taluna innocente, furono imprigionate; più molte
fuggirono o si nascosero, tutti tremavano: un mi-
sfatto di fazione si slargò in calamità pubblica.
Alcuni degl’ imprigionati, e sopra tutti i Yiscar-
di, erano governati aspramente dagli uffiziali di
polizia, e perciò il padre per debolezza di età,
numerando seltantasei anni di vita, o per abitua-
le perfìdia, rivelò, avuta promessa di perdono.
LIBRO SESTO — 1803 71
tutte le parti del delitto. Disse essere opera della
regina di Sicilia e del principe di Canosa; emis-
sari, alcuni venuti di Palermo, ed altri tenuti in
pronto in Napoli; scopo, la morte di Saliceti per
odio e perchè inciampo al preparato rivolgimento
del regno: descrisse fa macchina e dove collocata,
e quando (all’ entrar del ministro nel palagio)
diedero fuoco alla miccia onde colpirlo mentre
passava per la camera sopraposta , e come la
esplosione fu ritardata dalla timidezza. dell’ incen-
diatore, ed in qual modo fuggirono i colpevoli
sopra barca verso Ponza o Sicilia. Rivelò nomi,
tempi, particolarità; mescolò cose false alle vere;
incolpò un figlio assente e sicuro in Palermo; ma
f ' [iorni appresso, non più lui in potere della Po-
izia, non istraziato o minacciato, ma sol temendo
che la promessa impunità non sarebbe attenuta
se tutto non rivelasse, acculò i due figliuoli car-
cerati con seco e sopra i quali pendeva la scure
della giustizia. Ma quell’accusa, scritta di pugno
dell' empio padre, gli fu resa dal compilatore del
processo; e se del fatto si ha contezza si debbe
al Viscardi stesso, che nel dibattimento, rimpro-
verato di alcun suo mendacio, egli in argomento
di sincerità citando il foglio, lo fe’ palese al tribu-
nale ed al pubblico.
Sulle tracce delle rivelazioni di lui, e sopra
altri documenti scoperti per industria degl’inqui-
sitori, compilato il processo in pubblico dibatti-
mento, furono condannati a morte due complici,
l’uno de’ quali figlio del Yiscardi. Mantenuta al
padre la promessa, visse infamemente breve scor-
cio di vita; ed alla occasione di quel giudizio si
72 LIBRO SESTO — 1808
scoprì che nel 1799 egli aveva tentalo l’ avvele-
namento del pane che amininistravasi alle schiere
francesi; e che nel 1800 se ne fece vanto, e di-
mandò premio del servigio al governo che suc-
cedò alfa repubblica. Benché il giudizio per la
rovina del palagio fusse pubblico e stampato il -
I irocesso, alcuni dissero, altri credettero ingiusta
a condanna: essendo condizione de’ potenti far
sospetta, se a loro prò, la giustizia.
XLII. Caduti con la stirpe gli ordini cavallere-
schi de Borboni, fu instituito, ad esempio della
Legion d'onore di Francia, l’Ordine Beale delle
Due Sicilie, che aveva per fregio una stella a- cin-
que raggi color rubino, in mezzo alla quale da
una faccia l’arnia di Napoli e ’1 motto Jienox’ata
Pairia, dall’altra la effigie del re con lo scritto Jo-
seph ]\apoleo Siciliarum re x instiluil , sormontata
da un’aquila d’oro appesa a nastro turchino. N’e-
ra il re gran maestro, cui succedevano cinquanta
dignitari, cento commendatori, cinquecento ca-
valieri. 11 gran maestro nel consiglio dell’ Ordine
concedeva le nomine o gli avanzamenti per virtù
militari, per pubblici servizi, per ogni merito o
talento, al generale, al soldato, al dotto, al prin-
cipe, all’artiere; e perciò seguendo la civiltà nuo-
va si creavano le sociali distinzioni dal seno della
eguaglianza. Ne furono fregiati i primi uffiziali
biella corte e della milizia, i più celebri artisti, i
più sapienti del reame, i più grandi tra nobili;
e si riserbò buon numero di croci per i futuri ser-
vigi. 11 merito già noto delle prime persone de-
corate diè pregio a quell’Ordine nuovo, e dipoi
l’ Ordine diede pregio alle nuove persone : così
viziosi essendo i circoli della vanità.
Digitized by Google
LIBRO SESTO — 1808 73
XLIIT. Già (la due anni l’esercito francese era
nel Regno e tutte le province obbedivano al
nuovo re, fuorché Reggio, Scilla ed alcuni paesi
dell’ ultima Calabria soggetti a Borboniani e agli
Inglesi. Le città di Seininara e Rosarno con la
vasta pianura sino a Nicòtera, non presidiate da
quelli o questi, erano più afflitte delle terre sog-
giogale; perocché servivano di campo alle batta-
glie de’ due eserciti, che ordinandosi a guerra
chetamente nelle proprie linee, venivano improv-
viso ad assaltarsi. Così ne’ piani diSeminara sboc-
cò Toste guidata dal principe di Philipstadt, che
forte di numero ed impetuosa per prima mossa,
respinse perditori i Francesi a Montcleone ed
accampò aMilelo. Mail generai Regnier, radunate
le squadre riassaltò il campo, lo disfece, fugò il
nemico sino a Reggio, e ritornò a’ suoi posti, non
avendo forze bastevoli a mantener quelle nuove
terre e a cingere di assedio la città di Scilla che
gl’inglesi guardavano.
Afforzatosi al cominciare di febbraio con nuovi
reggimenti andò contro Reggio, e poiché parte
(li strada che mena alla città costeggia il mare,
ivi quattro navi inglesi, remando vicino al lido,
facendo fuoco vivissimo di cannoni, uccidendo
soldati francesi, rompendone le file, lardavano
il cammino all’esercito. In quel mezzo volle for-
tuna che si alzasse temporale di mare, sì che i
legni lenevansi a stento fra le procelle; ma tanto
importava il combattere che non si slonlanavano
dal lido, benché arte di navigare il consigliasse,
nè cessavano di tirar colpi, che per i moti delle
onde raramente offendevano.
Digitized by Google
-A LIBBO SESTO — 1808
Crebbe il vento: ciò che sino allora era stato
zelo ili guerra diventò necessità, dapoichè le navi,
furiosamente spinte verso terra, non più potevano
girar largo; e le ciurme intendevano non più a
combattere, ma a salvarsi. A que’ pericoli veduti
da Messina, dove stava sull' àncore l'armata in-
glese, il capitano Glaston comandante di un va-
scello imbarcò sopra legno corridore, un brick,
veleggiò verso Calabria. I Francesi osservando
gl’ impedimenti delle piccole navi e l’altra più
grande oramai vicino a soccorrerle, gittansi a
nuoto, pervengono, portando in bocca la spada,
a que’ legni, ed ivi si uncinano con la sinistra
mano al bordo, con la destra combattono, si ram*
picano co’ piedi, trionfano; e cosi quattro navi
armate di cannoni sono predate da fanti nudi.
Il brick, cacciato sulla costa di Calabria da furioso
libeccio e dalle correnti, si arrena; i Francesi, ve-
dendolo in quello stato, corrono al vicino lido,
altri mettonsi a nuoto; si combatte due ore; muore
il capitano; il legno che aveva quattordici can-
noni, non pochi soldati e numerosa ciurma, si
arrende.
XL 1 Y. Per questa vittoria, nella quale com-
batterono col valor francese i venti e la fortuna,
inanimito il vincitore, debellò nel giorno istesso
la città di Reggio, spingendo il presidio di otto-
cento soldati nel piccolo castello che al di se-
guente si arrese. E subito Regnier voltate a Scilla
le schiere, le artiglierie, gli strumenti di guerra,
il di 4 di febbraio ne cominciò l’assedio che ai
17 terminò, ritirandosi gl’inglesi sopra lepre-
parate navi per una scala coperta, intagliata con
LIBRO SESTO — 1808
75
gran fatica nel sasso vivo ne’ diciotto mesi che
colà dominarono. I Francesi trovarono il castello
vuoto d’uomini e guasto raen dalla guerra che
dalla prudenza e dal dispetto de’ fugati presidii.
E poiché nessun fatto memorabile dell assedio
mi trattiene su quel subietto, finirò notando che
dopo la espugnazione di Reggio e di Scilla non
rimase alla bandiera borbonica nel reame alcuna
sede, nè all' antico re alcun segno di dominio o
di speranza.
XLV. Ebbe il Regno nuove leggi, le stesse di
Francia componenti il codice Napoleone, così
chiamato perchè Napoleone primo consolo e le-
gislatore gli aveva dato a comune gloria il suo
nome: erano le civili, le penali, di commercio
e di procedimento criminale e civile. Il codice
civile raccogliendo le dottrine legislative della
sapienza antica greca e romana, e della moderna
europea, dividevasi nelle due parti cui si anno-
dano le sociali relazioni, persone e cose ; di ogni
} >arte un principio vero ed eterno reggeva tutte
e leggi di quel titolo ad esempio della natura,
che da cause semplici e sole deriva innumerevoli
effetti. Del titolo delle persone era principio il
matrimonio, patto civile in alcuni codici e perciò
variabile come ogni altra civile transazione, sa-
cramento in altri ed immutabile come cosa di
Dio; ma nel codice Napoleone era vincolo natu-
rale, insito all'umana specie, non fortuito, non
fugace, ma pensato da conjugi e durevole. Era
le cose la eguaglianza fra
stretta o necessaria, non potendo essere ingiuste
V
t
risiede la giustizia più
%
76
LIBRO SESTO — 1808
e le ragioni de’ cittadini.
XLYI. Delle due parti del codice di commercio,
la esterna mancava, la interna fu diligentemente
ordinata, la frodi antivedute o punite, le perdite
provenienti da avversa fortuna soccorse. Sembre-
rebbero eccedenti le regole o legami imposti ai
commercianti, ina il lungo uso degl’inganni, la
rilassatezza delle antiche ordinanze, l’ avarizia
rigore. Speriamo giorno in cui sieno soperchio
quelle catene, che ora per vergogna del secolo
>ena bastano. Concetto sapientissimo del codice
a instiluzione de' tribunali di commercio, giu-
dici i commercianti, eletti da commercianti, e
mutabili a tempo; giuiy di commercio. La parte
esterna del codice, la internazionale, trasandata
per furor di guerra e di sdegno con Ja Inghilterra,
speravasi nella pace.
XLVII. 11 codice penale, comunque fosse in
Francia, non era per noi adatto e giusto; peroc-
ché comportabile e forse lodevole ad un popolo
è prender leggi civili di altro popolo, essendo
oramai comuni in Europa i sociali arlifìziali inte-
ressi. Ma le cagioni delle leggi penali trovandosi
nella natura fisica e morale delle società, ed es-
sendo vario il sentire, vario il soffrire delle varie
genti, non è uguale a tutti gli uomini la colpa
ne’misfatti, la pazienza al dolore; *perciò i ca-
stighi adatti per gli uni sono per altri o soperchi
o leggeri. E difatti erano per noi difettive le scale
de delitti e delle pene, aspri soperchiamente i
supplizi, prodigalo quello di morte, tali dovendo
Digitized by Google..
LIBRO SESTO — 1808 77
essere nella Francia gli effetti del troppo rivol-
gersi per venti anni e del morir troppo; cosi come
conservata per alcuni misfatti la confiscatone, si
puniva de delitti degli avi la innocente ignota
posterità, ingiustizia pur derivata dalle abitudini
della Rivoluzione, ossia dall’ avarizia e cupidigia
di lei, e dall’ aver visto a migliaja patrimoni spo-
gliati, opulenze disfatte, e figliuoli poverissimi di
Ficchi padri. Era serbato l’uso per parecchi casi
di governo di lasciare in custodia della 1 olizia
l’uomo assoluto da’ magistrati, necessità o miseria
di tempi, subietto di passaggera ordinanza non
di codice. Si abusava la pena della berlina, torse
giusta dove è comune fra cittadini il senso di ver-
gogna , ingiustissima tra noi dove la vergogna
è nulla per guasti costumi, o troppa per natura
come provano due fatti che nari ero.
Per ladronecci fu condannato alla berlina ed
a ferri un uomo della più bassa plebe, di persona
sconcia oltre ogni credere e goffa, e per que a
bruttezza molti del popolo beftandolo alla berlina
lo motteggiavano, ed egli sfrontatissimo e pronto
rispondeva a motteggi, confondeva ì beffatoli,
ridea con essi, convertiva in giuoco e scena il
SU1 Jù alTempo ÌQ altra parte J e l Regno av-
veniva caso contrario e miserevole. I na donzella
di onorata famiglia e di padre rigidissimo, presa
.di amore per ardilo giovane e incintasi, vergo-
gnosa più che onesta procurò di abortire; ma da
vigorosa salute impedito l’effetto, chiusa in casa
per nove mesi, tristamente visse, ajulata dalle
cure pietose di una zia. Sgravatasi (madre infelice
78 LIBRO SESTO — 1808
e snaturata) tollerò che il figliuolo fusse esposto
in una notte (l’inverno su la via dove misera-
mente mori; sì che avutasi del delitto contezza e
pruova, fu condannata a lunga prigionia ed al
supplicio, secondo il codice, della berlina. Nel
E omo fatale la infelice con infame corteggio per
strade più popolose della sua patria, preceduta
dal banditore che divolgava il misfatto, giunta
al luogo dello spettacolo fu trattenuta dal carne-
fice che le impose al capo il cartello indicativo
del nome, con l’aggiunto « uccise il figlio?». Ed
allora furono viste tremar tutte le dilicate mem-
bra, e ad un tratto arrestarsi, così che lo spietato
assistente credendola ributtante al castigo, la mi-
nacciò e la spingeva; ma quella cadde bocconi
alla scala del palco, perchè soffocata dalla ver-
gogna era morta. Non dirò chi ella fosse acciò
del tanto desiderato mistero goda almeno il suo
nome.
XL\ IH. 11 codice di procedimento criminale,
non legato come il penale alle condizioni di luo-
go e di tempo ma tenendo principio dall’umano
giudizio e dalla ragione, è immutabile, eterno.
Si vorrebbero codici penali quanti sono i popoli
e le età, ma un sòl codice di procedimento (pur-
ché ragionevole) basterebbe per sempre a tutte
le genti. Non fu dunque per noi errore o pericolo
il prenderlo di altra nazione, ma sventuratamente
era imperfetto. Buonaparte , primo console, tollerò
in Francia la istituzione de giurati; imperatore,
ne vietò a noi 1 esercizio, e Giuseppe per neces-
saria obbedienza non ne fece motto nel nuovo
codice.
LIBRO SESTO — 1808 79
Altro difetto era ne’ magistrati di eccezione,
tribunali di polizia, corti speciali e prevostali,
commissioni militari. La falsa ed iniqua dottrina
ebe il criminal processo è l’ agone dove combat-
tono la legge e l’ accusato, ha prodotto e produco
danni gravissimi alla società; perciocché di quella
immagine sono effetti necessari togliere nell ira
armi al nemico, aggiungerne alla propria parte,
e ne’ misfatti più odiosi alla società ed al governo
scemar difese agli accusati, accrescere agli accu-
satori mezzi di offesa. Questa è l’origine de’ tribu-
nali di eccezione. Ma se il processo fosse creduto,
qual è, il sillogismo per discoprire il delitto, non
cerclierebbonsi modi varii, lunghi o brevi di ar-
gomentare; chè siccome in prova di certezza un
sol ragionamento è il più giusto, tal nella scienza
criminale un solo è il vero fra tutti i possibili
procedimenti. Numerati gli errori del nostro co-
dice con animo più allegro ne discorro i pregii.
Principal pregio il pubblico dibattimento, mez-
zo di giustizia più giovevole del giurato, che è
mezzo di civiltà, avvegnaché più della civiltà la
giustizia è il bisogno de’ popoli. E pregii gli effetti
necessari di questo atto istesso, la pubblicità dei
giudizi, i' convincimento morale ne’ giudici, il
ritegno alle inique sentenze dal grido pubblico;
perciocché tra Napolitani sospettosi e torbidi,
quanto scarsi di animo e di politica virtù, mia
(non già le mille che i moderni novatori imma-
ginarono) è la guarentigia della civile libertà, la
manifestazione di ogni opera del governo.
Ed altro non minore pregio del codice fu quella
parte (Iella giustizia che puniva i piccoli falli.
80 LIBRO SESTO — 1808
ingiurie, baiti Iure leggiere, violenze al pudore}
innanzi tollerale perché il duro-governo vicereale,
e la feudalità, e fa divisione di ceti, avevano ab-
bottata la plebe. Ma l’amor di eguaglianza fervido
a’ giorni nostri, l’ abolita feudalità, e re nuovi in-
nalzati al trono di mezzo al popolo, vietavano
che quelle soperchiatrici costumanze reggessero.
Intendevano ad estirparle le leggi dette correzio-
nali, specie di censura troppo severa ne’ tempi
civili, mite e santissima ne’ corrotti.
XL1X. Del procedimento civile, che per brevità
unisco alla legge costitutiva da’ magistrati, erano
difetti avaro spirito di finanzierò guadagno, e
troppa mole di atti e corso troppo lungo di tempi
giuridici; ed erano pregii la competenza assicu-
rala e sollecita, i mezzi di giustizia locali, la pro-
prietà accertata da un registro pubblico degli atti
civili e delle ipoteche, la scala de’ giudizi non in-
terrotta, la indipendenza de’ magistrati, la insti-
tuzione di un magistrato supremo, detto Corte di
Cassazione, sostenitore e garante delle leggi, fruito
delle novelle scienze filosofiche e legislative, do-
cumento per sé solo dell’altezza del nostro secolo
sopì? i passali.
L. Al tempo stesso si ordinarono i tribunali-
per l’amministrazione, e furono: un consiglio
d’intendenza per ogni provincia, magistrato di
prima istanza nelle cause amministrative} la regia
corte de’ conti, di revisione a’ consigli d’inten-
denza per alcune liti, e di primo giudizio per
alcune altre} il consiglio di stato, di appello ai
consigli d’intendenza ed alla corte de’ conti Le
regole di giustizia amministrativa eraqo le cpmuni
LIBRO SESTO — 1808 81
del codice, il procedimento diverso, tendente a
favorire le persone e le cose dell’ amministrazione;
e quindi per natura e difetti erano magistrati di
eccezione, tollerabili in uno stato nuovo perchè
multiplicavano gli strumenti operosi de’ non ben
noti metodi governativi, non comportabili agli
stati già formati; provvedimenti però passeggeri
indegni del nome e del decoro di codice o di
legge. Intanto l'arbitrio piacque a governanti; e
sebbene il napoleonico reggimento si afforzasse
de’ nuovi interessi e degli usi del popolo, le di-
spotiche ordinanze dell amministrazione non mu-
tavano,
LI. Compiuti, pubblicati, messi in pratica gli
enunciati codici, si vidde nel Regno spettacolo
magniGco; magistrato in ogni comunità, magi-
strati maggiori nel circondario e nella provincia;
cominciare le cause sopra luogo e terminarle, i
giudizi e i pudici star sempre a fianco degl’in-
teressi e de bisogni del popolo; dismessi gli usi
assoluti, gli scrivani sbanditi, vietati gl’inganni
e i tormenti agli accusati e a’ testimonio E cosi la
immensa congerie degli errori e vizi fieli’ antica
giurisprudenza, frutto di diciotto secoli d’italiane
miserie, fra sconvolgimenti politici, domestiche
f uerre, desolataci conquiste, invasioni di bar-
are genti, superbia de’ grandi, servitù de’ po-
poli ed imperii lontani spensierati di noi, in breve
tempo abbattuta e scomparsa. Dopo di che a’ no-
stri sguardi cambiò di aspetto la legge, atto già
di potenza, ora di ragione; prima imperava, oggi
governa; voleva l’obbedienza, ora cerca la per-
suasione e’1 favore de’ popoli. Strumento perciò
Colletta, T. III. 6
82 1 LIBRO SESTO — 1803
ne’ passati tempi (quando fusse perfetta) di quiete
e di giustizia} negli avvenire, di civiltà.
CAPO QUINTO *
Partenza del re. Ultimi tempi del sno regno.
LII. Avveratosi ciò che la fama da parecchi
giorni divolgava, il re parti} e i lasciati provve-
dimenti indicavano che non tornasse. Indi ad un
mese, da Bajona bandì per editto esser chiamato
da’ disegni di Dio al trono della Spagna e delle
Indie} lasciar noi dolente} sembrargli di aver
fatto poco se mirava ai bisogni dello stato, molto
se al suo zelo, alle sue cure, alle fatiche di regno}
concedere a documento di amore un politico sta-
tuto raffermativo de' beni operati per suo mezzo,
operatore di maggiori beni.
Il quale statuto componevasi di undici capi. 11
i.° (Iella religione dello stato, confermava la cat-
. tolica apostolica romana. Il a. 0 della coivna, il 3.°
della veggenza, il 4-° dalla famiglia reale, prov-
vedevano a’ casi di morte deire, alla discendenza,
alla minorità} era parte del quarto capo la dote
della corona} e fu visto che al re Giuseppe e alla
poca sua famiglia erano dati ogni anno, fra paga-
menti del tesoro pubblico e demanio regio, due
milioni o poco meno di ducati, ottava parte della
finanza: modestia forse per antico re, esorbitanza
di nuovo, scandalo e danno nelle presenti stret-
tezze. fi 5.° capo, degli uffizioli della corona, tanti
ne stabiliva quanti erano nella corte di Napoleone
imitatrice in largo della più antica de’ re di Fran-
Digitized by Google
LIBRO SESTO — 1808 83
eia. Il 6.° del ministero, il i ° del consiglio di sta-
lo, rendevano costituzionali que’ due già formati
collegi. ■ • < .
i L’ o.° capo, del pai-lamento, statuiva un’ adu-
nanza <li cento membri, divisa in cinque Sedi-
li, del clero, della nobiltà, de possedenti, de’dotti,
de’ commercianti : ottanta de’ cento scegliersi dal
re; i venti possidenti, a tempi e forme prescritte,
da collegi elettorali nominati dal re: gli ecclesia-
stici, i nobili, i dotti essere a vita; i possidenti e
commercianti variare in ogni sessione: il parla-
mento adunarsi una volta almeno in tre anni; e
-il re, ebe il convocava, prorogarlo a piacimento
e discioglierlo: trattare delle sole materie date ad
esame dagli oratori del governo; nulla da sè pro-
porre; ciò che voce moderna* chiama iniziativa
delle leggi, non essere che regia: le sessioni se-
grete, i voti e le deliberazioni in verun modo pa-
lesate; la pubblicazione surrettizia, punirsi qual
ribellione. • ■* va ;?• .mi
Il g.°capo, dell’ordine giudiziario, il i o.° dell’ am-
ministrazione -provinciale assodavano costituzio-
nalmente le già pubblicate leggi sopra quelle ma-
terie. L’i i.° (eh’ era fui timo) , disposizioni generali ,
dìffiniva la cittadinanza, i suoi diritti, il modo di
concederla a’ forestieri, confermava l’abolizione
della feudalità, garentiva il debito pubblico, man-
teneva le vendite de’ beni dello stato, rimetteva
ad altro tempo le provvidenze per la seconda Si-
cilia. Non faceva motto di popolo, di sovranità,
di libertà civile, di personal sicurezza, che pur
sono le pompe, quasi che vgne, delle moderne
costituzioni. • . J l*
84 LIBRO SESTO — 1808
Quella legge , detta Statuto di Bajona per-
chè avea data di Bajona del 20 di giugno del
1808, era garentita al regno delle Due Sicilie
fiali' imperatore Napoleone , che allora vantava
liberalità verso i popoli per meglio ingannare
la Spagna; legge poco intesa nel Regno e mal
gradita, rimproverando ai reggitori lo sfoggiar
nomi di libertà c di pubblico bene fra le ca-
tene e le miserie di epici tempi. Ed invero costi-
tuzioni, convenevoli forse alia civiltà del dicia-
settesimo secolo, sconvenivano al decimonono
dopo che tanto c troppo erasi parlato di libertà,
di eguaglianza, di ragioni de’popoli. Ma frattanto
fu errore non senno, e sdegno non consiglio ciò
che ritenne i Napoletani a non curarne l’adem-
pimento; perocché cento notabili si adunavano
in parlamento quando estimavasi virtù parlare a
grado del popolo, sotto re nuovi, fra timori di
regno. L indole delle numerose congreghe, qua-
lunque sieno i congregati, è sempre quella del
tempo; e lo attestano i secoli della feudalità, delle
libertà municipali, del papato, delle crociate; tal
che i Napoletani, meglio conoscendo la loro età,
avrebbero trovato nella qual si fosse costituzione
di Bajona un ritegno al dispotismo.
LUI. In luglio di quell’anno 1808 parti verso
Francia la famiglia del re Giuseppe, la moglie e
due figliuoli, tre mesi avanti senza pompa regia
e quasi senza grido giunte in Napoli. Ma non cosi
modesta nè fu la partenza, che appena divolgata
andarono in corte a fare augurii di felicità i grandi
uifiziali della corona, i ministri, i consiglieri di
stato, la municipalità, i generali, i magistrati, le
Digitized by
LIBRO SESTO — 1803
8 r.
società, le accademie: era la regina di Spagna che
partiva. Nel giorno della mossa le milizie francesi
e napoletane si schierarono a mostra nella strada
di Toledo; la regina usci del palazzo, il mare-
sciallo dell'Impero Jourdan precedeva a cavallo
la carrozza regia; gli ambasciatori de’ potentati
stranieri e numeroso corteggio la seguivano; 1 im-
menso popolo spettatore accresceva magnificenza
allo spettacolo; e benché fusse a calca raccolto
per curioso talento, appariva riverenza pubblica.
A molti cavalieri e dame si diè commiato da Aversa;
ad altri da Capua; i ministri, i consiglieri distato,
altri segnalati personaggi furono congedati alla
frontiera del regno; tre dame, la duchessa di Cas-
sano, la marchesa del Gallo, la principessa Doria
Avellino ed un cavaliere, il principe <F Angri, ac-
compagnarono la regina in tutto il viaggio e ne
tornarono ricchi di doni.
Queste pompe richiamavano alla memoria le
sorti più spesso infelici delle passate regine di
Napoli. La prima Costanza, stirpe de’ Normanni,
moglie dell imperatore Arrigo, tradita in Salerno e
fra catene mandata in Sicilia al re Tancredi suo
nemico. Indi a poco Sibilla tradita anch'essa, as-
sediata e presa in piccolo castello, condotta pri-
gioniera in Alemagna col suo tenero e sventurato
Guglielmo ed altre due misere figliuole. Elena
moglie di Manfredi ansia, dopo la perduta batta-
glia, delle sorti lungamente ignote del tradito re;
infelicissima cpiando il cadavere fu trovato sozzo
e straziato da’ nemici e da’ sudditi; assediata in
Lucerà; cattiva di Carlo nel castello dell'Ovo, ed
ivi per ventura morta prima che vedesse le mi-
86 LIBRO SESTO — 1808'
serie estreme de’ tre suoi figli. Sancia vedova di
Roberto, oppressa in cento modi dalla fortunata
Giovanna sua nipote, costretta a chiudersi e mo-
rire nel convento di Santa Croce. Questa Gio-
vanna , poco appresso , svergognata , avvilita ,
assediata due volte ne’ suoi stati da’ suoi sog-
getti , pubblicamente adultera , pubblicamente
giudicata, tre volte vedova, scacciata dal tro-
no, fuggiasca, rinchiusa, strangolata ed espo-
sta morta a pubblico ludibrio. Dopo di lei Mar-
gherita vedova del re Carlo Durazzo, ucciso per
inan di schiavo in Ungheria , ed ella rifuggita col
figlio confinata in Gaeta. Indi la misera Costanza
di Chiaromonte, voluta in moglie per le sue ric-
chezze da Ladislao, cagione a lui di ristabilirsi
in trono, e subitamente ripudiata e ridotta a pri-
vate povere sorti, in presenza di fortunata rivale
e di suocera superbissima. La seconda Giovanna
che a Giacomo dà mano e trono e ne ottiene in
mercede guerra domestica e prigionia; liberata
per tumulto di popolo, è costretta ad assediare
il marito, farlo prigione, scacciarlo dal regno;
senza prole e senza speme di averne adotta Al-
fonso, che per gelosia d’ impero le fa guerra; adotta
Luigi, e (sventurata ne’ suoi benefizi) lo soffre in-
grato e nemico; vede il capo mozzo al suo caro
l’andolfello e’1 cadavere strascinato; sente tradito
ed ucciso nella reggia il favorito Sergianni; ella
stessa muore addolorata. Isabella moglie di Re-
nato fugge co’ figliuoli dal regno; raggiunta dal
marito pur fuggitivo, sente sicuro e felice in tro-
no l’inimico Alfonso. Altra Isabella moglie di Fe-
derico di Aragona profuga prigiona in Francia;
Digitized by Googli
4
LIBRO SESTO — 1808 87
ricoverata in piccolo convento di Ferrara, e colà
mantenuta poveramente per carità di alcuni fra-
ti. Io rammento nella piccola ròcca della sassosa
Ischia, travagliate, avvilite, prigioniere, due re-
gine, e tutti i resti della superba progenie ara-
gonese. E vedo Carolina d’Austria, a’ di nostri,
fuggitiva tre volte dal regno, morta in esilio, ma-
ledetta.
E tali donne, delle quali ho adombrato i tristi
casi, erano di stirpe regia e potente; mentre l’av-
venturosa Giulia Clary moglie del re Giuseppe,
cagione di questi ricordi, era nata in Marsiglia di
casa mercatante, onesta ma oscura: la fortuna
aspettava anco lei che dopo felicità breve cadde
dal trono, ma serbandosi modesta ed innocente.
I quali tutti e giuochi e ludibri della sorte sareb-
bero insegnamenti alla umana superbia, se a su-
perbe nature giovassero gli esempi.
L1V. Ai 2 di luglio si pubblicò l’editto di Giu-
seppe annunziatore del suo passaggio ad altra
impero, ch’egli chiamava peso, e tale divenne;
ai 3i del mese istesso, per decreto dell’impera-
tore Napoleone, fu noto il re successore; ventotto
giorni durò 1 interregno, e reggevano lo stato,
senza nome di re, le antiche leggi, f autorità dei
magistrali, la potenza degli eserciti, la pazienza
dei popoli. E poiché il re Giuseppe da questo
istante non più appartiene alla storia di INapoli,
io dirò quanto posso più breve l’indole di lui, e
Io stato del regno al suo partirne. Dotto e culto-
re delle lettere francesi, italiane, latine; ignorante
delle Scienze, esperto della politica ad uso fran-
cese e moderno, prudente nei pericoli, e, se cre-
Digitized by Googte
88 LIBRO SESTO — ' 1808
scevano, timido e dispietato; giusto nelle prospe-
rità, qualora non lo agitasse speranza o sospetto;
lodatore del vivere modesto e privato; sollecito
dei piaceri e delle lascivie di re ;* nei discorsi
sempre onesto; nelle opere come voleva il biso-
gno; avido di ricchezze, quanto esige fortuna
nuova ed incerta; desideroso di lauto vivere; al
fratello imperatore obbediente, devoto; studioso
di piacere a lui più che giovare al suo popolo.
E perciò bastante all’ uffizio di antico re, minore
al carico di re nuovo.
Riformava lo stata, spesso per imitazione, sem-
pre costretto ad introdurre nel regno le leggi e
pratiche reggitrici della Francia; e quindi nelle
opere di governo talora mancava la spinta del
pensiero, e tali altre volte al concepimento non
rispondeva l' effetto. Abolita, per esempio, la feu-
dalità, buoni feudi si fondavano; pubblicato il si-
stema giudiziario crescevano le Commissioni mi-
litari e i tribunali di eccezione; detestati gli spogli
del governo borbonico, spogliavansi i possessori
di arrendamene, i compratori degli ufìizii civili,
le antiche fondazioni di pubblica pietà; abbonite
le pratiche di polizia del Vanni, esecrati i giudizi
dello Speciale, giudizi peggiori, peggiori pratiche
si adoperavano. Pareva che sopra le rovine degli
errori distrutti nuovo edilizio di uguali errori si
ergesse.
Ma senza contrapeso di mali si vedevano di-
sciolti i conventi, divise le proprietà, cresciuto
il numero dei possidenti, abbassato appieno il
papato, stabilitala eguaglianza fra’ cittadini, pre-
it i
mialo il merito, ristorate le scienze, venerati
Digitized by GoogL**
• H
LIBRO SESTO — 1808 89
ciotti , avanzata la civiltà. Gli stessi errori, che di
sopra ho narrato, trovavano scusa nelle licenze
della conquista, nelle sollecitudini della guerra
e delle ribellioni, nel fastidio delle novità; disa-
stri gravi ad un popolo ma passeggieri. Le insti-
luzioni e le leggi, sole cose che durano, erano
conformi ai bisogni della società ed alle opinioni
del secolo.
La riforma fu perciò imperfetta, spregiata dal-
l’universale sotto Giuseppe, non pregiata ( come
dimostrerò ) sotto Gioacchino; ma tale che per
corso d’anni acquisterà forza e favore. Si vede in
Europa procedere, benché respinta, la nuova ci-
viltà, e dai lodatori cieli’ antico se ne fa troppo
debito ai governi legittimi, incusandoli timidi
o imperiti al maneggio degli uomini : mentre
S nella civiltà cresce come quercia nella foresta,
ìe non muore dal perdere le foglie per asprezza
del verno, nè dal troncar dei rami per forza di
scure o di fulmine, avendo nella sua natura ca-
gione e necessità di vita e d’incremento.
90
* *• \ f. * .**,.»<• J •*’'.! ri «
LIBRO SETTIMO
' » ' ' 1 . , -4
Regno di Gioacchino Murai. — Amo 1 8 o 8 a 1 8 1 5
CAPO PRIMO
Arrivo in Napoli del re, della regina. Feste.
Provvedimenti di guerra e di regno.
I. Un decreto dell’ imperatore Napoleone, che
chiamò statuto, dato in Bajona il dì x 5 di luglio
del 1808, dioeva: « Concediamo a Gioacchino
y> Napoleone nostro , amatissimo cognato , gran
» duca di Berg e di Cleves, il trono di Napoli e
» di Sicilia, restato vacante per lo avvenimento,
» di Giuseppe Napoleone al trono di Spagna e
» delle Indie ». Altri capi regolavano la discen-
denza. Era prescritto che Carolina Buonaparte,
quando mai sopravivesse a Gioacchino Murat
marito di lei, salisse al trono prima del figlio.
Che il re delle due Sicilie, finché durasse la sta-
bilita discendenza, aggiungerebbe al suo titolo
la dignità di grande ammiraglio dell’impero fran-
cese- Che mancata la stirpe Murat, la siciliana
corona tornasse all’impero di Francia. Che il
nuovo re governasse lo stato dal dì primo del
vicino agosto con le regole dello statuto di Bajona
del 20 giugno di queir anno.
«jty Goo gle
LIBRO SETTIMO — 1808 91
Un editto contemporaneo di Gioacchino pro-
metteva a’ popoli delle due Sicilie felicità, gran-
dezza, soliti vanti di chi regna; giurava lo sta-
tuto di Bajona: diceva prossimo il suo arrivo,
inculcava a’ ministri e magistrati di vegliare nella s
sua assenza al mantenimento dello stato. Con al-’
tro decreto nominava a suo luogotenente il ma-
resciallo dell’Impero Perignon.
II. Saputo il nuovo re, i iSapolitani si chiede-
vano a vicenda il natale di lui, la vita, i costumi,
i fatti pubblici; ma la fama del suo valore lutto,
invadeva le restanti cose, e sì che i mali esperti
delle virtù militari in lui temevano inflessibil
comando, cuor duro alla pietà, moli continui di
guerra e di ambizione, incapacità ed impazienza
alle cure di pace. Ai quali timori aggiungevano
fede i recenti fatti di Spagna e la ribellione di
Madrid, oppressa da Gioacchino con molla strage
di popolo. Ma dall' opposta parte così deboli e di
effetto lontano erano i benefizi del regno di Giu-
seppe e sì grandi e pubblici i sofferti mali, che
ogni vicenda di stato piaceva alla moltitudine;
la quale inoltre credendo che l’indole guerrièra
del nuovo re disdegnasse le odiose pratiche di
polizia, sperava almeno cambiar dolori, che è
genere di riposo nelle miserie. Era Gioacchino
ancor lontano, e ricorrendo il giorno del suo
nome si fecero nella città e nel regno pompose
feste, così come si usa per adulazione o timore
de’ re presenti.
A dì 6 settembre di quell’anno egli fece in-
gresso nella città a cavallo, superbamente vestito,
ma non col manto regio o altro segno di sovra-
Digitized by Google
» - *•
92 LIBRO SETTIMO — . 1808
nità, bensì da militare qual soleva in guerra.
Ricevè alla porta ( simulata con macchine nella
piazza di Foria) gli omaggi de’ magistrati, le chiavi
della città, tutti i segni della obbedienza. Figli,
bello di aspetto, magnifico della persona, lieto,
'sorridente co’ circostanti, potente, fortunato, guer-
riero, aveva tutto ciò che piace a’ popoli. nella
chiesa dello Spirito Santo prese dal Cardinal F’i-
rao la sacra benedizione, con religioso aspetto,
ma tenendosi in piedi sul trono. Passò alla reggia,
3 tutte le cerimonie con disinvolti modi adempì
quasi re già usato a quelle grandezze; la città
fu riccamente illuminata; 1 allegrezza pubblica,
J [uella che nasce da felici momentanee apparenze,
u sincera e per tutta la notte si prolungò.
III. I primi atti del regno, concedendo perdono
a’ disertori, convocando i consigli di provincia,
restringendo alcune spese per fino a danno del-
l’esercito francese ch’era di presidio nel Regno,
furono benigni e civili; diede alcun soccorso ai
militari in ritiro, ed alle vedove ed orfani del-
l’antica milizia napoletana, dal precessore abban-
dofiati; riformò lo stemma della corona per ag-
f iugnervi la insegna di grande ammiraglio di
rancia, e mutar nel suo nome quel di Giuseppe.
Ed erano i principii di regno oltrachè benigni,
come ho detto, felici; la Polizia aveva sospeso o
nascondeva i suoi rigori; le feste per la venuta
del re non appena terminate, ricominciarono i
moti di allegrezza e i guadagni del popolo per
altre feste che si apprestavano alla regina. \ i era-
no dunque molte speranze di pubblico bene e
tutte le immagini di letizia pubblica, quando il
Digitized by Googlf
LIBRO SETTIMO — 1808 93
dì a 5 di settembre Carolina Marat giunse iù città.
Fu la cerimonia meno magnifica di quella già
fatta nello arrivo del re, ma più splendida per
ammirazione della bellezza di lei e del contegno
veramente regale, e per lo spettacolo di quattro
figliuoli teneri, leggiadrissimi, e per il comune
pensiero che a Gioacchino il diadema era dono
di lei. • f/i
IY. Tra quelle feste il re maturò la spedizione
di Capri. Quell’isola, come hcr riferito nel prece*
dente libro, tenuta dagl’inglesi, fatta fucina di
congiurazioni e di brigantaggio era commessa
all'impero del colonnello Lowe, uomo tristo ed
avaro. 11 disegno di assaltarlo non fu confidato
dal re che al ministro della guerra per apprestar
armi e provvigioni, e ad un uffiziaie del genio,
napoletano, per girare intorno all’isola sopra pic-
cola non avvertita nave, e indicare il luogo dello
sbarco e le altre particolarità di guerra necessa-
rie all’ impresa. Due volte nel regno di Giuseppe
quella spedizione erasi tentata, ed altretante per
mancanza di secreto tornata a vuoto, anzi a dan-
nò e vergogna, perchè le nostre navi sconstrate
dalle navi nemiche furono prese o disperse. m
Quell’isola lontana da Napoli ventisei miglia,
tre dal capo delle Campanelle, s’eleva dal mare
tutta in giro per alte rocce; una strettissima cala
che chiamano Porto dà mal sicuro ricovero alle
piccole navi; angusta spiaggia di arena in altro
luogo permetterebbe lo approdare a’iegni sottili,
ma lo impedivano potenti batterìe di cannoni e
fortificazioni e trinciere. L’interno dell’ isola! divi-
desi in due parti, l’una ad oriente poco alta, Val-
94 LIBRO SETTIMO — ' 1807
tra ad occidente altissima; in quella è la città,
pur detla,Capri, e molte ville, il porto, la marina,
i superbi segni della tiberiana lascivia* e terreno
fertilissimo coperto di vigne; nell’ altra parte,
detta Anacapri, la terra è sterile e sassosa, il
cielo grave di nugoli, agitato da’ venti, e piccolo
paese vi si trova fondato a cui si giugno per unica
ed angusta strada, intagliata nel sasso a scaglioni
(che sono trecento otlant’uno) alti, e la più parte
dirupati per l’ antichità e per lo scorrervi delle
acque. Quattromila abitanti coltivano l’isola, ed
erano in quel tempo fedeli al presidio inglese,
forte di mille ottocento soldati. Dovunque mai
uomo ardito approdar potesse, l’ impediva o fossa,
o muro, o guardia: chiudevano il porto e la ma-
rina batterìe di cannoni; cinque forti, uno ad
Anacapri, quattro in Capri, bene armati, difende-
vano ogni parte del terreno; la città era cinta di
mura. Gl’ Inglesi credendo quel posto inespugna-
bile lo chiamavano lo piccola Gibilterra; ma
nulla trattener poteva l’impeto militare di Gioac-
chino, che tenevasi a vergogna vedere dalle sue
logge sventolare la bandiera nemica, e starsi i
pjresidii sicuri e spensierati.
Maturato il disegno, armate molle barche, più
molte caricate di soldati francesi e napolitani,
dato supremo comando al generai Lamarque,
nella notte del 3 di ottobre muove la spedizione
dal porto di INapoli, ed altra minore da Salerno.
Al mezzo del giorno 4 1 isola è investita da tre
parti, al porto, alla marina, ad un luogo alpestre
dal lito di Anacapri: de’ tre assalti i due primi
erano finti, benché per numero di barche e per
Digitized by Googli
LIBRO SETTIMO — 1808 95
impeto i più veri apparissero; quello ad Anacapri,
modesto e quasi inosservabile, era il vero. Qui,
sopra piccolo scoglio che le onde coprivano, sbar-
cammo alcuni ufliziali, ed appoggiando alla rupe
una scala di legno, ascesi all allo arrampicandoci
tra quei sassi per non breve cammino, indi posta
altra scala e salita giungemmo a terreno alpestre
e spazioso, naturalmente coronato di grandi pietre
disposte in arco, ultimi e superabili impedimenti
per poggiare al dosso dell’isola.
Era fatta la strada: succederono a’ primi sbar-
cati altri ad altri, già più di ottanta tenevamo il
piede su l'isola, il generale con noi, in cima di
ogni scala, per segno e per trionfo stava piantata
la nostra banderuola, e i male accorti difensori
nulla avean visto. Fummo alfine scoperti: accorse
il nemico su la cresta della soprastante collina;
ma trattenuto da colpi che di dietro a’ macigni si
tiravano, e timido, irresoluto, aspettando da Ca-
pri i dimandali soccorsi, non osava di appressarsi,
e frattanto altri soldati disbarcavano, e sì che in
breve cinquecento de’ nostri combattevano.
Ma il mare si fece procelloso, le nostre navi
presero il largo; lo avvicinarsi al primo scoglio
era impossibile, piccolo stuolo di audaci che lo
tentò fu sommerso, cessò lo sbarco. Non bastando
i disbarcati all’impresa (giacché di cinquecento,
sette erano morti, centotreutacinque feriti), si at-
tese la notte oramai vicina sperando che coprisse
al nemico la pochezza de’ nostri mezzi, e gli ag-
giungesse spavento. Frattanto si combatteva in
tutto il giro dell’ isola : il colonnello Lowe dotto
in astuzie di polizia, inesperto di guerra, disor-
V
96 LIBRO SETTIMO — I80S
dinò, confuse tutte le regole del comando; come
agevolmente movevano in mare le nostre barche,
cosi a stento nell’ isola egli facea volteggiare i pre-
sidii, senz’opera e senza scopo, ed intanto Ana-
capri ed un piccolo reggimento maltese che il
guerniva non erano afforzati. Giunse la notte, e
le apparenze non le cure di guerra cessarono.
11 cielo fu per noi. Dopo breve oscurità la luna
uscita limpida e piena su l’orizzonte illuminò la
cresta della collina che il nemico guardava. Visti
i soldati inglesi da noi che i macigni e le ombre
del colle coprivano, erano uccisi o feriti; e sì che
arretrandosi, lasciando alcune ascolte che presto
cadevano o fuggivano perchè da tutti i nostri
mirate ed offese, restò il luogo deserto. Ed allora
formata in due colonne la nostra piccola schiera,
superati senza contrasto quegli ultimi ostacoli del
terreno, marciando chetamente una colonna per
la diritta, l’altra per la sinistra de’ macigni, die-
tro a’ quali a strepilo e ad inganno pur si lascia-
rono alcuni soldati a durare il fuoco, giungemmo
inosservati al piano del- colle, poco lontani dalle
squadre nemiche. Le assalimmo con impeto, gri-
da, spari e sonar di tamburi; le ponemmo in
notte e fra gl’ intrighi delle strade e del paese
pervenute a chiudersi nel forte.
Nella notte istessa, occupata la testa della lunga
scala che mena in Capri e quanta terra si poteva
e conoscevasi di Anacapri, fu circondato il forte.
Ed a’ primi albóri del dì 5, intimata la resa e
minacciato il presidio di sorte estrema se facesse
Digitized by Google
LIBRO SETTIMO — 1808 97
difesa, che 1 ambasciatore, com’è costume, di-
mostrava inutile, dopo breve consiglio, il forte
fu ceduto, altri trecento soldati si diedero pri-
gioni, e uniti a quattrocento già presi, furono a
trionfo mandati in Napoli. Yi giunsero quando
la malignità di alcuni, o la timidezza di altri, e
la ingenita loquacità della plebe, dispensiera di
sventure, diceva noi morti o presi: noi già pa-
droni di Anacapri, perciò dell’isola, superbi di
avere espugnato luogo fortissimo, assalitori, ben-
ché di nùmero quanto la quarta parte del presi-
dio nemico, e tenendo prigioni al doppio delle
nostre forze, noi, sefrancesi, lieti di combattere
sotto gli occhi di capitano antico e valorosissimo;
e se Napoletani, più lieti perchè ammirati dal
nuovo re, dalla nostra città spettatrice, e facendo
gara di arte e di animo con le schiere francesi.
In tutto quel giorno il re da su le logge guardò
gli assalti e le difese, spedì ordini e provvedi-
menti; non cessò che per la notte; ed al dì ve-
gnente, non ancor chiaro il giorno, ripigliò le
sospese cure; ma dipoi, impaziente, si recò a
Massa prossimo il più che poteva a Capri.
V. Nello stesso giorno esplorato ^promontorio
di Anacapri, posti i campi, formata batteria di
cannoni per offendere, benché ad estrema por-
tata la sottoposta città, si ordinarono tutte le parti
del militare servizio chiamando in fretta altre
schiere che giunsero per la via stessa del primo
sbarco, non avendo trovato nella calma delle
osservazioni altro luogo men disagevole di quello
scelto fra i moti e le sollecitudini della guerra.
Aspettata la notte per discendere in Capri, cre-
CoLLETTA, T. III. 7
98 LIBRO SETTIMO — 1808
elevasi ad ogni passo incontrare il nemico, giac-
ché per case, muri ed altri impedimenti era il
terreno adatto alle difese; ma il colonnello Lowe
con più di mille soldati tenevasi chiuso nella
città, onde noi, cingendola di posti nella notte,
cominciammo nel vegnente giorno ad assediarla.
Ma gl’inglesi eh’ erano in Fonza ed in Sicilia,
avvisati del pericolo di Capri, accorsero con pa-
recchi legni di guerra; e giunti corrispondevano
con l’assediata città per la via del porto, rompe-
vano le nostre comunicazioni con Napoli, tenta-
vano o fingevano assalti ad Anacapri, e per con-
tinuo copioso fuoco di artiglieria disturbavano
l’assedio. Ed allora i Franco--Napoletani, offensori
ed offesi, con accrescimento di fatica e di gloria,
provvedendo alla doppia guerra, formarono nuo-
va batteria (chiamata per onordi assedio da brec-
cia, ma che distava dalla città trecento metri),
così che aperti i fuochi, le palle, eli’ erano da sei,
bucavano i muri senza scuoterli, e bisognò me-
nomare la carica per ottenere qualche effetto di
breccia. Ma il colonnello Lowe timido per sé,
vie più discorato da parecchi Napolitani, che,
fuggiaschi per delitti o fabbri di congiure, stando
in Capri temevano di cader nelle mani della po-
lizia di Napoli, inalberò bandiera di pace; ed a
patti che si fermarono in quel giorno 18 di ot-
tobre diede la città, le ròcche, i magazzini, tutti
gli attrezzi di guerra, e* prigioni con sè stesso
settecento ottanta soldati inglesi e Còrsi, da essere
trasportati in Sicilia congiurata fede di non com-
battere i Napoletani nè i Francesi, o gli alleati
della Francia per un anno ed un- giorno; quei
. * LIBRO SETTIMO — 1808 99
•
tristi o rei che stavano in Capri ebbero asilo , prima
del trattato, sopra i legni inglesi. La città fu con-
segnata, i prigionieri in due giorni partirono; e
fra quel tempo giungevano da Sicilia, ma tardi,
altre navi, altre genti, altri mezzi di guerra.
Capri restò presidiata e meglio fortificata dai
Francesi; perciocché il recente assedio avea sco-
perto molti errori di arte, e l’isola di nemica di-
venuta parte del Regno avea mutate le condizioni
di guerra. Il governo donò i tributi di un anno
agl isolani; ma il dono era minore de’ guadagni
che innanzi facevano a cagione della liberalità
•degl’inglesi e delle occasioni di controbando, e
delle dissipazioni del denaro pubblico fra le sol-
lecitudini della guerra. Quella impresa per cele-
rità, modo ed effetti accrebbe gloria a Gioacchino.
VI. Fu seguila da importanti miglioramenti. Ri-
vocato il decreto di Giuseppe che avea messe le
Calabrie in islato di guerra, tornarono quelle pro-
vinole sotto al pacifico impero delle leggi; richia-
mati gli esuli, sprigionati i rei di stato, e sciolte
le vigilanze; tutte crudeltà di polizia estimale in-
sino allora necessarie o prudenti. Ma non per anco
fu permesso il ritorno a’ rinchiusi in Compiano,
F enestrelle ed altre pi ù lontane pr igion i della F ran-
cia; perchè grande n’era il numero, certa dimoiti
la malvagità, e del ritorno loro pubblico il danno.
Sono questi gli effetti del dispotismo : i rei, i meno
rei, gli innocenti colpiti dalla stessa pena; e quan-
do la potenza, o pentita o per circostanze tempe-
ratasi, vorrebbe rivocare quelle condanne, la rat-
tiene il pericolo che fa allo stato la libertà di al-
cuni tristi : e però sempre pessima è la sorte dei
100 LIBRO SETTIMO — 1808 * .
buoni nei rigori o nelle blandizie della tirannide.
IVel proseguimento del regno di Gioacchino molti
tornarono da quelle crudeli relegazioni, e molti
vi erano periti, i peggiori vivevano: la morte più
colpiva gl’ innocenti, perchè della ingiusta pena
più addolorati.
INel tempo istcsso si diede opera onde rimuo-
vere gli ostacoli che le vecchie abitudini oppone-
vano ai nuovi codici. Della quale opera (e il dico
in questo luogo anticipando i tempi per meglio
ordinare le materie) fu assidua la cura in tutto
quel regno; ed ebbe a principale istromenlo il
regio ministro conte Ricciardi, che qui nomino»
ad onore e a durevole gloria per quanto durar
possono queste povere carte. 11 registro delle na-
scite, delle morti, dei matrimoni fu confidalo a
magistrati civili; il matrimonio non poteva cele-
brarsi in chiesa come sacramento, se prima non
celebrato nella Casa del Comune come patto di
società. 11 registro delle ipoteche fu aperto; e più
dello stato civile ebbe contrasto, perocché molli
particolari interessi gli si opponevano: ma saldo
il governo nel suo proponimento, le proprietà
furono chiarite, i crediti assicurati: molte case
nobili, che fra i disordini e le trascuranze della
famigliare economia ignoravano il vero stato del
patrimonio avito, trovandolo scarso o nullo, di
ricchissimo che il supponevano, ne Ricusavano
a torto il governo e le nuove leggi. Per le prov-
videnze di quel libro non più si viddero ingan-
nevoli fallimenti, patrimoni dedotti, amministra-
zioni economiche date o chieste, cedo Louis, ed
altri di altri nomi fraudi alla proprietà, tanto fre-
quente nei passati tempi.
LIBRO SETTIMO — I80S 101
VII. Per la parte amministrativa furono ordi-
nate con un sol decreto la municipalità di Napoli
e la prefettura di polizia; e date a quella, tolte a
questa parecchie facoltà; sì che la già odiosa pre-
fettura divenne magistrato men regio che civico.
Fu nominato un corpo d’ingegneri di ponti e
strade: questa parte di pubblica amministrazione
istromenlo di civiltà e di ricchezze, affatto trasan-
data sotto il dominio dei viceré, sentì la magni-
ficenza di Carlo Borbone, come ho riferito nel
primo libro; ma quella virtù non fu dal figlio
seguita, sì che nel suo regnare lunghissimo por
che nuove strade si costruirono, e meno per pub-
blica utilità che a comodo delle proprie ville o
cacce. Sotto Giuseppe surse un consiglio di lavori
pubblici, e due ispezioni per i ponti e strade: il
Consiglio rimase sotto Gioacchino, .le ispezioni si
slargarono in un corpo d’ingegneri numeroso,
abilissimo, del quale dirò le opere a suo luogo.
In decreto, tra molti di Giuseppe, prometteva
in Aversa una casa di educazione per le fanciulle
nobili. Con altri decreti Gioacchino la fondò in
Napoli, nello edifizio detto de’ Miracoli; e poiché
prendevané cura suprema la regina, fu delta dal
suo nome Casa Carolina. La nobiltà delle fanciulle
non era ricercata ne titoli e nelle memorie degli
avi, bensì nella presente onestà e nel vivere agiato
e civile della famiglia; onde l istesso tetto acco-
glieva i nomi più chiari per antico legnaggio, ed
i più pregiati della nuova età. La casa in sette
anni cresciuta di merito, grandezza e fama; con-
servata, benché odiati cadessero i fondatori nel
ibi5, si mantiene ancora con le prime regole;
Digitized by Google
102 LIBRO SETTIMO — 1808
ed è siala ed è potente cagione dei costumi mi-
gliorali delle famiglie, e dell’ incontrarsi spesso
virtuose consorti, provvide madri amorose delle
domestiche dolcezze. Io ho discorso in questo li-
bro, e spesso discorrerò in poche righe, tempi e
fatti lontani, così esigendo F indole del regno di
Gioacchino, che fu di ridurre ad atto e migliorar le
^istituzioni teoriche ed imperfette di Giuseppe,
e tli spingere i Napoletani e sè medesimo alla gran-
dezza, ad ogni ambizione, ed a’ precipizi. Perciò
ni era d’uopo disegnare brevemente, e come a
gruppi, ciò ch’egli fece da successore di altro re;
e descrivere con ordine di tempi e di cose le opei'e
una all’altra succedente del proprio ingegno.
Vili. Prima tra queste fu la milizia assoldata e
]a civile. Gioacchino, al suo giungere in Napoli,
compose due reggimenti di Veliti, ed altri batta-
glioni e compagnie sotto inavvertiti nomi : astuzie
necessarie per assoldar uomini. Giuseppe non ave-
va osato porre in piede la coscrizione perchè la
ripugnanza dei popoli al militare servizio, 1 istes-
so brigantaggio, la facilità a’ coscritti di fuggire
in Sicilia, facevano temere che uomini levati per
»oì servissero di ajuto e reclutamento al nemico;
rispetti gravi e veri, non dispregiati ne’ primi tem-
pi di regno dallo stesso arrischioso Gioacchino. I
reggimenti di Giuseppe si composero di uòmini
tratti dalle carceri e dalle galere, o di perdonati
del brigantaggio, o de’ ribaldi adunati dalla Po-
lizia, o infine (e questa era la parte più pura ma
piccola) de’ prigioni delle ultime guerre della Ca-
labria; formavansi nelle piazze chiuse, s’impedi-
va loro V uscirne, ed appena instrutte andavano
Digitized by Googte
#
LIBRO SETTIMO — 1808-9
103
in lontane regioni. I due reggimenti di V éliti da-
vano minor sospetto, perchè formati di gentiluo-
mini, abborrenti così dal brigantaggio, come del
fuggire in Sicilia, lasciando alle vendette della
Polizia le famiglie. >
Per le milizie civili nuova legge e difettiva.
slegno lidio società ma del governo. Eppure la
volontà e l’opera continua del re produssero che
la milizia civile serviva, combatteva, acquistava
uso e gloria di guerra. L’ultima invasione fran-
cese nel regno di Napoli, e direi meglio nella
Italia, differisce dalle passate,, pur* francesi o di
altre genti, per alcune essenzialità, delle quali
prima e maravigliosa è armare i popoli vinti,
come non usano le conquiste; perchè a farlo si
vuole proponimento di bene operare, pensiero
di durabilità, o speranza di pubblico amore.
IX. Ma tenui ed incerti mezzi di guerra non
bastavano -a' bisogni ed alle ambizioni di Gioac-
chino. Al cominciare dell’anno 1809 si magnifi-
cavano i servigi e le ricompense de’ reggimenti
napoletani che militavano in Spagna; si profon-
devano lodi e doni ad ogni milite soldato o civi-
co che nelle continue occasioni di guerra ester-
na o di brigantaggio faceva impresa di valore;
ne’ circoli di corte, ne’ discorsi del re, negli usi,
nelle fogge, non si pregiavano che le cose e le
sembianze militari. E dopo allettato in tanti modi,
e lusingato il genio delle armi, si pubblicò la leg-
ge della coscrizione. Ogni napoletano da’ 17 a 26
% »
Digitized by Google
I
104 LIBRO SETTIMO — 1809
anni sarebbe scritto nel libro della milizia, dal
«piale tirando a sorte due nomi per mille anime
avrebbe 1 esercito diecimila giovani all’ anno: era-
no esenti, per giovare alla popolazione, gli am-
mogliati o gli unici; lo erano per pietà i figliuoli
di donna vedova, sostegni delle famiglie; e, per
mercede e ad impegno di studio, gli estimati ec-
cellenti a qualche arte o scienza. Il servizio non
aveva (ed era difetto ed ingiustizia) durata certa..
Quella legge spiacque al popolo pei oliò suo mal
destino è il disgustarsi de' tributi e dell’ esercito,
ricchezza e forza dello stato, mezzi di grandezza, ’
ili civiltà, d indipendenza. La città di Napoli, che
aveva il vergognoso privilegio «li non dar uo-
mini alla milizia, ij perde, come il perderono al-
cuni ceti e famiglie. Più ingrandiva il disgusto al
Ì >ensare che quei soldati servir dovessero gli am-
nziosi disegni dell imperatore de’ francesi, com-
battendo per causa che dicevano altrui, *in lon-
tane regioni, fra pericoli e travagli più che della
guerra, di genti barbare e climi nuovi. Il qual
sentimento era scolpilo nel cuor di tutti, così che
io stesso lo intesi dalla bocca del re quando la-
mentavasi della sua dipendenza dalla Francia e
del comandar duro del cognato; nè il dissuadeva
o consolava il mio dire (perchè forse sembravagli
adulazione ingegnosa), che le guerre dell’impe-
rator Buonaparte erano per la civiltà nuova con-
tro l’antica, e perciò di causa e d obbligo comu-
ne agli stati nuovi.
Pubblicata quella legge, ne cominciò l’adem-
pimento. Altro distintivo di quel tempo era il far
le cose di governo con l’impeto delle rivoluzioni.
r
i
• !
il
I
\
f
»
i!
»
Digitized by Googlc
LIBRO SETTIMO — 1809 105
il qual difetto era spesso aggravato del cattivo in-
gegno e lo zelo indiscreto delie minori autorità/
Si voleva , per ottenerne merito e premio, compier
S resto la coscrizione nella provincia dall’ in len-
ente, nel distretto dal sotto-intendente, nel co-
.mune dal sindaco; e così, fra tanti stimoli, spesso
le forme si trasandavano, vi erano ingiustizie, e
apparivano maggiori; e i coscritti credendosi scelti
non più dalla sorte, ma dall umana malizia, fug-
. givano o si nascondevano: fuggitivi, erano chia-
mati refrattari e perseguiti, la famiglia multata, i
gcmtoi i puniti. Le quali piaiiclie inique serba-
ronsi per alcuni anni, sino a tanto che il governo
per miglior consiglio, ed i popoli per maggior
pazienza cseguironole coscrizioni con modi one-
sti e volontari.
X. ìtvftti i soldati, si componevano in reggi-
menti di tutte le armi, s’ingrandivano le fabbri-
che militari, fondavansi nuove scuole, nuovi col-
legi. La maggior spesa per la finanza era l’esercito;
e poiché d anno in anno questo cresceva, giunsero
a tale le strettezze dell erario che le taglie non ba-
stavano; altre nuove se ne aggiunsero, le rendite
delle comunità si usurparono ; ed infine gran
parte de’ tesori di Gioacchino, fruito di guerra e
di fortuna, fu spesa per l’esercito. E tanti dolori',
tanto sl'oizo dello stalo e del re non producevano
lo sperato e fletto, perchè Gioacchino disadatto
allo studio de’ popoli, ignorante della storia di
apolide d Italia, avendo lunga c sola esperienza
de suoi, credeva gli uomini nostri, come i Fran-
cesi, aver animo proclive alla milizia, tolleranza
de travagli, stimolo e disio d’onore, intendimento .
Digitized by Google
■J' I UJ
106 LIBRO SETTIMO — 1 809
pari al proprio stato. Per ciò, e perchè sperava
che le blandizie del comando gli fruttassero l’a-
mor de’ soldati, rilassò le discipline e riponeva la
forza dell’esercito meno nella bontà che nel nu-
mero delle squadre; continuò a tirar soldati dai
condannati a pena e da prigioni; li imi va agl’in-
nocenti coscritti; di tutti perdonava i falli, nascon-
deva i difetti, secondava le voglie. Quella molti-
tudine,, chiamata esercito, non era parte della
società ma fazione nello stato; e Gioacchino, tra
quella, non re ma capo. Erano i soldati di bello
aspetto, bellameuic -restili, audaci, presuntuosi,
animosi nelle venture; e sarieno stati obbedienti
in ogni fortuna, se migliore fusse stata di Gioac-
chino T indole ed il giudizio. La disciplina non è
virtù dell’esercito, ma del capo; tutti i soggetti
vi si piegano perchè sopra tutti i cuori la legge,
la giustizia, le pene, le abitudini hanno possanza;
u/i reggitore di eserciti severo a sè, severo agli
altri, obbediente alle ordinanze, esigitore infles-
sibile dell’altrui obbedienza, soldato ne’ travagli,
imperatore al comando, non mai debole, non
mai molle, è sicuro della obbedienza delle sue
squadre. Ma tal non era Gioacchino.
Delle milizie, in sì breve tempo di regno da
lui composte, egli volle far mostra; e prescrisse
che a ’ 20 di marzo, dì natale di lui e della regina,
si distribuissero a’ nuovi reggimenti dell esercito
ed alle legioni civiche le bandiere. 11 re per sua
natura e per arte di regno amante di feste, pavo-
neggiando della persona, del vestimento, del cor-
teggio ricchissimo, credeva, con soperchia fidanza,
. imprimere ne’popoli sentimento della sua potenza
Digitized by Google
• LIBRO SETTIMO — 1809 107
e della sicurezza comune. Chiamò dalle province
le scelte di legionari e di soldati ; fece alzare ma*
gnifico trono nella più larga piazza della strada
di Cliiaja; tutto preparò con orientale ingegno
per la pompa. Marciavano intanto per il regno le
compagnie di soldati col consueto militale con-
tegno, e quelle de’ legionari a modo di bande ci-
vili, spesate e festeggiate per comando del governo
nelle comunità di passaggio, e liete fra tante ap-
parenze di universale allegrezza. Giunte in Napoli
alcun giorno prima del 2 5 di marzo, i legionari
non albergarono ne’ duri quartieri de’ soldati, ma
comodamente ne’ palagi de’ nobili, de’ ricchi e
degli stessi regii ministri. E visto che un sol gior-
no non bastava alle cerimonie di corte ed alle
feste, che si chiamarono delle Bandiere, fu asse-
gnato il dì 26 alle seconde. Nel qual giorno i reg-
gimenti francesi e napoletani eli’ erano ih città,
altri chiamati da Capua e da Salerno, dodicimila
soldati schierarono nella strada di Chiaja; stando
il re sul trono la regina con la famiglia, i mini-
stri, i- grandi dell’esercito e della corte in sepa-
rate lussureggianti tribune; alzato un altare alla
diritta del trono, con sopra la croce e le ban-
diere, e in seggiola ricchissima, con vesti e de-
coro pontificale, il Cardinal Firrao. Le compagnie
destinate a ricevere dalla mano del re le bandiere,
stavano in punto.
Cadeva stemperata pioggia, ma il militar con-
tegno non sofferendo che fusse intoppo alla festa,
il cardinale, al convenuto segno delle artiglierìe
de forti e delle navi, a voce canora ed* intesa he-
nedì le bandiere; e benedette, abbracciate a fascio.
108 LIBRO SETTIMO — 1 809 •
sotto la pioggia le recò al re, cbe le fece disporre
in giro al tròno; e (piando per riceverle e giurar
fede le compagnie, una dopo l’altra, si avvici-
navano, il cielo serenò; che parve alla plebe au-
gurio di futura felicità. Proseguì la festa: conviti,
giuochi', spettacoli teatrali furono dati a’ legionari;
e si coniò per memoria una medaglia di argento,
che aveva nell’ una faccia l’effigie del re, nell'altra
quattordici bandiere (quante erano le province)
ordinate a trofeo , col molto : Sicurezza I ulema; ed
attorno: alle Legioni Provinciali, il 26 di Mcv'zo
del 1809. Le compagnie dopo ciò ritornarono
alle province dove altre feste si fecero.
XI. Le descritte apparenze di prosperità e di
forza davano alla corte di Sicilia sdegno c timore,
mentre i successi in Ispagna dell’ esercito francese
sdegnavano ed intimidivano le genti nemiche
della Francia. I)i là nuove alleanze, primi moti
di guerra in Germania, e primi apparati di spe-
dizione anglo-sicula contro il Regno, le quali
cose secondo che importa al mio subielto de-
scriverò. 11 dominio della Spagna, per inganni
acquistato, non restò pacifico all imperatore dei
.Francesi; ma scoppiarono tumulti e sconvolgi-
menti in varii luoghi di quel regno, e poiché
gl’inglesi infiammavano la superbia di quelle
genti, e la sostenevano con armi e danaro, e poi
navi e soldati, abbisognò a Buonaparte poderoso
esercito per imprendercela conquista. Figli stesso
se ne fece reggitore, i piu conti generali e due-
centomila soldati lo seguivano. Marciò, così po-
tente, sopfa Madrid, incontrò le schiere spagnuole
e le oppresse; e sempre procedendo ed occupando
Digitized by Google
LIBRO SETTIMO — 1809 109
paesi e luoghi forti, uccise nemici a migliaia, ne
fece prigioni un maggior numero, ma la guerra
ingrandiva. GF Inglesi, quarantamila soldati, sta-
vano fortificati nel Portogallo e nella Galizia;
Buonaparte era a Madrid, le sue schiere andava-
no divise combattendo gli Spagnuoli, ed avendo
per punto obbiettivo di guerra la città di Lisbona.
Così al finire del 1808.
A’ principi*! dell’ anno seguente una grossa
schiera d’inglesi, combattendo in Galiziana Fran-
cesi fu vinta e incalzata alla Corogna; altri Fran-
cesi avanzavano sul Portogallo; gli Spagnuoli,
dovunque incontrati, erano rotti; l'imperatore
da Madrid era passato aYalladolid, gl Inglesi alla
Corogna nuovamente battuti si riparavano sulle
navi, la città si arrendeva : tutto andava in Ispa-
gna prosperamente per la Francia. FI perciò la
Inghilterra, visto il bisogno di- potentissima di-
versione, impegnò F Austriaco a subita ostilità.
Buonaparte, ciò saputo, tornò a 'Parigi, e richia-
mate di Spagna le sue guardie, convitati i suoi
alleati, cominciando trattali o finti o veri, si pre-
parò ad altra guerra. Diversione per la Spagna
era la guerra di Germania; di questa, le guerre
eli Olanda, del Titolo, di Polonia e d’Italia; e di
quella d’Italia, la guerra di Napoli. -Perciò da
Lisbona a Flessinga, da Flessinga a Varsavia, da
Varsavia all ultima Reggio, sollevate in armi tultc
le genti d’Europa, due milioni di soldati combat-
tevano, nè a modo barbaro ma ordinati e mossi
dal senno. Non mai nel mondo tanti eserciti,
tanti spazi, e battaglie e casi di guerra e di for-
tuna un sol pensiero ha raccolti.
I IO LIBRO SETTIMO — 1809
XII. Primi a muovere (il io di aprile) furono
i Tedeschi di Austria, guidati daLprincipe Carlo
sul confine della Baviera; mentre altre schiere
comandate dall’ arciduca Giovanni shoccavano in
Italia per la via del Tagliamento; altre sotto l’ar-
ciduca Ferdinando s’incamminavano per il gran
ducato di Varsavia; ed altre, poche invero di
numero, ma concitatrici di popoli, dirette dai
generali Jellachicli e Chasteler solleverebbero in
armi il Tirolo: qualtrocentoinila Austriaci move-
vano tanta guerra. Incontro al principe Carlo si
destinava Buon aparte con duecentomila soldati,
metà confederati e Francesi; dovea far fronte in
Italia il viceré con le schiere italo-franche, nel
Tirolo il duca di Danzica con poche squadre
francesi e bavare, ed in Polonia il principe Po-
niatoski reggendo Polacchi e Francesi L’Olanda
riposava: le due Sicilie, a vederle erano in calma,
ma nell’isola il generale inglese Stewart e la re-
gina Carolina preparavano navi e soldati; e Gioac-
chino in Napoli ordinava le milizie, disponeva
l’esercito ne’ campi ed in istanze opportune alle
difese, dissimulava il sospetto di essere assaltato,
simulava sicurezza e potenza.
I primi passi furono a vantaggio delle armi
austriache, perocché il principe Carlo invase parte
della Baviera, e l’arciduca Ferdinando del ducato
di' Varsavia; Jellachich e Chasteler cacciarono
verso Italia le schiere bavaro-francesi, e levarono
in armi il Tirolo; l’arciduca Giovanni spinse i
presidii italo-franchi fuori della Carintia e della
Stiria, procedè in Italia, occupò Verona. Le quali
venture benché dipendenti dall’ impeto primo
LIBRO SETTIMO— 1809 . Ili
degli assalitori e dal necessario adunarsi degli
assaliti, apparivano al comune degli uomini vit-
torie finite dell’oste austriaca su la francese; 11
governo di Napoli nascondeva per mal consigliata
prudenza quegli avvenimenti, che la corte di Si-
cilia esagerando divolgavaj-e perciò se in quel
tempo la spedizione anglo-sicula scioglieva ual-
l’ isola contro noi, più numero e più animo tro-
vava ne’ suoi partigiani, più scoramento ne’ con-
trarii. Ma dubbietà, lentezza, scambievoli sospetti
tra i ministri di Sicilia e d’ Inghilterra ritardavano
le mosse. E intanto l’imperatore Buonaparte che
vedeva di si vasta guerra il capo in Baviera, vi
accorse con le schiere francesi, le uni alle ale-
manne confederate, ne formò un solo esercito, e
in tre giorni movendolo pervenne, come per arti
ei soleva, a combattere ne’ campi di Taun con
superiorità di soldati. Dopo quella prima battaglia
altre due ne vinse in Àbensberg ed Eckmùhl;
combattè intorno a Ratisbona, espugnò la città,
divise, disperse l’esercito nemico, e andò in gran
possa sopra ^ ienna, che subito (a’ 12 di maggio
del 1809) si arrese. Diede all’esercito breve ripo-
so; e in quel tempo arrivarono nuove squadre,
cd il resto della guerra dalle due parti si pre-
parava.
L’esercito austriaco in Italia, poi che intese le
niaravigliose sventure di Baviera, mutò le condi-
zioni di guerra, e, d’offensore, assalito, abban-
donò "Verona, e imprese a ritirarsi verso Alema-
gna per le vie di Klagenfurt e diGratz; raggiunto
alla Piave fu vinto, eie sue ultime schiere sempre
alle mani col nemico erano rotte ó sforzate, duro
112 • LIBfcO SETTIMO — 1809
destino di un esercito solamente inteso a ritirarsi.
Ebbe più sicura stanza in Ungheria ponendosi
in- linea con le schiere dal principe Carlo, nel
tempo che l’esercito itaìo-franeo si conghmgeva
sopra i monti dei Sommering all’ oste di Buona-
parte. ■ ' • *
• Più ratte, più gravi furono le sventure austria-
che nel Tiroto; perciocché, udite le sorti della
■vicina Baviera, i popolari armamenti, variabili
col variar di fortuna, si sciolsero; Jellachich e
Chasteller, con poche schiere ritirandosi verso la
bassa Ungheria, inseguiti dal duca di Danzica, e
in ogni scontro disfatti, s’ imbatte rono nella van-
guardia italiana, e disordinatamente in picciol
numero salvaronsi. Nella Polonia si combatteva,
si facevano trattati di tregua, si volteggiava dalle
due parti, si dilungava la guerra, per prudenza
comune del Fonia towski e dell’arciduca Ferdi-
nando, quegli manco forte di questo ch’era di-
sanimato da casi di Baviera e di Vienna,
i I descritti fatti di Germania erano raccontati
ed amplificati tra noi, aggiungendosi alle solite
millanterìe degli eserciti la provvidenza del go-
verno che attendeva in tutti i modi a raffrenare
i Borboniani, inanimire i suoi, frastornare o trat-
tenere la già pronta spedizione anglo-sicula. Ed
in quel tempo giunse decreto deU’imperator Na-
poleone, da Vienna, col quale spogliava il papa
delle temporali potestà, univa gli stati pontificai
alla Francia, dichiarava la città di Roma libera,
imperiale; provvedeva al mantenimento non lar-
go nè scarso del pontefice, rimasto capo del sa-
cerdozio. 11 carico di mutazioni sì grandi era dato
Digitized by Google
LIBRO SETTICO —1809 113
al re Gioacchino: una Giunta , di cui parte il ge-
nerai francese Miollis e ’1 ministro di Napoli Sa-
liceti , adunata in Roma , diede principio al cambia-
mento; il papa si chiuse ed afforzò nel Quirinale,
il popolo di Roma pareva che godesse di quelle
novità, perchè i rattristati dissimulavano la me-
stizia. Poscia il pontefice scrisse e pubblicò la
bolla di scomunica contro fautore e i ministri
dello spoglio: e intanto, benché il papato fusse
ancora in credito presso de’ popoli, la scomunica
non offendeva; lo spoglio giovava agli stati nuovi
.col dimostrarsi lenaci al proponimento di civiltà,
e spregiatori di ogni odio che nascesse da plebea
ignoranza. Dipoi quell’ uso di ragionevole potenza
trascorse in abbonita tirannide per la miserevole
prigionia del pontefice, iniqua per anco in poli-
tica perchè stolta.
Erano dunque al mezzo dell’anno 1809 tutte
le cose favorevoli al governo di Murat ed alla pos-
sanza dello imperatore Napoleone, quando. Fu
di giugno, il telegrafo della Calabria annunziò la
spedizione anglo-sicula, forte d’innumerevoli
navi da guerra e da trasporto, salpate dall isole
Eolie, e poco innanzi da’ porti di Palermo e Me-
lazzo. ' •
XIII. Erano state incerte e formidabili le prime
nuove; ma dipoi, meglio vista l’armata, lo stesso
telegrafo riferì navigare i mari della Calabria ses-
santa legni da guerra di ogni grandezza, e due-
cento 6ei da trasporto; apparire dalle bandiere
esservi imbarcata persona reale ed ammiragli ed
altri personaggi di grado, e vedersi la piazza dì
ogni nave popolata di soldati inglesi e siciliani.
Collctta, T. III. , 8
114 ' LIBRO SETTIMO— 1809
Per i quali segni e per le relazioni avute innanzi,
il governo di Napoli sapeva che per nome il prin-
cipe reale di Sicilia don Leopoldo, e per fatto il
f enerale inglese Steward comandava quella spe-
izione, la quale sopra i numerati legni tra-
sportava quattordicimila soldati da ordinanza, e
generali di esercito e di armata, e personaggi
moltissimi per opere o consiglio atti alla guerra
ed alle fazioni civili, e per tino i giudici di un
tribunale di stato, gli stessi malamente noti per
la trista istoria del 99.
Poco appresso uscirono del porlo di Messina .
due novelle spedizioni, delle quali una disbarcò
nel golfo di Gioia quattrocento briganti e soldati,
l’altra nella marina tra Reggio e l’alme tremila
soldati e non pochi briganti. E quei soldati di
Gioia uniti agli altri di Palme posero il campo
sopra i monti della Melia (ùltimi degli Apennini),
ed impresero l’assedio di Sedia, mentre i bri-
ganti si dispersero tra boschi e ne mal guardati
paesi, concitando i creduli e i tristi, uccidendo,
rubando, distruggendo in mille modi. E nel tem-
po stesso tre flotte sicule-inglesi correvano intorno
alle coste de tre mari Adriatico, Ionio, Tirreno,
che per tre lati cingono il Regno, minacciando i
luoghi forti, assaltando i deboli, lasciando a terra
editti e briganti, e perciò inviti e mezzi alle ri-
• beliioni. Era di tanta mole di contese principal
motivo, come ho detto innanzi, far diversione
alle guerre maggiori d’Italia e di Alemagna; ma
pure altre cagioni movevano la corte di Sicilia e
i partigiani suoi: speranza di regno, cupidità di
punire, di bottino e vendette.
LIBRO SETTIMO — 1809 115
XIV. Dalla nostra parte tutte le difese si pre-
paravano, tutte le milizie si mossero. Gioacchi-
no, di natura operoso ed or viepiù per interessi
gravi e propri, spediva comandi, provvedimenti,
consigli ; recavasi di persona nei campi, nei quar-
tieri, alle marine; ordinò per custodia della città
la milizia urbana, che chiamò di Volontari-scel-
ti, alla quale si ascrissero in breve tempo, per
difesa comune e per desiderio di piacere al re, i
magistrati, i nobili, gli uffiziali del governo, i
potenti per nome o per ricchezza; richiamò da
Roma il ministro Saliceti, sperimentato istromen-
to di polizia, e per bisogno, non per affetto, gli
concesse l’antica potenza. Le schiere si adunaro-
no in tre campi, uno a Monteleone di quattro
mila soldati, altro in Lagonegro di milaseicento,
il terzo di undicimila in Napoli e nei dintorni:
erano meno di diciaselte migliaja i combattenti
per Murat; avendone poco innanzi mandate in
Roma altre sei migliaja per operare i politici cam-
biamenti dei quali ho discorso, e stando altri
reggimenti nel Tirolo e in Ispagna. Procuravano
la tranquillità interna del reame le milizie pro-
vinciali e la fortuna; guardavano la città i Volon-
tari-scelti; presidiavano le fortezze pochi e i meno
validi soldati dell esercito. Ma tante agitazioni co-
priva apparenza di calma; e sì che vede vasi il re
sempre lieto fra popolani, la regina coi figli al
pubblico passeggio ed ai teatri, le spese di lusso
accresciute; i magistrati, gli offizii, il Consiglio
di stato agli ordinari negozii; gli alti e i decreti
del governo come dei tempi di pace e di sicurezza.
L armata nemica procedeva, sbarcando nei
I IG LIBRO SETTIMO — 1809
luoghi meno guardati delfa marina pochi soldati,
non pochi briganti; questi per correre il paese,
quelli per tenersi accampati alcune ore, e tornar
volontari o scacciati alle navi. Cosi lentamente
navigando per dieci giorni giunse alle acque di
Napoli, e spiegò a pompa, di rincontro alla città,
le vele; delle quali, per il gran numero de’legni
e per lo studio a schierarli, pareva il golfo co-
perto. Così restò per due giorni, -e nel terzo as-
saltò Crocida ed Ischia, meno per disegno di
guerra che per curare gl’infermi e dar ristoro ai
cavalli: Procida si arrese alle prime minacce,
Ischia fece debole resistenza; pochi soldati che
guardavano quelle due isole, andarono prigioni
nella Sicilia.
Nei seguenti giorni quei legni rimasero nelle
posizioni stesse oziosi, onde 1 immenso popolo
della città, che al primo apparire della flotta sbi-
gottì, oramai stava a rimirarla come spettacolo.
Pochi fanti, più cavalieri guardavano la spiaggia
da Portici a Cuma; alcuni battaglioni custodiva-
no il colle di Posilipo; il resto dell’esercito ac-
campava sul poggio di Capodimonte. Nè vi era
altra guerra se Gioacchino per mal pesato con-
siglio e per genio de’ combattimenti non avesse
chiamata in Napoli da Gaeta, dove slava ancorata
e sicura, la sua piccola armata, che di una fregata,
ama corvetta e trentotto barche cannoniere si com-
poneva. Obbediente al comando salpò le àncore
il capitano di fregata Bausan, e navigando nella
notte parte attraversò dell’armata nemica, coper-
to meno dalle tenebre che dalla incredibile te-
merità della impresa. Spuntò presto il giorno:
LIBRO SETTIMO — 1809 117
furono quel legni osservati perocché andavano a
bandiera spiegata, e subito molte navi nemiche
si mossero, sicure della preda, combattendo dieci
contro uno; ma la vittoria non fu certa, nè facile,
nè allegra. Imperocché i Napoletani, che (per aver
soccorso dalle batterie della costa , e , nei casi
estremi, rifugio .in terra) radevano il lido, per-
vennero al mare di Miliscola, su l’arena del quale
ergcsi antica batteria di cannoni e mortaci; ed ivi
per due ore dalle due parti animosamente guer-
reggiando, otto delle nostre barche affondarono,
cinque furono predate, diciotto tirate a terra, e,
disposte a battaglia, immobili combattevano; le
altre sette barche e i due legni maggiori, mala-
mente danneggiati, presero asilo nel porto <li
baia. Il nemico perdè due barche sommerse, un
maggior legno brucialo, e soffrì guasti c morti
non poche.
La fregata e corvetta napoletana ristoravano in
fretta i loro danni, mentre il nemico mutava gli
sdruciti legni; ed in quel mezzo il capitano Bau-
san, vedendo che durava il comando del re, gio-
vandosi del vento che per fortuna si alzò propi-
zio, uscì dal porto con le due navi, e volse le
prore a Napoli: le quali mosse parvero al nemico
audacia non già ma stoltezza o fatalità di perdila
estrema. Molti legni di varia grandezza assaltaro-
no quei due che sempre combattendo navigavano
sforzatamente; e alfine, superata la punta di terra
detta di Posilipo, la guerra sino allora udita per
romor di cannoni fu anche vista dalla città. Il
aveva assistito la mattina ai fatti di Miliscola, e
nel tragitto del giorno crasi mostrato, come po-
118 LIBRO SETTIMO— 1809
leva, su le marine ad incorar gli equipaggi con
l’aspetto e la voce: la regina e le sue figliuole an-
darono a passeggio nella strada di Chiaja incontro
al combattimento, dove giunger potevano le ne-
miche offese: l’animoso esempio fu comando ai
cortigiani, stimolo agl'impiegati, e subito l’ imi-
tarlo ambizione e moda alla moltitudine; sì che
la strada, come a giorno di festa, s’ingomberò di
genti e di carrozze. Calche più grandi erano in
molli luoghi della città donde scoprivano il mare,
e vedevano ad occhio nudo i danni e le morti
sopra le due nostre navi; le quali avendo gli al-
beri maggiori rotti e rovesciati, spezzate le funi,
forate in cento parti le vele, procedevano lenta-
mente, come pompa funebre osservata e com-
pianta dal popolo.
Ed alfine, al dechinare del sole entrarono in
porto mentre le navi nemiche, offese dalle no-
stre batterie, si slargavano; e cessato il combat-
tere, grido festivo si alzò da varie parti della città :
che i più schivi alle nuove cose, i più nemici di
JNurat, i più amici dei Borboni, pure in quel
giorno palpitarono di pietà di patria e di onore.
ÌVon appieno finito il combattimento il re andò
sopra i due legni, fece lode pietosa dei morti,
giuliva dei presenti, e diede promesse, adempite
nel seguente giorno, di prendi e doni. Le due navi
rimasero invalide al navigare; furono molti i
morti della nostra parte, ed al doppio i feriti, nè
leggiero il danno degli Anglo-Siculi.
1 quali tornarono all’ usata pigrizia; ed il re, che
sino allora aveva comandato al generale Partoun-
neaux di non muovere da Monteleone, mutato
Digitized by
LIBRO SETTIMO — 1809 1 19
consiglio, impose di assaltare il nemico e scac-
ciarlo dalle Calabrie. Marciava il generale, ma
prima che giungesse in Scilla e Melia gli Anglo-
Siculi, levando a furia l’assedio e’1 campo, ab-
bandonarono artiglierie, altre armi, attrezzi, qspe-
dali e cavalli. Pochi giorni appresso, intesa la
battaglia di Wagram, i prodigiosi fatti della Ger-
mania e l’armistizio tra la Francia e l’Austria
fermato in Znaim, il nemico smurò i forti e le
batterie di Procida ed Ischia, rimbarcò le genti,
abbandonò le isole, richiamò per segni le altre
sue navi che. scorrevano lungo i nostri lidi, e
tornò ai porti della Sicilia e di Malta. Fu questo
il fine di una spedizione pomposamente annifn-
ziata , minaccevole agli atti, pigra alle opere.
XV. Terminata la guerra esterna si accese la
interna, vasta quanto non mai ed orrenda. I bri-
ganti lasciati sopra terra nemica non avevano al-
tra salute che vincere; e per la simultanea loro
entrala in tutte le province del Regno, fu gene-
rale l’incendio. Quando le milizie assoldate erano
state nei campi, e le civili a difesa della città, i
briganti avevano dominato spietatamente nella
campagna; e perciò liberi e fortunati per due
mesi, crebbero di numero e di ardire: formati in
grosse bande sotto capi ferocissimi, una entrò in
Crichi, paese di Calabria, e dopo immensa rapi-
na, fuggiti quei che per età robusta potevano dar
sospetto di resistenza, vi uccise quanti vi trovò,
vecchi, infermi, fanciulli, trentotto di numero,
tra’ quali nove bambini di tenerissima età. In Ba-
silicata altra banda assediò nel suo palagio il ba-
rone Labriola, che alfine, vinto dalla fame, si
Ì20 LIBRO SETTIMO — 1809
arrese* e dopo patto di vita e di libertà egli e la
sua famiglia (sette di ogni età* di ogni sesso) fu-
rono trucidati. Sul confine tra Basilicata e Saler-
no milatrecento briganti, dei quali quattrocento
a cavallo, campeggiavano apertamente; e non più
fuggitivi come innanzi, ma sicuri, entravano nei
paesi grandi e popolosi. In una imboscata di que-
sta banda, nelle strette del Marmo, s’imbattè il
giovine generale de Gambs, che per velocità del
suo cavallo uscì del bosco: ma viaggiando dietro
lui donna ch’egli amavate che avea fatta madre
di due figliuoli, al vedere sè libero e colei nel
pericolo, ritornò al soccorso, e prima di raggiun-
gerla fu ucciso. In Puglia altro capo di briganti,
ricordando la credulità di quei popoli e Te rife-
rite fortune del Corbara nel 1799? si finse il prin- .
cipe Francesco Borbone, compose una corte, e
con pompa regia taglieggiava, rapinava, e sola-
mente astenevasi dal sangue per meglio accredi-
tare con la clemenza la regai condizione. Fra i
delitti di brigantaggio e quelli clic dal brigantag-
gio derivavano, il censo giudiziario del regno nu-
merò in quell’anno, 1809, trentatremila viola-
zioni delle leggi.
•Sconvolgimenti sì grandi si operavano sotto il
nome del duca d’Àscoli, del principe di Canosa,
del marchese della Schiava e di altri primari cor-
tigiani del re di Sicilia, ed avevano incitatori e
seguaci molti già fuggiti coi Borboni. Avvegnac-
hé nei disegni di quella guerra, e nelle opinioni
e discorsi della corte borbonica, il brigantaggio,
tenuto mezzo legittimo e chiamato voto e fedeltà
di popolo, non faceva ribrezzo ai Borboniani più
Digitized by Coorte
LIBRO SETTIMO — 1809 . ; I2l
onesti. Ma il re Gioacchino che ne giudicava per
le opere, furti, assassina, rovine, e niente di sa-
cro, di nobile, di grande; non popolo mosso, co-
munque barbaramente qual nel 1799, a sostegno
de’ propri diritti, o di opinioni che sono dritti
nei popoli, ma plebe armata, ladra, omicida; fu
f ireso da tanto sdegno e vendetta che dettò tre
eggi degne di ricordanza.
Jlamentata l'ostinatezza dei fuorusciti a com-
battere con modi atroci contro la patria, e V es-
sersi accompagnati ad esercito straniero, e l’avere
alcuni mosso, altri seguito il brigantaggio, pre-
scrisse che i beni liberi di quelle genti fossero
confiscati, e parte data in ricompensa ai danneg-
giati, parte in premio ai più zelanti seguaci del
governo, il resto venduto a benefizio della finan-
za: con modi tanto celeri e larghi che apparisse
il governo sdegnoso, non avido, ed ai suoi ma-
gnifico.
Con altra legge invitò i Napoletani che milita-
vano per il re Borbone a disertare quelle ban-
diere e venire in patria, ove avrebbero, come più
bramassero, il ritiro dal servizio, e lo stesso gra-
do che lasciavano nell’esercito di Sicilia, e mi-
glior fortuna, ed onorato combattere perla terra
natale. A colobi che, schivi all’invito, cadessero
prigioni, minacciava come a ribelli la mortel Ma
lo dico ad onore de^li uffiziali borbonici e di
Gioacchino, non alcuno tra loro per lusinghe o
•minacce disertò, nò i prigioni ebbero altra pena
che le consuete molestie della prigionia militare.
Una terza legge prescrisse che in ogni provini
eia, per cura odi comandante militare e dell’ina
1
122 ; LIBRO SETTIMO— 1809
tendente, si facesse lista dei briganti, chiamati ’
dopo allora Fuorgiudicati; si affiggesse nei pub-
blici luoghi di ogni comune; si desse ad ogni cit-
tadino facoltà di ucciderli o arrestarli; arrestati,
si giudicassero dalle Commissioni militari con le
consuete celeri forme: egual pena di morte aves-
sero i promotori e sostenitori del brigantaggio,
benché non inclusi nelle liste, e questi in appa-
renza vivendo nelle città; s’incarcerassero le fa-
miglie dei capi o dei più conti delle bande; èd
infine, dei briganti dannati a morte s incameras-
sero i beni. Formate le liste si vidde maggiore di *.
quel che credevasi la mole del brigantaggio; ed
era fortuna che le bande non avessero accordo,
nè simultaneità di opere, nè unità di obbietlo, e
senza ordini guerreggiassero e senza regole: con-
dizioni necessarie a gente awenticce, per malva- «. .
gita radunate.
La Polizia ritornata in potenza e rianimati i
già depressi suoi ministri, ripigliò le antiche pra-
tiche. A sua dimanda fu fatta altra legge che im-
poneva alle comunità la compensazione dei furti
e danni arrecali nel territorio dal brigantaggio;
e poiché le comunità popolose e ricche potevano
tener lontani i briganti, quella rigidezza colpiva
le più misere. La facoltà d’incarcerare le famiglie
dei -fuorgiudicati produsse miserevoli arresti di
vecchi padri, vecchie madri, innocenti sorelle,
giovani figliuoli; ma si aveva almeno alle crudeltà
la certa guida del parentado: la facoltà d’incar-
cerare i promotori e gli aderenti, vaga, arbitra-
ria, facile agli errori ed agl’inganni, produsse
Hjali smisurati ed universale spavento. Tal ri-
Digitized by Googte
LIBRO SETTIMO — 1809 123
nacque il rigore, che se la benignità del re non
avesse temperata in molti casi l’ asprezza delle sue
leggi; o se gli afflitti non fossero stati ultima ple-
be, di cui sono bassi non sentiti i lamenti, quel
tempo del regno di Gioacchino avrebbe pareg-
giato in atrocità e mala fama i più miseri tempi
di Giuseppe.
Le milizie, levati i campi, spartite nelle pro-
vince, a mala pena tenevano fronte ai briganti.
Quattro compagnie francesi, cinquecento soldati,
rotte in Campotanese, furono sforzate a ritirarsi:
altra squadra di quarantotto uomini, accerchiata
tra i monti di Laurenzana, fatta prigiona e tru-
cidala: il comune di San Gregorio, guardato da
quattrocento soldati tra Napoletani e Francesi,
assalito e preso. Potenza, capo di provincia, in-
vestita e non espugnata perchè chiusa di mura ed
a tempo soccorsa. Così triste furono le cose in-
terne nella estate dell’anno 1809 P er e ff etto della
spedizione anglo-sicula : dipoi minoit) il brigan-
taggio dai combattimenti e dai perdoni, ma non
fu spento, come dirò a suo luogo, se non al finire
del 1810.
XVII. Le riferite sventure attristavano le pro-
vince, dapoichè nella città il contento de’ supe-
rati pericoli, lo splendore della corte, e la festa
che si apprestava per il dì natale del! imperatore
Napoleone davano a’ riguardanti la immagine di
felicità pubblica. E quindi in Europa la doppia
fama sul regno di Gioacchino, laudato dagli uni
che solo miravano la reggia e la città, biasimato
dagli altri che visitavano le province. Giunse il
dì i 5 agosto, e mentre si preparavano le ceri-
I2t LIBRO SETTIMO — 1809
monie potente flotta nemica facendo vela sopva
la città navigava nel golfo, ma nulla mutando
alle cose, si aggiunse il presto armarsi delle no-
stre navi e delle batterie del porto. Alle tre ore
dopo il mezzo giorno i legni nemici schierati a
battaglia lanciarono sopra la città le prime offese,
e la nostra armata poco forte, ma soccorsa dal
lido, avendo gli alberi eie vele ornate e colorate
a festa, andò incontro al nemico, guidata da
Gioacchino sopra nave ricchissima, vestito (e fu
la sola volta in sette anni di regno) da grande
ammiraglio dell’ Impero. Si combatteva dalle due
parti, ed intanto nella bellissima riviera di Chiaja
disponevansi a mostra i reggimenti della guer-
nigione, ed al romor del combattimento echeg-
? lavano le salve dei castelli ed i suoni festivi dei-
esercito insino alla sera quando il nemico, nessun
danno avuto e nessuno arrecatone, pre^e il largo.
Non mai ho visto* in tante felicità di regno e di
reggia lieto* il re quanto in quel giorno, perocché
la fortuna tutti appagava i suoi desiderii, guerra,
pompa, gloria, e lui solo spettacolo d’immenso
popolo ammiratore.
XVIII. Egli ne’ mesi che restavano di quel-
l’anno levò altri reggimenti di fanti e cavalieri,
ordinò l’ artiglieria ed il Genio, regolò le ammi-
nistrazioni militari, poco allontanandosi (e lo
allontanarsi benché poco fu errore) dagli ordi-
namenti francesi; avvegnaché l’esercito napole-
tano facendo parte della confederazione degli
stati nuovi, ed avendo spesso a combattere, vi-
vere, provvedersi tra schiere di estere nazioni,
doveva con gli eserciti compagni, francesi, belgi.
Digitized by Ooogle
LIBRO SETTIMO — 1809 125
polacchi, aver ordini e leggi comuni. Di questa
E ritta uniformità si lamentava la presontuosa
, e le dava odioso nome dj servitù, non ve-
dendo ch'era mezzo presente alla tanto bramata
italica unione, e germe di futura indipendenza.
Ordinò l’armata marittima spinto dal suo genio
per le militari cose, e dal patto fermato con l’im-
peratore Napoleone di costruire in un certo tempo
quattro vascelli e sei fregate. Come la coscrizione
per l’esercito, fu l’ascrizione per l’ armata ; si
providde con tre leggi alla guerra marittima, alle
amministrazioni, alle costruzioni, e per queste
ultime si presero i modelli francesi, non forse
S erfelti e capaci di miglioramento ; ma era divieto
i Buonapate il variare, benché migliorando, le
costruzioni dei legni da guerra, perocché ante-
poneva, e saggiamente, ad ogni altra cosala uni-
formità nel cammino, nella manovra e nel com-
battere.
XIX. Fu regolata l’ amministrazione delle co-
munità, soggettandola troppo a’ ministri del re.
Era invero sì rilassata ne’ passati tempi che a reg-
gerla si voleva freno di leggi e braccio di governo ,
ma faceva spavento l’uso del potere perchè te-
mevasi che trascorresse in abuso, e trascorse^.
Proseguendo le provvidenze della commissione
feudale, si preparò la ripartizione fra cittadini
dei beni de’ feudi.
Fu curata la istruzione pubblica, nuove catte-
dre aggiunte alle antiche ed eretti licei e scuole,
decretate da Giuseppe. Ed anzi tanto in meglio
furono variale quelle leggi che la pubblica istru-
zione del Regno debbe credersi opera di Gioao-
126 LIBRO SETTIMO — 1809
chino più che eli altro re. Ai vescovi si vietò di
stampare, e in ognf modo di pubblicare editti e
pastorali senza permissione del re; dura dipen-
denza a chi, libero sino allora, usava imporre
ceppi alle altrui libertà.
Si sciolsero lutti gli ordini monastici possi-
denti ( duecentotredici. conventi di frati e mona-
che), si lasciarono i cercanti; durava il genio e
l’avarizia finanziera.
Ma fra tanti ordinamenti non si fece motto del-
lo statuto di Bajona, benché patto di sovrani-
tà, Gioacchino abborrendo per fino le immagini
delle nazionali rappresentanze, e non richieden-
done l’adempimento i Napoletani, sebben que-
ruli, proclivi a’ tumulti ed agl’impeti delle rivo-
luzioni più che al tardo e sicuro procedere di
politico miglioramento.
XX. Pareva finita la guerra, fuorché in Ispa-
gna, allorché s’intese potentissima spedizione di
navi e soldati uscita da’ porti della Inghilterra,
minacciare la Olanda ed Anversa. Era questa,
come ho detto innanzi, una delle preparate di-
versioni alla guerra di Germania; ma che operò
ventiquattro giorni dopo la battaglia diWagram,
diciotto dopo l’armistizio di Znaim, quattro mesi
più tardi del bisogno. E frattanto prese Walclie-
ren, espugnò Flessinga, predò, distrusse molti
vascelli olandesi, fece immenso danno, immenso
ne’ patì; pochi uomini dalle due parti furono
smorti in guerra, molti degl’inglesi per morbo,
e dopo ottanta giorni di travagli la spedizione
ritornò menomata, sbattuta, senza gloria, e sola-
mente cagione di lacrime e di spese.
Digitized by Google
LIBRO SETTIMO — 1809 127
Le quali cose, lontane di luogo e d’importanza,
erano.da’ Napoletani freddamente intese; ma non
così del trattato di pace tra 1 Austria e la Fran-
cia, fermato a Vienna il i 4 di ottobre del i8og,
pubblicato con feste civili ne’ comuni del Regno,
e sacre cerimonie nelle chiese. Di già quel nostro
politico reggimento contava numerosi partigiani;
nè più per opinioni o speranze, ma per interessi
e persuasioni, onde piacque l’ indebolimento della
monarchia austriaca, l’ingrandimento degli stati
nuovr, il riconoscimento di alcuni principii che
poco innanzi si dicevano rivoluzione. Aggiunta la
Toscana alla Francia, come già gli stati di Parma
ei dominii del papa, l’impero francese aveva
termine a Portella. Questi stati italo-franchi, ri-
dotti ad estreme province, lontani dalla sede del
governo, sforzati a ricevere leggi di popolo stra-
niero, giustamente si querelavano. Ma d’altra
parte pensando che per quelle novità l’ Italia tutta
aveva comuni, esercito, leggi, interessi, speranze,^
che per cose non per nomi si legano i popoli,
che vano e dannevole è il confonderli se i biso-
gni sono discordi, e che il lasciar Roma e To-
scana quali erano innanzi, ovvero ordinarle a
regni indipendenti o anche incorporarle a’ già
ordinati regni d’Italia, faceva ostacolo, o meno (a
mio credere) conferiva alla futura italiana unione:
pensando a ciò, le molestie degl’ Italo-Francesi
potevano in alcun modo consolarsi col prospetto
di più bello avvenire. E dirò concetto forse bia-
simato, ma pur vero; se la intolleranza della ser-
vitù è un supplicio presente, ma un bene certo
e futuro de’ popoli, déssa nel 182 5 (anno in cui
128 LIBRO SETTIMO — 1809
scrivo) viene agl’italiani dal dominio diJ3uona-
parte, arbitrario, violento, ma pieno di eletti e
di speranze.
XXI. In quel mezzo partirono prima il re, poi
la regina verso Parigi, e credevasi per onorare
il ritorno dell’ imperatore Napoleone da guerra
felicissima. 11 re si fermò a Roma per rassegnare
le schiere francesi e napoletane che presidiavano*
la città, e visitare caste! Sant’Angelo e Civita Vec-
chia; da signore fu accolto e diè comandi, pro-
seguì il cammino per Francia. Arrivò a Parigi al
linir di novembre, poi la regina, già essendovi
gli altri re o principi del parentado di Buonaparte,
fuorché Luciano nemico e Giuseppe guerreggiante
in Ispagna; tutti adunati da Napoleone per grave
caso di famiglia, lo scioglimento del matrimonio
con la imperatrice, voluto da lui, diceva, per ra-
gioni di stato, assentito da Giuseppina in sagri-
iizio alla Francia, approvalo (sia per adulazione
0 per senno) da quasi tutti gli adunali parenti e
‘dallo stesso viceré d’Italia figlio di colei che ri-
pudiavasi, disapprovato dal solo Gioacchino; il
senato riconobbe il divorzio e il legittimò. Restò
libera, mesta, scontenta la Giuseppina; libero an-
ch’egli restò Buonaparte, gravato del futuro, e
correndo col pensiero tutte le reggie europee.
Nello stesso congresso di famiglia, proposte'
per ispose a Buonaparte varie principesse, egli
inclinava ad una della casa d’Austria perchè la
piò regia in Europa; inclinava Gioacchino ad al-
tra della casa di Russia perchè la più potente; ma
1 pareri degli astanti seguirono il desiderio del-
1 imperatore, c l’arciduchessa Maria Luisa figlia
di F rancesco I fu scelta. Si tenne il volo secreto.
Digitized by Google
LIBRO SETTIMO — 1809 129
XXII. Il re stava in Francia quando le isole (li
Ponza e Ventotenc da soldati napoletani e dal
principe di Canosa che li reggeva furono abban-
donate, non per alcun timore o sospetto, ma per-
chè le fortune di Francia e ili INapoli non varie-
rebbero per maneggi di polizia, ed era di troppo
peso alla stretta siciliana finanza il dominio di
quei due scogli. Trenta navi trasportavano in Pa-
lermo uomini, armi ed attrezzi di guerra; ma
da furiosa tempesta combattute, qualcuna naufra-
gò, molte presero necessario ed infelice ricovero
ne’ nostri porti o spiagge, poche pervennero in
Sicilia, e su queste il Canosa.
XXIII. E tuttora assente il re, il ministro di
polizia Cristoforo Saliceti per morbo violentissi-
mo trapassò di anni cinquantatrò, di fama varia,
essendo stalo istromenlo potentissimo di libertà,
ed al cangiar delle sorti astuto ministro de’ re
nuovi, mansueto in famiglia e buon padre, be-
nevolo agli amici, de’ nemici oppressore, de’ par-
tigiani suoi o tristi o buoni sostenitore potente,
alle opere di stato ingegnosissimo, delle scienze e
degli scenziati poco amante, e delle altrui virtù
(per troppa e mala conoscenza degli uomini) mi-
scredente. Si disse morto di veleno, accreditando
la voce i sintomi del morbo. Faccettato convito
da un nemico, e la propria potenza; ma poi fu
visto che di tifo maligno mori. Ebbe sepoltura
nella fossa gentilizia della casa Torcila, Io che
sarà cagione di pietoso racconto in altro libro di
queste istorie.
XXIV. Rimasta in Francia la regina, tornò il
ré, e si volse alle cure di stato. Fondò in ogni
Colletta, T . III . . 9
130 LIBRO SETTIMO — 1809
provincia una società di agricoltura, le assegnò
terreno per gli esperimenti e per vivaio di utili
piante, aprì scuole agrarie, diede premii e più
vaste promesse agl’inventori di macchine o pro-
cessi giovevoli all’ agricoltura , coordinò le società
agrarie delle province col giardino delle piante
in Napoli, al quale fece dono di ventiquattro mog-
gia di terra, allato al Reclusorio) e comandò che
vi si alzasse vasto e bello edilìzio per conserva di
piante, ed esperienze, ed insegnamenti botanici;
però in cento modi giovò all’agricoltura, base
per noi di nazionale ricchezza, quasi abbandonata
ne’ passati tempi alle naturali liberalità della terra
e del cielo, non più baslevoli or che in Europa,
per sola umana industria, danno copiosi prodotti
i suoli più macri sotto clima più ingrato.
A molti comuni si concessero mercati liberi e
bere, giovamenti al commercio dov’è lento, dan-
ni o inutilità dov’è in fiore. In tutte le comunità
si fondarono le scuole primarie. I tributi tornaro-
no più comportabili non per minorazione ma per
miglior ordine ; anzi nuova legge improvvida, ava-
ra, proibì la fabbricazione del tabacco. Le cose
dell’esercito, soldati, armi, vestimenti, stanze,
fortezze, procedevano in meglio; la disciplina
peggiorava. Per leggiera cagione alcuni soldati
calabresi ed altri delle guardie si azzuffarono, e
subito la privata contesa eccedè in tumulto, ed
indi a poco in ribellione; perciocché i due reggi-
menti presero le armi contumacemente, e dispo-
sti a guerra in mezzo alla popolosa città di Napoli,
con pericolo di molti ed universale spavento, ti-
rarono archibugiate, sì che parecchi dalle due
Digitized by Google
LIBRO SETTDIO — 1809-10 131
parti perirono. Poco appresso un ufiìziale delle
guardie, senz’abito o segno di milizia, percuo-
tendo per ingiusta causa un venditore di merci,
fu arrestato da un commissario di polizia, che
in allo e con seguito di magistrato curava la pub-
blica tranquillità. Ed ecco, al saperlo, gli ufliziali
tutti delle guardie sollevansi in armi, fanno libe-
ro l’arrestalo, arrestano il commissario, lo trag-
gono a ludibrio per la via di Toledo, e giunti al
luogo dove poco innanzi era seguito l’arresto del
colpevole, astringono il magistrato a piegare a
terra i ginocchi e dimandar perdono dell ardi-
mento. De’ due gravi misfatti che ho narrato, la
pena fu nulla o lieve; si spargevano i semi di fu-
turi disastri.
CAPO SECONDO
Fatti di guerra e di brigantaggio, poi distrutto.
La feudalità abolita. Sdegni nella regia famiglia.
XXy. Il re, dopo aver provveduto a molte co-
se di governo si partì nuovamente per assistere
allo sposalizio dell’imperatore de’Francesi, che
prepar a vasi con pompa eguale al suo genio altie-
ro, non che al decoro della reai donzella che to-
glieva per moglie, ed alle soperchianze grate a co-
loro che da private sorti pervengono alle altissime.
Si celebrarono' le imperiali nozze il i.° di aprile
del 1810 e furono (come il vol^o suol dire) co-
meta maligna a Napoleone ed a Napoleonici. Av-
vegnaché da quel giorno egli andando incontro
ad uomini e cose che lo respingevano, non osan-
132 LIBRO SETTIMO — I8N> !
do rivolgersi, non potendo fidare in cose ed uo-
mini che aveva schernito, divenne dubbioso, sfor-
zato e minore di sè stesso. 11 consolato a vita era
necessaria transazione fra’ due secoli, cioè tra le
persuasioni della moltitudine amante ancora di
monarchia, e le persuasioni di non piccolo nu-
mero, avido di libertà, avidissimo di eguaglianza;
era il legamento degl'interessi e delle speranze
della vecchia civiltà con le speranze e gl’interessi
della nuova. Quando il consolato cadde nell’Im-
pero, la grandezza del consolo, togliendo nome
di re antico, dechinò; ma seco portando la perpe-
tuità di quel governo e la stabilità degl'interessi
presenti, giovò e piacque: egli parve il re di nuo-
vi uomini e delle nuove cose, e le pompe di mae-
stà, apparenza sconvenevole a’ sensi de’ popoli non
alla ragione.
Dal mutato nome venne il divorzio, dal divor-
zio il novello matrimonio. 11 genio del secolo e
la natura di quello impero volevano che il seme
della novella stirpe fosse di donzella francese,
ma poi che il trasse per sè e per altri Napoleonici
dalle case regnanti di Alemagna, si avviluppa-
rono fra le condizioni de’ vecchi re, ne divennero
uguali per decadimento, inferiori nelle opinioni
del mondo perchè a loro mancava il prestigio
e la coscienza degli antichi, e solamente si al-
zavano sopra loro per forza d’ingegno che il
tempo consuma, e per memoria delle passate for-
tune che il primo infortunio distrugge. Egli dun-
que, Napoleone, agguagliato agli altri re^ diede
agl'interessi della Rivoluzione luogo e speranza
nella legittimità; e se per lo innanzi aveva anno-
Digitized by Google
LIBRO SETTIMO — 1810 133
dato all’Impero i partigiani dei re nemici, oggi
portava sè stesso e i suoi seguaci nelle parli con-
trarie. Quello errore di Buonaparte ha spento
innanzi tempo la instituzione politica de’ re nuovi,
eh’ esser poteva un periodo nella vita delle società.
• XXVI. Non appena finite le cerimonie di Pa-
rigi, il re tornò in Napoli e scol tamente palesò il
disegno di assaltar la Sicilia. La fama disse, ed è
credibile, che l’altiera regina di quell’isola, sde-
gnala del dominio inglese, rianimando le spe-
ranze al trono di Napoli da che 1 imperator del
Francesi aveva tolta per moglie una sua nipote,
trattar facesse con Buonaparte secreti accordi, e
concludesse: scacciar da Sicilia gl’inglesi con le
proprie milizie, non aver soccorso da’ Francesi
se non chiesto da lei; ricuperare il regno di Na-
poli e governarlo allealo e dipendente della Fran-
cia con le leggi francesi. 11 qual disegno più che
trattato, non pubblico, non scritto, piaceva alla
fiera donna come speranza meno di regno che
di vendetta, e giovava allo scaltro imperatore
come guerra agl Inglesi, ed occasione a lui di
conquistare quell' isola. Ma era difficile l’ adempi-
mento, dovendo ignorare lo scopo della impresa
i medesimi che la operavano, il re di Sicilia, il re
eli Napoli ei due eserciti e i due popoli; ed aven-
do in animo, la regina e 1 imperatore, di scher-
nirsi l’un l’altro dopo il successo. Era un artifizio
d’inganni, più atto alle civili discordie che a po-
litici mutamenti.
Frattanto Gioacchino sempre pronto alla guer-
ra, abbagliato e spinto da Buonaparte, si prepa-
rava all' impresa, quando un vascello raso inglese
134 LIBRO SETTIMO — 1810
di cinquanta cannoni venne a navigare nel golfo
di Napoli, ond’egli comandò che una sua flotti*
glia, composta di una fregata, una corbetta, un
brick, un cutter e sei cannoniere lo assalissero.
Non evitando quel vascello lo scontro, i rnoltis*
simi spettatori della città tenevano certa la vitto-
ria; ma nel cominciare del combattimento il co-
mandante napoletano perdè un braccio, il sotto
capo ed altri ufficiali della fregala morirono,
mancò l’arte ed il vento, tutti i nostri legni fu-
rono danneggiati, il brick affondato. Si fece segno
di ritirata, e tornando in porto si numerarono
cinquanta morti, centodieci feriti. Quella sven-
tura diede a Gioacchino stimolo e desiderio di
vendetta in Sicilia, e però accelerati i prepara-
menti e preso il nome di luogotenente dell’im-
peratore, pose a campo, nella estrema Calabria,
su la riva ilei Faro, tra Scilla e Reggio, un eser-
cito più francese che napoletano, aspettando, co-
me 1 imperatore avea prescritto, di condurlo in
Sicilia; ma non muovere se non lo assentisse il
generale Grenicr, che Buonaparte aveva eletto
comandante delle schiere francesi, con ordine
in secreto (ciò fu sospettato) di non assaltare
l’ isola se non a dimanda di quella regina, o quan-
do ei sapesse che combattevano tra loro soldati
inglesi e siciliani, sì che il successo dei Francesi
fosse certo.
Erano sedici migliaja i soldati di Gioacchino,
e trecento i legni da guerra e trasporto. Sul colle
chiamato del Fiale, poco distante dal mare, fu
alzata in mezzo al campo la magnifica tenda del
re, e vi attendevano intorno i capi dell’esercito
Digitized by Google
LIBRO SETTIMO — 1810 135
e della corte, i ministri, alcuni consiglieri di stato
ed altri personaggi, impiegati alle cure presenti
del Regno, e riserbati alle future della Sicilia.
Incontro a quelle schiere, su le rive del Faro da
Messina alla Torre, aveva messo il campo l’eser-
cito inglese, dodicimila soldati, e sopra i monti
accampava in seconda linea l’esercito di Sicilia
diecimila altri uomini; stavano nel porto di Mes-
sina, ancorati o mobili, vascelli, fregate, legni*
minori da guerra, mentre si affaticavano a forti-
ficare la minacciata marina grande numero di
soldati e di operai. Per adunare oste sì grande in
quei luoghi gl’inglesi sguarnirono le piccole isole
(fuorché Santa Maura) intorno a Corfù, e di pa-
recchie navi slargarono la crociera, sì che quella
città e le altre isole Ionie, guardate da Francesi
ed oramai ridotte ad estrema penuria, furono
abbondevolmente provvedute. •
Nel giorno, nella notte, da Reggio a Scilla, da
Torre ai Faro a Messina, in mare, in terra era j
guerra continua, ma più a sdegno che ad effetto;
le navi inglesi venivano a combattere le napole-
tane fin dentro alle cale del lito di Calabria, e
poiché da questa .parte era poco forte l’armata,
andavano incontro su piccole barche velocemente
remando i nostri soldati, all’arrembaggio, modo
feroce in quella guerra, perchè' pieno di danni e
di morti senza scopo o benefizio. Nel campo di
Gioacchino spesso disponevansi navi e soldati,
che simulando il tragitto, apportavano al campo
inglese ansietà e travagli. E molte volte sarebbesi
passato dal finto al vero se gl’ impeti di Murat non
ratteneva Grenier, che non potendo palesare il
Digitized by Googte
■*
V »
136 LIBRO SETTIMO — 1810
segreto, lo copriva con la impossibilità della im-
presa, mentre Gioacchino ne dimostrava l’age-
volezza; e si che ne’ capi dell’esercito e dell’ar-
mata, divise le sentenze, voltarono in discordie
le opinioni.
Cosi andarono le cose per cento giorni, e già
passato il mezzo del settembre, gli equinozi agi-
tando furiosamente il mare, bisognava a Gioac-
chino abbandonar con quei lidi la speranza della
conquista. Ma volendo dar pruova che lo sbarco-
in Sicilia non era impossibile, preparate nella cala
di Pentimele tante navi quante bastavano a mille
seicento Napoletani, comandò che approdassero
alla Scaletta i soldati, e per la via di Santo Ste-
fano si mostrassero a tergo di Messina, promet-
tendo che il resto dell esercito e dell’ armata as-
salirebbe tra Messina e la Torre. 11 muovere dei
Francesi da Grenier fu impedito; i Napoletani
discesero al disegnato luogo, ma pochi c soli,
contro schiere dieci volte maggiori combattendo,
metà ritornò in Calabria, restarono gli altri pri-
gioni. Gioacchinq esaltò quei fatti; e pochi giorni
appresso, levato il campo, partì, ed imbarcatosi
al Pizzo tra popolari allegrezze ( inganni della
fortuna per ciò che nel suo fato stava scritto) fece
iu Napoli ritorno. Quella impresa, o direi meglio
simulazione, oltre alle morti, alle ferite, alle pri-
gionie, a' guasti della guerra, costò gravi somme
alla finanza napoletana, e fu incentivo a confi-
scare molte barche di America venute in Napoli
con promessa di sicuro e libero commercio. Mi-
nori morti, ma danni e spese quasi eguali tollerò
la Sicilia; c fu allora che la regina Carolina pa-
Digitized by Google
LIBRO SETTIMO — 1810 137
leso più apertamente il suo sdegno contro gl’ In-
glesi, e si sparsero nuovi semi di nemicizia che
nel seguente anno fruttarono tristezze alla sici-
liana corte e cangiamento politico a que’ popoli.
XXVII. Mentre il re stava in Calabria con molta
parte dell’ esercito, quelle stesse province e le
altre del Regno erano sempre mai travagliate dal
brigantaggio; le provvigioni di guerra predate
sul cammino, i soldati assaliti ed uccisi per lino
intorno al campo. Un giorno nelle pianure di
Palme il re incontrandosi ad uomo che i gen-
darmi menavano legato, dimandò chi fosse, e
prima di ogni altro parlò il prigione e disse)
(c Maestà, sono un brigante, ma degno di per-
35 dono, perché ieri mentre Vostra Maestà saliva
35 i monti di Scilla ed io stava nascosto dietro
35 un macigno poteva ucciderla; n’ebbi il pensie-
35 ro, preparai le armi, e poi l’aspetto grande e
35 regio mi trattenne. Ma se io ieri uccideva il re,
35 oggi non sarei presso e vicino a morte 33. 11 re
gli fece grazia, il brigante baciò il ginocchio del
cavallo, partì libero e lieto, e da quel giorno visse
onestamente nella sua patria. •
. Gioacchino , poi che vidde possibile ogni del itto
a’ briganti, fece legge die un generale avesse po-
tere supremo nelle Calabrie su di ogni cosa mili-
tare o civile per la distruzione del brigantaggio.
11 generale Manhes, a ciò eletto, passò al seguente
ottobre in apparecchi, aspettando che le campa-
gne s’impoverissero di frutta e foglie, ajuti a bri-
ganti per alimentarsi e nascondersi; e dipoi palesò
i suoi disegni. Pubblicate in ogni comune le liste
de’ banditi, imporre a’ cittadini di ucciderli o Un-
138 LIBRO SETTIMO — 1810
prigionarli; armare e muovere tutti gli uomini
atti alle armi; punire di morte ogni corrisponden-
za co’ briganti, non perdonata tra moglie e ma-
rito, tra madre e figlio; armare gli stessi pacifici
genitori contro i figli briganti, i fratelli contro i
fratelli, trasportare le gregge in certi guardati
luoghi; impedire i lavori della campagna, o per-
metterli cordivieto di portar cibo; stanziare gen-
darmi e soldati ne’ paesi, non a perseguire i bri-
ganti, a vigilare severamente sopra i cittadini.
Nelle vaste Calabrie, da Rotonda a Reggio, co-
minciò simultanea ed universale la caccia al bri-
gantaggio.
Erano quelle ordinanze tanto severe che pare-
vano dettate a spavento; ma indi a poco per fatti,
o visti o divolgati dalla fama e dal generale istesso,
la incredulità disparve. Undici della città di Stilo,
donne e fanciulli (poiché i giovani robusti stava-
no in armi perseguitando i briganti) recandosi
per raccorre ulivi ad un podere lontano, porta-
vano, ciascuno in tasca, poco pane, onde man-
giare a mezzo del giorno' e ristorare le forze alla
fatica, incontrati da’vigilatori gendarmi de’ quali
era capo il tenente Gambacorta (ne serbi il nome
la istoria), furono trattenuti, ricercati sulla per-
sona, e poiché provvisti di quel poco cibo, nel
luogo istesso, tutti gli undici uccisi. Non riferirò
ciò che di miserevole disse e fece una delle prese
donne per la speranza, che tornò vana, di salvare
non sé stessa, ma un figliuolo di dodici anni.
In un bosco, presso a Cosenza, fu sorpreso
uomo canuto per vecchiezza, che ad altro uomo,
giovine a vedersi, magro per fame ed armato.
!
i
Digitized by Googlc
LIBRO SETTIMO — 1810 139
dava poco vitto; era questo un brigante fuggitivo,
e quegli il padre. Arrestati entrambo e dannati a
morte, furono giustiziali nella piazza di Cosenza;
e per dare alla pietà del vecchio il maggiore sup-
plizio, si fece morir secondo, ed assistente alla
morte del figlio.
Nel bosco di San -Biase nacque di donna, che
fuggiva col marito brigante, un bambino; e per-
chè intoppo al fuggire, e con gl’innocenti vagiti
denunziatore del luogo che nascondeva i genito-
ri, la madre portatolo di notte nella città di Ni-
castro, destò un’amica, le consegnò piangendo il
figliuolo, e tornò al bosco. Ne’ dì seguenti saputo
il fatto, il generale Manhes prese del bambino
provvida cura, ma la pietosa nutrice fu per ca-
stigo uccisa. E qui mi arresto, chè l’animo non
basta a narrare altri fatti i quali certificarono
delle orribili minacce del generale essere l’ adem-
pimento certo, inflessibile, maggiore.
XXVIII. Lo spavento in tutti gli ordini del po-
polo fu grande, e tale che sembravano sciolti i
legami più teneri di natura, più stretti di società;
parenti e amici dagli amici e parenti denunziati,
perseguiti, uccisi; gli uomini ridotti come nel
tremuoto, n’el naufragio, nella peste, solleciti di
sè medesimi, non curanti del resto dell’umanità.
Per le quali opere ed esempi viepiù cadendo i
costumi del popolo, le susseguenti ribellioni, le
sventure pubbliche, le tirannidi derivarono in
gran parte dal come nel regno surse, crebbe e
fu spento il brigantaggio. Questa ultima violenza
non fu durevole: tutti i Calabresi perseguitati o
persecutori agirono disperatamente; e poiché i
no LIBRO SETTIMO — 1810
briganti erano degli altri di gran lunga minori, e
spicciolati, traditi, sostenitori «l'iniqua causa, fu-
rono oppressi. Sì che ili tremila, clic al comincia-
re di novembre le liste del bando nominavano,
nò manco uno solo se ne leggeva al finire del-
l’anno; molli combattendo uccisi, altri morti per
tormenti, ed altri di stento* alcuni rifuggiti in
Sicilia, e pochi, fra tante vicissitudini di fortuna,
rimasti ma chiusi in carcere.
Fra mille casi di morte molti ne furono e strani
e grandi; ma due soli ne scelgo più atti a rappre-
sentare l’indole del brigantaggio, e più degni
per la maraviglia di racconto.
Benincasa capo di briganti, da’ suoi tradito,
legalo, mentre dormiva nel bosco di Cassano, fu
menato in Cosenza; e’1 generai Manhes comandò
che gli si mozzassero ambe le mani, e, così
monco, portato in San Giovanni in Fiore sua
patria, fusse appeso alle forche; crudel sentenza
•che quel tristo intese sogghignando di sdegno.
Gli fu prima recisa la destra, ed il moncone fa-
sciato non per salute o pietà; ma perchè non tutto
il sangue uscisse dalle troncate vene, essendo ri-
serbato a più misera morte. Non diè lamento, e
poi che vidde compiuto il primo uffizio, adattò
volontario il braccio sinistro su l’infame palco, e
mirò freddamente il secondo martirio, e i due
già suoi troncati membri lordi sul terreno, e poi
legati assieme per le dita maggiori, appesigli sul
petto. Spettacolo fiero e miserando. Ciò fu a Co-
senza. Nel giorno islésso impreso a piede il cam-
mino per San Giovanni in Fiore, le scorte tra via
riposarono; e di esse una offrì cibo a quel soffe-
Digitized by Google
LIBRO SETTIMO — 1810 HI
rente, che accettò, ed imboccato mangiò e bev-
ve, nè solo per- istinto di vita ma con dilettai
Giqnse in patria , e nella succedente notte dormi :
al di seguente, vicina l’ora del finale supplizio,
ricusò a’ conforti di religione; sali alle forche non
frettoloso nè lento, e per la brutale intrepidezza
mori ammirato.
Parafanti, altro capo di briganti, aveva di età
oltre quarantanni, ed era d’animo audace, d’in-
dole atroce, di forme e forza gigante. Giovine ap-
pena, omicida e bandito, commise, per necessità
di vita e difesa, altri furti e assassinii; ma nei ri-
volgimenti del 1806 s’ingraziò ai Borboni abbrac-
ciando la loro parte, e per quattro anni guerreg-
giando con fortuna varia, più spesso felice. Nelle
persecuzioni del generale Manhes, travagliato iiv
ogni luogo, chiusagli la ritirata in Sicilia, circo-
scritto nel bosco di Ni castro, chi della banda mori
combattendo, chi timido si diede al nemico; cin-
que soli restarongli seguaci ed una donna , moglie
o compagna. Caduti nel bosco istesso in altri ag»
S uati, quattro morirono, uno fu preso, egli e la
onna (uggendo salvaronsi. Ma numerosa schiera
gl' insegue, la donna cade uccisa al suo fianco.
Parafanti è solo e resiste. - -t ioqws'jqoa o >ti sii»
Colpo di fuoco gl’ infrange l’osso di' una gam*
ba, e fu la prima percossa in tutti 1 i suoi cimenti
di bandito e brigante: non cade, ma non regge
in piedi, appoggia l’infermo lato ad un albore e
combatte. L’altissima e mala fama dèi suo corag-
gio tiene lontani gli assalitori, ma poi l’urto di
questi, non più animoso ma industre, coprendosi
delle folte piante del bosco, inosservato gli si av-
I
l\2 LIBRO SETTIMO — 1810
vicina , c gli dirige altro colpo che gli apre il
petto. Cade Parafanti supino, cadono altrove ab-
bandonate le armi: il feritore lo crede estinto, ed
avido di preda corre sopra di lui, si china al
corpo e ’l ricerca. Ma quegli era moribondo non
morto, ed aveva ancor sane le robustissime brac-
cia; afferra quindi il suo nemico e a sè lo tira;
col sinistro braccio lo cinge e lo tiene, arma la
destra di pugnale che ancora nascondeva tra le
vesti, gliel punta ai reni, preme, il trapassa, in-
contra il proprio petto e il trafigge. Così per una
morte trapassarono insieme le due anime avverse,
nella mente degli uomini abbracciate in amplesso
infame e terribile.
XXIX. 1 falli della Calabria raccontati ed esa-
gerati dalla fama agevolarono l'opera nelle altre
province al generai Manhes, eli ebbe carico di
esterminare il brigantaggio in tutto il Regno. Ed
in breve lo eslerminò, e quella forse fu la prima
volta, nella vita del sempre inquieto e diviso po-
polo napoletano , che non briganti, non parti-
giani, non ladri infestassero le pubbliche strade
e le campagne. La corte di Sicilia e gl’inglesi,
mancata materia agli incendii civili, più non lan-
ciavano sopra noi le consuete fiaccole della di-
scordia; la Polizia potè abbandonare le pratiche
severe ed arbitrarie; la giustizia vendicando le sue
ragioni sciolse le commissioni militari, rivocò le
squadre mobili, tolse a’ comandanti militari delle
{ >rovince ogni facoltà su le civili amministrazioni;
e intraprese della industria rinvigorirono; e ria-
nimato il commercio interno, i mercati e le fiere,
per lo innanzi deserte, ripopolarono; il regno
Digitized by Google
LIBRO SETTIMO — 1810 143
E rese l’aspetto della civiltà e della sicurezza pub-
lica. Quindi le benefiche instiluzioni dei due
nuovi regni , sino allora per i disordini del bri-
gantaggio ed i rigori della Polizia ignote al po-
polo e dispregiate, furono palesi e gradite.
La quale immagine di felicità pubblica, nuova
e inspirata generò lodi altissime al generale èd
al governo. Ma dipoi satollo del bene, e come usa
il popolo per leggerezza ed ingratitudine, andava
rammentando le crudeltà delle Calabrie, ai fatti
veri aggiungendo i falsi, inventati da' maligno in-
gegno, creduli dalla moltitudine, registrati per
fino nei libri che dicevano d’istoria. Perciò dop-
} )ia, buona o pessima, è la fama del generale Man-
ìes; ed io fra le opposte sentenze dirò la mia.
Egli inumano, violento, ambizioso, corrotto dalla
fortuna e dalle carezze del re, tenendo comeprin-
cipii di governo gli eccessi delle rivoluzioni, ma
sommamente retto, operoso, infaticabile, tenace
del proponimento, riguardava la morte dei bri-
ganti come giusta, e le crudeltà come forme al
morire, che, poco aggiungendo al supplizio, gio-
vano molto all’ esempio. Credeva necessaria T a-
sprezza delle sue ordinanze, e poiché pubblicate,
legittimo l’adempimento. La sua opera quale fosse
per lo avvenire I ho detto altrove, considerando
1 mali e i pericoli che derivano dallo sciogliere i
legami di natura e di società, ma fu di presente
utilissima. 11 brigantaggio nel 1810 teneva il Re-
gno in foco, distruggitore d’uomini e di cose cit-
tadine; senza fine politico, alimentato di vendette,
di sdegni, o, più turpemente, d’invidia del nostro
bene, e di furore. E perciò raccogliendo in breve
m LIBRO SETTIMO — 1810
# _
le cose dette, il brigantaggio era eno’rmità, ed il
generale Manlies fu istromento d’inflessibile giu-
stizia, incapace, come sono i flagelli, di limite o
di misura.
XXX. Ed altro benefizio universale men pronto
ma più grande si spedi nello stesso anno 1810,
atterrando alfine la tante volte vanamente scossa
feudalità, nè solo per leggi, ma per possessi;
avendo diviso le terre feudali tra le comunità e i
baroni, « e dipoi le comunali fra i cittadini. Le
quali cose aggiunte agli aboliti privilegi opera-
rono die di quella macchina immensa non rima-
nesse alcun vestigio nel Regno. Onde il descri-
verla, quanto saprò brevemente, dalle origini al
fine, sarà pregio della mia fatica; per que’ tempi
(se tanto viveranno queste pagine) che divenuta
antica l’elà^nostra, la feudalità sarà più lontana
dalla memoria e dal pensare degli uomini.
Il principio di lei suol trarsi dalle invasioni
•dei popoli barbari negli stali civili di Europa;
ma ella più vetusta discende dalla guerra, dalla
conquista e dal mantenimento delle regioni e
genti conquistate. Sino a che le guerre si move-
vano per nemici/ia tra popoli o temporanea ra-
pina, il vincitore uccideva, predava, distruggeva
<’ tornava alle sue terre: ma quando delle guerre
fu obbietlo la durevole conquista, l’esercito for-
tunato, dopo le prime licenze (per soggettare i
servi e tirar 1 guadagno dal paese vinto) dettava
•forme di obbedienza e di società, indi leggi ed *
ordini, magistrati é regole, premii e doni a' com-
militoni, c, con altri nomi, feudi e baroni. Ma
le costituzioni di quéi governi variavano come la
Digilized by Googl
LIBRO SETTIMO — 1810 M5
politica dei conquistatori e la civiltà dei conqui-
stati ; perciocché tra gli affatto barbari non po-
tendo la conquista essere durevole, la feudalità
vi è impossibile, e su popoli civili e virtuosi lo
stato di conquista non dura, la feudalità vi è pas-
seggierà : ella solamente, alligna nella mezzana
civiltà sopra popoli corrotti ed infingardi. E poi-
ché varie le origini, pur varie e molte sono state
in Europa le specie di feudalità; ma io tolgo a
trattare di quella sola che afflisse il regno di Na-
poli del quale scrivo le istorie. .
XXXI. Al decadere di Roma, al doppio passag-
gio per la Italia di Alarico re de’ Goti, alle incur-
sioni ed a’ saccheggi di Attila e Genserico, tra
miserie e vicissitudini di guerre barbare ed inte-
stine, ogni città soggiacque a mille varietà di sorte
e di caso; differente il modo di governarsi, dif-
ferenti le amministrazioni, le magistrature, le
milizie, differente la civiltà di ogni popolo. Cosi
era l’Italia al V secolo quando spuntarono i pri-
mi germi della seconda feudalità, ed io chiamo
seconda quella che venne compagna delle con-
quiste gotiche e longobarde, avendo or ora adom-
brate la prima. Se dunque diversa nel Regno la
civiltà de popoli, variamente la feudalità vi si ap-
prese, e non fa maraviglia che fusse più acerba
nelle Puglie, e delle Puglie negli stati d’ Otranto.
La politica degl'invasori serbar doveva i carat-
teri della invasione, guerra, forza, preda, indi-
pendenza, il più forte o il più fortunato più
prendere di terra e d’uomini, e meno ubbidire
al capo condottiero del popolo conquistatore; ma
se dipoi il debole diveniva forte, se il già forte
Colletta, T.IJI. IO
!
MG LIBRO SETTIMO — 1810
addebolivasi, scambiar le sorti, ed il primo to-
gliere al secondo signoria e vita. Il quale brigan-
taggio feudale non poteva esercitarsi senza mili-
zia, o la milizia sussistere senza tributi; e perciò
il popolo diviso in soldati e vassalli, gli ordina-
menti di società solamente militari e finanzieri,
i capi delle tribù capitani e magistrati, non leggi
stabili, non ordini certi, non sicurezza di persona
o di proprietà, ma continue guerre,» continue
depredazioni, instabilità di ogni cosa. Questa
guerra tra’ signori dominò il Regno dal V al VII
secolo.
'Nell' Vili, IX e X molti avvenimenti mutarono
l’aspetto della feudalità. ISel ducato di Benevento
forte per domimi, afforzato delle leggi del saggio
Rotari -re longobardo, erano i regoli minori sog-
getti e mansueti, e sebbene il ducato fosse feu-
dalità, la era gigante ed aveva le apparenze di
stato; cosicché i popoli soffrivano le gravezze,
ma non i danni e gli sconvolgimenti delle discor-
die. Questo benché duro riposo fu breve, da poi
che gli successero le guerre, per le quali diviso
il ducato, surti dalle sue spoglie i ducati di Sa-
lerno e di Capua, fondate da conti (sino allora
soldati del duca) contea stabili ed ereditarie, una
gran feudalità in cento piccole si divise. E tale di
questa pianta è la natura che il minore de’ tralci
è più velenoso del tronco.
Avvennero in quel tempo stesso le invasioni
de’ Saraceni, e furono materia abbondante al bri-
gantaggio ad alla feudalità; si murarono allora le
terre, e mille rócche e castelli si fondarono, onde
le guerre più lunghe, i regoli più forti, la condi-
zione de’ popoli più miserevole. >
Digitized by Google
LIBRO SETTIMO — 1810 M7
Al cominciare dell’ XI secolo le prime scorrerie
normanne ne’ paesi di Napoli e di Sicilia arreca*
rono la feudalità più matura ed ordinata, e por-
tando seco leggi feudali francesi fu meno agitata,
più potente. Cosi restarono le cose tino all’anno
n3g, allorché il primo Ruggero fondò il regno
di Sicilia e di Napoli. Dal quale punto delineerò
la feudalità per case regnanti, oper quei mirabili
avvenimenti che mutano delle sociali instituzioni
l’indole o l’aspetto.
XXXII. Ruggero fu il maggior barone del Re-
gno, chè tale in quel tempo era 1 idea di dominio
che non poteva scompagnarsi dalla idea di feu-
dalità; ma le condizioni de’ popoli migliorarono
per ciò che ho detto parlando del ducato di Be-
nevento, e perchè i ministri del re nelle province
impedivano le soperchianze de’ minori regoli. E
di più, le gravezze feudali acquistando con l’uso
e per la pazienza de’ sudditi la natura di stato
civile, apparivano alla moltitudine legittime e com-
portabili. Si contentarono i nostri maggiori degli
ordini fondati da Ruggero e da’ due Guglielmi
come che fossero feudali e violenti. Giovarono ai
popoli d’ allora quelle forme governative, dalle
quali la filosofia moderna rifugge.
Della stirpe Sveva il primo Federigo ed Arrigo
combatterono le civili istituzioni anzi che pro-
muoverle. Federigo il secondo abbassò in doppio
modo la feudalità, dettando contro lei provvide
leggi, e migliorando la civiltà de’ popoli; chè fu-
rono leggi di quel re l’abolizione di qualunque
opera verso i baroni che offendesse ne’ sudditi la
libertà personale, il bando che ad ogni Napole-
™1
148 LIBRO SETTIMO — 1810
tano concedeva la giustizia comune e la piena
libertà di richiamarsi al monarca delle baronali
tirannidi, il divieto a’ baroni d’imporre nuove
taglie, il disfacimento delle mura e torri baronali,
ed altre provvidenze che leggonsi nelle costitu-
zione di quel monarca. Furono opere di lui le
amministrazioni del municipio libere a’ comuni,
la convocazione de’ rappresentanti di ogni comu-
nità per negozii di pubblico interesse, l’ordina-
mento della giustizia e de’ magistrati, la visita da
suoi ministri delle province a fin di conoscere
del popolo i bisogni e i lamenti, l’obbligo dei
tributi a’baroni laici o ecclesiastici, 1 abolizione
de’ privilegi sino allora profusamente concessi alle
terre e persone della Chiesa. A questo re, mira-
colo de tempi suqj, successe brevemente Corrado
e poi Manfredi re ultimo della casa Sveva; e Man-
fredi sosteneva le leggi del padre con lo stesso
cuore, ma con minor fortuna, trovandosi assai
più travagliato da’ papi e dai soggetti. Ma i bene-
fizi che ho adombrato della famiglia Sveva, ge-
nerati nella mente del riformatore, immaturi al
? opolo, immaturi al tempo, e non bastando a
ederico la vita per convertire i suoi pensamenti
ad uso e coscienza di tutti, caddero con la sua
progenie.
Carlo I d’Angiò venuto al trono, delle Sicilie
per invito e ajuti del papa Clemente IV, guerreg-
giando contro l’esercito di Manfredi, parteggian-
do fra i baroni del Regno, in ogni sua qualità
trovò motivo a rinvigorire le feudali instituzioni :
egli. Francese, portava gli usi di Francia} vassallo
della Chiesa, rendeva ed ingrandiva i privilegi
Digitized by Google
LIBRO SETTIMO — IRTO
m
ecclesiastici dalla casa Sveva rivocali o ristretti;
guerriero e vincitore, era prodigo di centosessanta
città a'commilitoni e di altri doni feudali, conformi
alla conquista ed a’ tempi; partigiano, ristabiliva
i baroni della sua parte al seggio donrie erano
discesi per \e leggi di Federico e di Manfredi;
ed Angioino, pregiava e seguiva regole di go-
verno contrarie a quelle del nemico Svevo. Ritor-
nava la feudalità più che non mai fortunata e
superba. Eppure di questo re e di altri re an-
gioini la storia rammenta alcuni atti moderatori
di certi eccessi feudali, ma che più dimostrano
lo sdegno per alcune enormità che il proponi-
mento di toglierne le cagioni o giovare a’ popoli. ,
Così governò la stirpe angioina sino alla prima
Giovanna; e poi costei e la seconda dello stesso
nome ed il re Ladislao, tra lascivie e bisogni che
ne derivano, venderono quasi tutto il demanio
regio, diedero titoli di duca e principe riserbati
sino allora a’ regali, concederono profusamente
litoli minori, terree privilegi; infeudarono, quasi
Sirei, tutto il Regno. Fra le concessioni più gravi
alla sovranità e più dannose a’ soggetti fu quella
che si disse del mero e misto imperio, cioè la
giurisdizione a baroni su la giustizia criminale e
civile.
Ma era serbato alla vergogna di Alfonso I di
Aragona fecondare ed ingrandire queste mero e
misto imperio, ossia prosternare la monarchia in
quel tempo stesso che per la provvidenza di altri
S rincipi si rinforzava in Francia ed Alemagna.
ipoi le congiure de’ baroni contro Ferdinando I
sdegnarono questo re, e furono cagione ad alcune
150 LIBRO SETTIMO — 1810
leggi, che, avendo per concetto l ira verso i si-
gnori non la carità per i popoli, rimasero inese-
guite e spregiate. Della feudalità nel reame di
IN a poli l’età più altiera fu quella de’ regnanti ara-
gonesi.
XXXIII. Non parlerò della momentanea compar-
sa di Carlo Vili, nè delle leggi non osservate che
dettò Carlo V al suo passaggio di Napoli per Africa,
commosso dalla miseria e dalle lamentanze delle
nostre genti: dirò le miserie de’ governi vicereali
cominciati ne’ primi anni del XVI secolo. Natura
di quei governi fu la cupidigia fiscale, e suo
mezzo primario la feudalità. 11 parlamento dello
.stato, «che da tempi di Alfonso di Aragona era
composto di baroni, fissava nel viceregno i do-
nativi alla corona pagabili da’ comuni; diminuiva
l’Adoa, tributo feudale, compensandone il fisco
a più doppii sopra i vassalli; e molte altre gra-
vezze immaginava, sotto nome di alloggi militari ,
di fortificazioni eli marina, sopra le taglie ordi-
narie feudali o del fisco. Fu in breve tempo si
misera la sorte de’ vassalli che dimandarono in
grazia di riscattarsi delle servitù baronali patteg-
giandone il prezzo co’ baroni, e dopo il riscatto
far parte dei demanio regio e pagare al fisco i
tributi comuni: concessione di Carlo V non os-
servata allora ch’era benignità, confermata dipoi
e seguita perchè trasformata in avarizia ed in-
ganno.
A prezzo esorbitante, facendo prodigiosi sforzi,
le comunità si ricomperavano; ed indi a poco
(incredibile a dire) il governo regioie rivendeva,
con le servitù di feudo, agli stessi o a nuovi ba-.
... j
Digitized by Googte
LIBRO SETTIMO — 1810 15 1
roni; sì che vedendone delle riscattate e vendute
tre.o quattro volte, niun’ altra comunità diman-
dava il riscatto. E poiché giovava al governo ac-
crescere senza sua spesa o danno il demanio regio,
pattuiva (confessando obbrobriosamente le usale
fraudi) che se mai riconcedesse in feudo, a prezzo
o a dono, le comunità riscattate, resterebbero esse
sciolte da ogni obbedienza verso il re,»da ogni
servitù verso il barone: scusava e legittimava la
ribell iorife.
Altra vpna di ricchezza fiscale fu il vendere
titoli e privilegi, altra il transigere a prezzo la
pena de’ misfatti; e perciò si leggono di quel
tempo delitti orribili ed impuniti. Sotto il viceré
duca d' Arcos, il barone di Nardo, essendo in lite
col capitolo del suo feudo, fece in un giorno
troncare le teste a ventiquattro canonici che lo
componevano, e tutte le espose in dì festivo, ad
argomento di potenza e di vendetta, sopra i seggi
sacerdotali della chiesa; nè fu castigato perchè si
riscattò della pena. Aon vi ha città o terra già
baronale che non serbi memoria di fatti atroci,
nè palagio o castello che non abbia i segni delle
esercitate crudeltà.
E così i baroni (essendo Napoli governalo per
ministri di re lontani) non più de -troni o sostegni
o nemici, e smisuratamente cresciuti di numero
e mescolati ad uomini sozzi innalzati per com-
prate onorificenze, ed avari, crudeli, iugiusti so-
pra le genti soggette, davano della feudalità idea
spaventosa, ma bassa. E perciò, finito nel 1734
il vicereale governo, la stirpe ne’ Borboni trovò
piano il cammino alle riforme.
152 LIBRO SETTIMO — 1810
XXXIV. Ed era riformatore il secolo, riforma-
tore ogni principe. La monarchia nei regni «di
Francia, di Spagna, della Germania rinvigoriva
dal reprimere i baroni, e, sgravando il popolo di
gran parte di pesi e delle servitù feudali, renderlo
amante e sostenitore di un potere unico e supre-
mo; l’esempio fu imitalo da Carlo, primo re tra
noi dell* stirpe borbonica. Si aggiungeva ebe i
baroni nelle province, ricchi ma spregiati, dimen-
tichi o non curanti delle armi, molti ma piccoli
e la più parte surti da plebe per favore de’ passati
re o della fortuna, avidi perciò di fasto, vennero
alla città volontari o richiesti a sperar gli onori
della nuova corte. Carlo li accolse, e avvincendoli
delle vote ma tenacissime catene della boria e del
lusso, li rese di emuli, servi, e di potenti a resi-
stere, impotentissimi. E dopo ciò pubblicate pa-
recchie leggi a danno della feudalità, e repressi
non pochi abusi, dichiarò che per lunghezza rii
tempo non si acquista diritto sopra i popoli, e che
le ingiustizie de’ prepotenti non si legittimano da
prescrizione. Così palesava il proponimento di ab-
battere la feudalità. Su le tracce istesse più rapi-
damente camminò a’ primi anhi del suo regno,
il successore di Carlo, Ferdinando IV. E poi che
fu vista la tendenza del governo, e che la filoso-
fia e la ragione potevano mostrarsi a viso aperto,
molti scritti erudivano i governanti, atterrivano i
feudatari, sollevavano i popoli, creavano quella
universale opinione che dee precedere alle^rifor-
me, e qui cito ad onore le opere del Filangieri,
del Galanti, del Signorelli, del Dèlfico. Freso
animo, le popolazioni richiamandosi di molte gra-
LIBRO SETTIMO — 1810 153
vezze baronali, il re prescrisse che i magistrati
ne giudicassero; e questi, come voleva giustizia e
genio di tempo, diedero sentenze favorevoli alle
comunità litiganti, esempio alle altre ed incita-
mento a nuove liti. Fra quali provvedimenti fu-
rono i pedaggi aboliti; il decreto che i feudi de-
voluti al fisco non mai più si dessero a vendita
o dono con le condizioni feudali; il mero e misto
imperio ristretto; la divisione delle terre soggette
a servitù d’ uso. Ma il governo non aveva in quel
tempo nè mente, nè animo, nè potenza per ab-
battere ^ino al piede quel superbo edifizio; e però
inchinando quando a’ bisogni, quando al favore,
rivendeva le. terre, non più invero con le qualità
di feudo, ma con diritti tali a’ compratori, e tali
servitù de' popoli che la feudalità vi stava impres-
sa; la stessa giuridizione fu talvolta ne’ contratti
novelli concessa o patteggiata. •£ d indi a poco per
le rivoluzioni di Francia sopragiunto il sospetto,
parve pericolo abbassare i nobili, rialzare il po-
polo; incolpando a quella istessa filosofia die
percoteva la feudalità, la caduta de’troni. Si arre-
. starono quindi le operazioni del governo, e la
macchina feudale fu vicino a ricomporsi.
XXXV. Innanzi di rammentare i provvedimenti
di Giuseppe, e narrar quelli di Gioacchino, tre
gravi obbietti trattengono ancora On poco sulla
considerazione del passato me ed il lettore. Qual
fu la nobiltà tra le yicende de feudi? E quale il
popolo? Che rimaneva delle cose feudali nel 1806?
La nobiltà naturale e più antica viene chdl’ar-
mi e dal consiglio; chè gran titolo alla chiarezza
ed al rispetto pubblico tlebb’ essere lo spenderla
154 LIBRO SETTIMO — 1810
vita in difesa della patria, o mantenerne la gran-
dezza col senno e con le opere della mente. La
società corrotta aggiunse altre origini alla nobiltà;
ma se dopo le armi e le magistrature si cercavano
titoli alla distinzione, si trovavano meritamente
negli scenziali ed artisti, che intanto rimasero,
benché notissimi, ignobili. Perciò nobiltà vera fu
ne’ primi feudi, e vi si mantenne sino a tanto che
feudatario e guerriero fu il nome islesso; ed era-
no militari le investiture, militari i doveri de' ba-
roni: e decadevasi da’ conceduti privilegi rifiu-
tando il combattere; non decadevasi, benché
nemico del re, ma nemico armato; la codardia
era più schifala della nemicizia. E però nel regno
di IV apoi i (senza parlar de’ tempi anteriori a’ Nor-
manni) furono case nobilissime per le armi sino ai
regni degli Aragonesi.
Derivando dalie-armi la nobiltà ed il feudo, e
dal feudo i titoli, si confusero i nomi, e a tal si
giunse che titolo e feudo senz'anni fu creduta
nobiltà. Onde «al tempo della prodiga razza An-
gioina, donati o a vilissimo prezzo venduti i titoli
e i feudi, uomini abbietti ma ricchi salirono ai
più alti seggi dejla nobiltà titolare; e peggio sotto
gli avari governi vicereali, quando a poca ed in-
colla terra del demanio regio apponevasi titolo
di baronia o più magnifico, e si concedeva all of-
ferente di maggior prezzo. Perciò la nuova stirpe
borbonica tro\ò titoli mollissimi, che poscia i re
Carlo e Ferdinando" accrebbero per nuovi favori;
cosi che nel 1806 la nobiltà napoletana consisteva
in una moltitudine di titoli, senz’armi o potenza:
nudo ed inutile nome.
LIBRO SETTIMO — 1810 153
XXXVI. Il popolo, a considerarlo oppresso dai
feudatari, si direbbe che aveva interessi conlrarii
agli oppressori, e che il meglio degli uni fusse il
peggio degli altri. Ma così non era nel fatto; da-
poichè sotto baroni potenti e guerrieri molti sog-
getti dedicavansi alla fortuna del capo, combat-
tevano, soggiacevano a’ casi varii di guerra e di
parte, avevano moti, opere, speranze, nelle quali
vicissitudini risiede il sentimento e' 1 diletto del
viver politico. Ma quando la feudalità, non più
guerriera, divenne incurante di parti e di milizia,
il popolo non sentiva di lei fuorché il peso e la
superbia. E perciò a’ tempi del viceregno, col ca-
dere dell’ alla feudalità, il popolo decadeva.
Questa che-ho detto era la condizione di ogni
popolo in ogni feudo; ma il popolo UQito di tutti
ì feudi, ossia lo. stato, serbava qualità proprie a
sé. Ne tempi della feudalità guerriera, baroni e
popoli combattenti fra loro, non avevano interesse
comune, non leggi universali, non conformità di
azioni, non forza pubblica, non nazione; tutti i
mezzi mancavano al progresso della civiltà e della
indipendenza. Ed a’ tempi della feudalità corrot-
ta, i vassalli oppressi da baroni, i baroni dal re,
surse il brigantaggio armato; specie di conforto
e di libertà nella universale abbiezione di genti
che sentono de’ mali il peso ed il fastidio, ma di-
vise per vizii o per abitudini non sanno prorom-
pere in generose rivoluzioni. E 'così, ora più ora
meno disordinato, secondo il variare de’ tempi,
restò il popolo sino all’anno 1806.
XXXVII. Nel qual tempo mollo ancora restava
di feudalità. I diritti (sia permesso anche a me
m
156 LIBRO SETTIMO — 1810
invilir questa voce, che per mollo uso è meglio
intesa), i diritti feudali su le persone si mantene-
vano apertamente in alcuni feudi, ed in altri fu-
rono mutati a pagamento; parecchie angarie o
perangarie, come il lavoro di contadini nelle terre
baronali, 1’ officio di corriere, altri servigi dome-
stici, duravano in molte comunità. I diritti su le
cose erano esorbitante; le terre, le industrie, i
boschi, i fiumi, le acque per fino le piovane, ogni
prodotto, ogni entrata, gravate di taglie o presta-
zioni. Fra gli uni diritti e gli altri, su le persone
e su le cose, V onoratissimo magistrato Davide
Winspeare,in un’opera meritamente laudata, ne
enumera i 3 g 5 esistenti all’ arrivo di Giuseppe
nel 1806. * •
01 tracio. i baroni impedivano o restringevano
a’ cittadini gli usi sopra le terre. feudali che ave-
vano uso comune; e con eccesso esercitavano le
ragioni di-cittadino su le terre della comunità. 1
costumi, la filosofia, il secolo avendo migliorato
l’indole de’ feudatari, tutte le violenze dell antica
feudalità erano per buon volere scomparse; ma
ciò che produceva entrata, qualunque ne fosse la
natura, si vedeva da quei, signori desiderato e
difeso: rinunziavano la potenza, ne volevano il
frutto.
XXXVIII. Questi che ho descritti abbondanti
resti di feudalità furono aboliti da leggi di Giu-
3 >e; ma quel* re, non misurando il peso eia
e degl’ interessi che le sue leggi commoveva-
no, prescrisse che le contese, surte in gran nu-
mero, andassero a’ tribunali ordinari e a’ consigli
d’ intendenza con le comuni regole di procedi-
Digitized by GoogI(j
LIBRO SETTIMO — 1810 157
mento, sì che gli anni e forse i secoli non sarieno
bastanti alle liti; e per il vario ingegno de’ giudici,
qua favorite le comunità, là i baroni, l’abolizio-
ne difforme, si sperdeva il maggiore benefizio po-
litico di quell opera, il celere ed ugual passaggio
de’ possidenti, da’ pochi a’ molti: serbando le prin-
cipali regole della universale giustizia, poiché le
circostanze impedivano la matura tardità di codi-
ci. Visto l’errore, s’immaginò e compose un ma-
gistrato supremo inappellabile detto Commissione
r cudalc; ma lasciata di solo nome sino a’ tempi
del re Gioacchino cheli diede il carico vero delle
somme cose della feudalità, tal ch’ella decideva
di ogni lite; da lei proposte, si facevano le nuove
P er lei erano gl impedimenti agevolali, i
dubbii sciolti. Mezzi alla commissione per giun-
gere al proponimento furono: i. ° riconoscere i ter-
reni di natura feudale; 2 ° in quei terreni deter-
minare le ragioni e gli usi della comunità; 3.° di
ogni ragione, di ogni uso, estimare il valore in
terre, così che apparisse ciò che spettava alla co- s
munita, ciò che al barone; 4-° la rata della comu-
nità confinarla inamovibilmente in presenza dei
cittadini, assistendo, se volevano, i ministri del
barone; 5.° quelle terre comuni, dividerle fra
cittadini.
Stavano dunque dall’ una parte gl’interessi
di lutti i baroni, e del re che per alcuni pri-
vati dominii aveva le qualità baronali, e del
fisco regio e della Chiesa; stavano per l'altra parte
i cittadini pur ora vassalli e tuttavia soggette E
frattanto molte terre sino allora di pieno domi-
nio baronale furono dichiarate delle comunità, o
»
158 LIBRO SETTIMO — 1810
di uso pubblico; la valutazione di ogni diritto fu
a maggior prò de' comuni; la divisione tra co-
munità e baroni, o re o fìsco o Chiesa fu sempre
a vantaggio delle comunità; e nella partizione
delle terre fra cittadini fu prediletta la povertà :*sì
che donavano a’ più poveri, davano per piccolo
prezzo a' meno poveri, vendevano al giusto agli
agiati, escludevano i ricchi. 1 miseri profittavano
in tutti i modi, con offesa (convicn dirlo) delle
consuete forme di procedimento, e pur tal volta
della giustizia; imperciocché la feudalità (qui ri-
peterò ciò che poco indietro ho detto del brigan-
taggio) era misfatto antico ed enorme, che la giu-
stizia del nuovo secolo punì co’ modi del flagello
e della vendetta.
l’er eseguire le sentenze della commissione
feudale il re al finire del 1809 mandò, commis-
sari nelle provinole, parecchi magistrati di allo
grado, di buono ingegno, di onorata fama por-
tando altri decreti di cui l’ adempimento fosse ve-
loce e forzalo: l’opera stava al termine; il moto
come al fine delle cadute era più celere. Per cura
di que’ regii ministri , divise le terre e suddivise,
videsi numero infinito di nuovi possidenti; franca
la proprietà de' già baroni, de’ già vassalli; tutte
le servitù disciolte; quell’anno 1810, il primo di
libertà prediale e industriale. Perciò il re, dal
campo di Reggio dove stava a guerra contro la
Sicilia, dichiarando compiuta l'abolizione della
feudalità, bandì per editto irretrattabili le sen-
tenze della commissione feudale; ed essa disciol-
ta. Si viddero indi a poco gli effetti maravigliosi di
quell’opera nelle private ricchezze, nell’ accresciu-
LIBRO SETTIMO — I8I0-II 159
ta finanza/ nell’agricoltura, nelle arti. Era stata
divisa tra ’l re ed il comune di Postiglione la : valle
del Calore, piccolo fiume che va nel Sele,la qua-
Ieper lo innanzi foltamente boscosa era parte delle
regie cacce di ‘Persano: delle due pendici l’una,
lasciata al re, è selvaggia coma innanzi; l’altra,
divisa fra cittadini, è coltivata a campi, a vigne,
ad oliveti, sparsa di nuove case, alimentatrici di
famiglie industriose e beate: così che in quelle
due con valli stavano figurate ed espresse in ria-
tuia la vivente feudalità e la distrutta. Età novella
per la vita civile del popolo Napoletano cominciò
nel 1810.
XXXIX. Il primo giorno del seguente anno, tra
le consuete feste della reggia, il re concesse con
titolo e dote, ma senza diritti ed usi di feudo, al-
cune baronie a generali e colonnelli dell’esercito:
liberalità che generando nobiltà nuova, armata,
potente, partigiana degli ordini nuovi, provvede-
va a molti bisogni della nascente casa de’ Napo-
leoni, e non aveva di sconcio che il nome. 11 re
Giuseppe, a pompa o prodigalità aveva fatto altri
doni a’ ministri civili; Gioacchino istesso ne’ suc-
cedenti anni nominò ora per prèmio a’ servigi,
ora per favore, altri baroni, conti e duchi, e
concedè titoli senza tèrre o terre senza titoli a
militari, a magistrati, ad artisti. Parvero, e tali
erano in alcuni casi, dissipazioni dell’erario pub*
blico; ma non sì grandi e sì vacue quanto la ma-
lignità divolgava : chè nella storia di Napoli non
-vi ha nuova stirpe, per quanto avara, che avesse
donato a’ partigiani suoi meno di ciò che dona-
rono a nostro tempo i due re francesi; nè vi ha
1 .
160 LIBRO SETTIMO — 1811
dii più di loro gli cercasse tra gli uomini meri-
tevoli dello stato. Caddero con Giuseppe e Gioac-
chino i loro aderenti e affezionaci, pochi non
rimasero poverissimi, e niuno fu ricco per turpi- '
tuni. Gli ufGziali dell’esercito se non fossero stati
mantenuti agl impieghi dalla convenzione di Ca-
salanza avrebbero accattato nel i8i5, come ac-
cattarono anni appresso
rate quella convenzione
Foco dopo viddesi la insegna di Napoli, avendo
usalo sino allora in guerra , in mare e su le roc-
che, la bandiera francese: i colori nostri furono
in campo turchino il bianco e l’amaranto. Nel
giorno istesso fu prefissala forza dell’ esercito, ed
era (benché il decreto noi rivelasse) di sessanta
inila uomini di milizia assoldati, quaranta mila
delle civili; chiamarono i reggimenti, legioni; i
generali di divisione, tenenti generali; e quei di
brigata, marescialli di campo: molti altri nomi da’
nomi francesi variarono, chè già sentivasi da
Gioacchino e traspariva nel Regno il desiderio
della indipendenza. La nuove scuola politecnica
ingrandì il già collegio militare; sursero nuove di
artiglierie e del Genio; in cento modi si provvi-
de all’esercito napoletano, perocché si divisava
di congedare il francese : le coscrizioni si faceva-
no quietamente e con prestezza, frutto del con-
solidato regfio. E a tanti mezzi di forza si imivano,
per iscuotere il giogo della Francia, il comandar
dm o di Buonapartc e l’ indole libera e presuntuo-
sa di Gioacchino. Spuntò allora il primo sdegno
fra i due cognati.
Nel qual tempo nacque all'imperatore de’Fran*
poiché per fedi spergiu-
ri rotta.
J*,.
H«F~
J
LIBRO SETTIMO — I8II If>I
cesi un figlio che appellò Re eli Roma ; e Gioac-
chino', per impostagli riverenza, si recò a Parigi:
e sebbene credevasi che vi si fermasse sino al bat-
tesimo a fine di accrescerne la pompa, inatteso
tornò in Napoli molto innanzi della cerimonia.
E giunto appena, congedò le schiere francesi, con
decreto che nessun forestiero, se non prima di-
chiarato cittadino napoletano come prescriveva
lo statuto di Bajona, potesse rimanere agli sti-
pendii militari o civili. Spiacene f ardito comando
a Buonaparte, che in altro decreto disse: non bi-
sognare ai compagni di patria e di fortuna di
Gioacchino Murat, nato francese e asceso al trono
di Napoli per opera dei Francesi, la qualità di
cittadino napoletano per avere in quel reame ut
fizii civili o militari, il re infuriò, la regina pla-
cava gli sdegni; pochi dei Napoletani timidi e
servili biasimavano 1 ardire di Gioacchino; molli
liberi, audaci, ambiziosi lo applaudivano; dei
Francesi niuno, benché cortigiano, si mostrava
della sua parte. Nelle grandi contese di stato, in
cui di ordinario primeggiano due opposte sen-
tenze, capo dell’ una si faceva il re, dell'altra la
regina, e intorno a sé raccoglievano i sostenitori
delle due parti: contendevano nel pubblico, ac-
cordatami nel privato; pareva discordia, ma era
scaltrezza in tanti moti e pericoli di regno nuovo.
Eppure quella volta non per finzione ma per
sentimento il re e la regina discordavano; ella
fidando meno del giusto nel marito, e assai più
del giusto nel fratello. Si accesero domestiche
brighe: egli, impetuoso per natura, infermò; ed
Coixettì, T. IH. 1 1
162 LIBRO SETTIMO — I8II
ella, benché superba, fu palesemente mesta e ad-
dolorata.
Vinse il decreto di Buonaparte: l’esercito fran-
cese usci dal regno; ma i Francesi che avevano
in Napoli militare o civile impiego restarono.
ISella plebe sursero dicerie maligne e bugiarde su
i motivi dello sdegno della casa; e scrittore, se-
guace, poi nemico di que’ principi, non disdegnò
•li Avvalorare quelle menzogne, adombrandole in
alcune memorie chiamate istoric/ie. Indi a poco le
domestiche contese quietarono, e il re, tornato
sano, si volse alle cure dello stato.
X.L. In iNapoli, come in altre parli d’Italia,
estirpati per furioso genio di coltura gli alberi su
le montagne c messe a campo le terre, furono i
primi ricolti abbondanti; ma scemavano d’anno
in anno, perchè dall acque trasportato il terreno,
ingomberate le sottoposte pianure, solcato stra-
namente il dorso dei monti, e però nudato il colle,
devastato il piano, lasciati i torrenti alle proprie
licenze ed agli eventi dei turbini, l’agricoltura fu
sovvertita. Una legge di Gioacchino riordinava
quella parte di amministrazione pubblica; e non
bastando i precetti nominò una direzione supre-
ma in iNapoli, altre minori nelle province; impie-
gati e vigilatoci nelle comunità, guardie nelle
campagne: che se tutto e troppo nel possesso dei
boschi era stato libero, tutto e troppo dopo la
legge fu ristretto da regole, proibizioni ed am-
mende: sursero grandi e giuste lamentanze ac-
creditate dall’avarizia del iisco; si manifesta in
quella legge che la severità delle pene appariva
non già zelo di bene ma cupidigia. Ne derivò ebe
LIBRO SETTIMO — 1 81 1 163
provvida legge fusse male accolta dai soggetti e
ritrosamente osservata.
Per altri decreti l’amministrazion provinciale
e comunale migliorava in quanto alle regol e , ina
peggiorava nel fatto; e del peggioramento era
principal cagione il ministro per lo interno conte
Zurlo, ingegnoso, instancabile, desideroso di
I mbblico bene, e pure amico di libertà, ma per
ungile usanze così devoto alla monarchia e cieco
amante del re (qualunque mai fosse di nome o
d’indole) che per soccorrere la finanza, disordi-
nata dalle troppe spese della milizia e della cor-
te, imponeva al patrimonio dei comuni non po-
chi debiti del fisco, ed altre somme col nome di
Volontario Donativo. Perciò quei patrimoni de-
cadevano, il popolo insospettiva; gli spiaceva il
risparmio, a vederlo convertito in doni menzo-
gneri, più delle dissipazioni e delle frodi, le quali
almeno giovavano ad alcuni della comunità.
Altra cagione di male era nella natura delle
intendenze. L' intendente commissario del gover-
no e tutore del popolo, con poteri grandi e certi,
doveri indeterminati e talvolta opposti, non può
a lungo serbare uffizio e fama. E poiché l’uffizio
gli apporta comodo e fortuna, la fama sventure
ed offese per fin da coloro a cui giova, la più
parte degl’intendenti sono a prò del governo
contro del popolo, cioè duri nelle pratiche di
polizia, inflessibili nelle esigenze della finanza,
proclivi e pronti a tutto ciò che profitti o piaccia
al re come che a danno della provincia. Parecchi
ne furono, nel tempo del quale scrivo, difensori
arditi delle ragioni del popolo, dei quali citerei
*
V
Digitized by Google
If,4 LIBRO SETTIMO — I8II
e fatti e nomi se scrivessi commentari e non
istorie.
INuovi provvedimenti migliorarono il sistema
giudiziario, il qual cenno mi offre occasione di
rammentare due cause trattate in quell' anno 1 8 1 1 ,
e degne di storia. Abbattuta ma non ancora im-
potente, l'ira contro Gioacchino fece ordire con-
giura per ucciderlo quando andasse a diporto
di caccia nelle foreste di Mondragone, dove il
luogo vicino al mare agevolasse a’ regicidi la fuga;
capo de congiurati un tal Fra Giusto, già frate,
amministratore di vaste tenute presso al disegnalo
luogo del delitto, compagni altri ventotto venuti
di Sicilia o arruolali in Napoli. Si ordinavano le
insidie, quando l’un d’essi, a patto d’impunità,
rivelò al governo il disegno; e quindi arrestiti i
congiurati, sorprese armi e fogli, fu comandato
il giudizio, ma con le libere consuete forme,
come non fusse causa di maestà. Per testimonii,
documenti e confessioni venne in’pubblico dibat-
timento dimostrata la colpa, ed il regio procura-
tore chiese condanna di morte per sette de’ con-
giurati, e di galera in vita per altri ventuno.
Parlavano a difesa, con poca speranza, gli avvocati,
quando il presidente ruppe il discorso per leggere
al pubblico un foglio or ora pervenutogli, ed era
del re, che diceva:
a lo sperava che gli accusati di congiura con-
tro la mia persona fossero innocenti; ma con
ii dolore ho inteso che il procura tor generale ab-
« bia dimandato per tutti pene assai gravi. E forse
»> vera la colpa, ed io volendo conservarmi un
» raggio di speranza della loro innocenza, prc-
Digitized by Google
LIBRO' SETTIMO — 1 81 1 IG5
r> vengo il voto del tribunale, fo grazia agli accu-
r> sati, e comando che al giungere'di questo foglio
« si sciolga il giudizio e si facciano liberi quei
« miseri. E poiché trattasi d’ insensato delitto con-'
» tro di me, e non ancora è data la sentenza, io
« non offendo le leggi dello stato se, non inteso
>•> il consiglio di grazii, fo uso del maggiore e
r> migliore diritto della sovranità. Gioacchino >\
Fu lieto il fine di quel giudizio quanto mise-
revole l'altro caso che narrerò. Era in Àcerenza,
città della Basilicata, un tal Rocco Sileo, bello e
grande della persona ma per vecchiezza curvo e
bianco, padre di figli e figliuole, con poca for-
tuna cd onesta fama. De’ figli il primo, d’indole
rea e malvagia, cominciò da giovinezza a commet-
ter delitti) e l’amoroso padre, stando ancora in
piedi le udienze e gli scrivani, ne redimeva la
reità per danaro. Ma quegli continuo al male ri-
tornava alle colpe, quanto l’altro sollecito e co-
stante il difendeva, disperdendo il patrimonio
della famiglia. Per grave misfatto commesso l’ anno
i8og, di già cambiati codici e magistrati, il tribu-
nale della provincia il condannò a morte, da ese-
guirsi in patria innanzi alla propria casa. Ma la
condanna restò sospesa dal ricorso in cassazione;
ed il padre, dopo di aver profuso cure e denaro,
lasciò in Napoli un più giovane figlio col carico
di avvertirlo celerissimamente della sentenza. Que-
sta fu avversa : il figliuolo in gran diligenza giunse
apportatore della fatale condanna, e dal padre
ebbe comando di segreto anche in famiglia.
Nel seguente giorno il vecchio ottenne per de-
naro dal custode del carcere di desinare col figlio:
16(5 LIBRO SETTIMO— 1 81 1
e fu la mensa non abbondevole nè scarsa, egli
non lieto nè tristo; il figlio, per lungo uso avvezzo
alla prigione, indifferente. Finito il desinare, il
padre parlò in questi sensi: « Figliuol mio, il
» tribunale di cassazione ba rigettalo il nostro
ricorso, la condanna è confermata, fra poche
55 ore sarà nota quella estrema sentenza, e tu
55 dimani avrai cessato di vivere. In qual modo?
55 infamemente, per mano del carnefice; ed in
55 qual luogo? qui in patria, innanzi alla nostra
55 casa. 11 patrimonio ch’era mio e della famiglia,
55 tutto è stato distrutto in tua difesa, piccola vigna
55 che io piantai è stata venduta un mese fa. Se
55 alla nostra povertà tu vuoi aggiungere infamia,
55 troppo di male, o mio figlio, avrai arrecato ai
55 tuoi vecchi genitori, a due fratelli, a tre sorelle,
55 al nome, alla discendenza. INon vi ha che un
55 mezzo, morir prima, morir oggi. Se hai pietà
55 della famiglia e di me, prendi, questo è un ve-
55 leno (cavò di tasca una carta ravvolta), bevilo.
55 Se l’animo ti manca io partirò maledicendoti;
55 se beverai, le mie benedizioni accompagneran-
55 no il tuo spirito 55. A questi ultimi detti qualche
lacrima gli comparve agli occhi, e impietrì; e il
figlio che inorridito ascoltava, prese la carta, senza
dir motto, di man del padre, versò il veleno nel
bicchiere, baciò la destra al venerando vecchio,
e, fisamente guardandolo, beveva. Mentre l’altro
levato in piedi, e per inusitato vigore scomparsa
la curvità della persona, alzato il braccio in atto
patriarcale, tre volte disegnando la croce il be-
nedisse. E subito partì: il figlio morì in breve ora.
Seppesinel giorno istesso la condanna, ilpran-
LIBRO SETTIMO— 1811-12 167
S •
io, il veleno, la mòrte. Fu messo in carcere, ac-
cusato di parricidio, il vecchio padre che nulla
tacque de fatti. 11 tribunale il condannò a morte,
la cassazione pendeva incerta fra la legge e la
coscienza; chè pericolo alla giustizia era la scusa
del misfatto, ma la condanna offendeva la virtù,
f onore e la pubblica ammirazione per la stupenda
intrepidezza paterna. In quel dubbio interrogato ,
il governo, rispose che i fatti si cuoprissero col
silenzio, non bisognando autorità di legge per
caso singolare, primo insino allora, e che forse
non avrà secondo. Rocco Sileo, tornato in libertà,
visse povero, afflitto ed onoratissimo.
CAPO TERZO
e* /
Il re parte per la guerra di Russia, e ne torna. Tenta l’unione
d’Italia. Parte per nuova guerra. in Germania, e tornatone
provvede al Regno. Anni 1812 e 1813.
XLI. Era-il di primo dell’anno 1812, e si fa-
cevano in corte le usate riverenze al re ed alla
regina, seduti al trono. Primi ad essere introdotti
erano i ministri de’ re stranieri, e primo de’ primi
esser doveva quello di Francia, se avesse avuto
titolo di ambasciatore qual convenivasia re della
stessa casa; ma Buonapartegià tenendo. a fastidio
Gioacchino, e volendo mostrare al mondo che
noi riguardava congiunto, avea spedito in Napoli
il signor Durant col titolo di plenipotenziario, e
perciò il ministro di Russia Uolgorouky voleva
5 recederlo nella cerimonia. Era il Russo grande
i persona, fiero di aspetto, l’altro piccolo e spa- •
Digitized by Google
✓ •
MS LIBRO SETTIMO— 1812
rulo, l’età in cntrambo sul primo confine della
vecchiezza. Inoltraronsi nella stanza del trono
contemporanei; in riga, frettolosi, Dolgorouky e
Durant, ma quegli per più disteso passo già pre-
correva, quando questo presogli il braccio il
trattenne, e allora il Russo con occhio ed impeto
barbaro pose il pugno su l’elsa della spada.
1 principi mirarono la sconvenevole briga, ed
il re si mosse incontro dicendo ad entrambo die
lodava lo zelo di giunger primiero ad offrirgli
omaggio, e sì parlò che non diede a nessun dei
due argomento di preferenza. Succedendo intanto
altri ministri e cortigiani, quei primi partirono:
lini la contesa per quel giorno. Perocché al ve-
gnente, scambiati i cartelli, duellarono i due mi-
nistri nel tempio di Serapide in Pozzuolo, ed a
poca distanza il maresciallo del palazzo Excelmans
col segretario di ambasciata russa Benkendorff,
quando sopragiunsero le vigilatrici autorità di
polizia che interruppero i cominciati combatti-
menti, e pregarono i duellanti, per* lo impero
delle leggi, a ritirarsi; il Dolgorouky era stato
leggermente ferito di spada all orecchio destro.
E sebbene in quel tempo covassero odii secreti i
due imperatori di Russia e di Francia, pure a
vicenda, simulando modestia e dichiarando pri-
vata la contesa, rivocarono i due ministri.
XLI 1 . In quell’anno istesso 1812 vacillando il
I iotere di Buonaparte, mutarono di Gioacchino
e arti di regno, ond’io prima narrerò le cose
interne brevemente, per quindi fermare il rac-
conto alle esteriori cagioni di futuri avvenimenti.
Egli fondò nuovi collegi e licei, e fatte novelle
Digitized by Google
V
V . ; *
LIBRO SETTIMO — 1812; 169
ordinanze per la istruzion pubblica, inaugurò
con solenne cerimonia la università degli studii.
Introdusse per decreto il sistema metrico che de-
siderato ed applaudito da’ sapienti, mal sofferto
dal popolo, poco tempo visse nelle leggi, nulla
negli usi, e si restò alf antica barbarie di pesi e
misure infinite, varie tra loro e innumerabilL
Fra le cagioni del popolare abborrimento erano
le denominazioni greche, non intese dall’univer-
sale, e per fino difficile a profferire. Ma se .alle
nuove misure lasciavano i vecchi nomi, il popolo
le accoglieva, i grandi benefizi di quel sistema si
ottenevano. La perfezione del quale richiederebbe
gli stessi nomi per tutto il mondo, ma sempre il
bene in idea è impedimento al fatto. Furono in
quell’ anno ordinate e quasi compiute molte opere
pubbliche, teatri nelle città delle province, strade,
ponti, ediQzi, prosciugamenti di paduli, acque-
dotti. Ma fra tutte sono più degne di ricordanza
la strada di Posilipo, il campo di Marte, la via
che vi mena dalla città, la Casa de’ matti e l’os-
servatorio astronomico.
La strada di Posilipo intende a prolungare
l’ amenissimo cammino di Mìergellina e condurre
alle terre, per memoria venerate, di Pozzuoli e
Cuma, evitando l’oscuro periglioso calle della
Grotta. La strada, benché breve due miglia e
mezzo, costava la spesa di ducati, duecentomila,
cosi grandi essendo i lavori d’arte per tagli di
monte e traversar di balze e di borri. Fu pagato
il danaro, non dallo stato, dal re, in dono alla
città. L’opera con sollecitudine ^procedeva, ed
oggi accresce le bellezze del luogo e le maravi-.
glie del passeggierò.
f
N
170 L1BBO SETTIMO — 1812
Vaslo terreno (moggia novecento, metri qua-
drati 3 1 6 ) sul colle di Capodichino -, ove
nel i5a8 Lautrech per assediar la città attendò
gran parte di esercito, fu da Giocchino destinato
a campo militare, chiamato di Marte; e perciò,
sbarbicate le viti e gli alberi, demolite le case
che il cuoprivano, fu ridotto a pianura. Diciot-
tomila fanti, duemila cavalli, le corrispondenti
artiglierie vi si movevano ad esercizio, ma ordi-
nati in due linee.
Dalla città menava al campo strada bellissima
e magnifica, che dispiegandosi dolcemente nella
pendice orientale del colle, costeggiando un lato
di quel campo, univasi alla consolare di Capua;
per essa (poiché rimane abolita l’ antica, alpestre
ed avvallata di Capodichina) giungono i forestieri
alla città.
Fu eretta in Aversa nuova Casa de’ piatti; e sì
presto crebbe in successi e di fama che appena
dopo un anno faceva le maraviglie dell' osserva-
tore. Dapoichè noi, avvezzi negli andati tempi
a pratiche crudeli sopra quei miseri, stupivamo
a' vederli diligenti e tranquilli negli usi ordinari
della vita, far lavori* recitar canzoni, rappresen-
tar commedie; e per vie così dolci (contraponendo
l’ esercizio continuo della ragione alle stravaganze
temporanee dello sconvolto intelletto) tornar sani
e saggi.
Sul colle di Miradois fu fondato l’osservatorio
astronomico, con disegno del barone Zach ed istro-
menti di Reichembach. Eglino stessi, quando già
l’opera procedeva, vennero in Napoli ad esami-
paria; e furono da’ dotti e dal re onorati qual
Digitized by Google
•'Ji —
LIBRO SETTIMO— 1812 15 1
convenivasi al merito , ed al grado dei due per-
sonaggi. L’edifizio al cadere di Murat era vicino
al termine; ma, compiuto da’ Borboni, diede a
questi maggior parte di gloria.
XLII1. Non altro di memorabile si fece in quél-
ranno, perocché in aprile il re,, lasciando reg-
§ ente la regina, si partì. Egli era stato richiesto
all’ imperator Napoleone a comandare nella guer-
ra di Russia la poderosa cavalleria dell’ esercito;
avvegnaché forza di sdegno comunque grande
fra i due congiunti non poteva far trasandare a
Buonaparfe i militari servigi di Murat, o repri-
mere in questo il focoso istinto di guerra. Io nar-
rerò ciò che di memorabile egli fece nelle batta-
glie, essendo parte della storia di Napoli la storia
del suo re; e paleserò a suo luogo ciò che ei disse
a me stesso di quella guerra , acciò sia documento
alle cose di Francia variamente raccontate da
due scrittori di fama, e contrastala per fin con
le armi.
La guerra era inevitabile. Buonaparte benché
impegnato ne’ travagli della Spagna, e pervenuto
ad altissima potenza, marito, padre, necessitato a
stabilire le acquistale fortune, non trasandava le
nuove ambizioni di dominio e di gloria sì che
a\ea trasgredito i recenti patti di Tilsit. E l’impe-
ratore Alessandro, già gravalo da quei patti, e
peggio dalle trasgressioni, spronato dall' Inghil-
terra, confidando nella Prussia scontenta, e nel-
l’Austria facilmente infedele, potente anch’egli
ed amante di gloria, si apprestava al cimento. Che
Buonaparte aspirasse ad universal monarchia (so-
spetto antico più accreditato per quella guerra) fu
Mgitized by Google
! 72 LIBRO SETTIMO — 1812
voce nemica e credenza plebea ; dapoichè, se il
P ensava, non avrebbe rilasciate, dopo prese, la
russia e tre volte l’Austria; nè fatto un parenta-
do ed un’alleanza che gl’ impedivano di estendere
i confini deir Impero. E se dopo impresa felice
ingrandiva sè ed i suoi, era premio di fatica, gua-
dagno eli fortuna, desiderio di maggior jvolenza,
e dirò pure avidità o insazietà ma non mai stol-
tizia di universale impero.
Vista inevitabile la guerra, fu l’ irhperator Buo-
naparte il primo a muoverla .per lo avvantaggio
che si ha nello assalirò, e per contenere la infe-
deltà dell’Austria, la scontentezza della Prussia.
E difalti que’due potentati, benché tentati dal-
l’Inghilterra, e contrarii per odio antico alla Fran-
cia, temendo la presenza di # quelle squadre e di
quel duce, fermarono con esso trattati di allean-
za. Era immensa l’oste di Buonaparte, Polacchi,
Prussiani, Tedeschi di tutta Germania, Annove-
resi. Italiani, Spagnuoli andavano con Francia; e
stava dall’opposta parte la Bussia, il verno e la
barbarie. Si ordinarono i due eserciti: il mosco-
vita accampava su la estrema frontiera occiden-
tale; l’altro gli andava incontro, ed era primo
reggitore dell’avanguardia il re di Napoli. Si av-
vicinarono così che un fiume li separava; sdegno,
superbia, sentimento della propria forza spingeva
gli uni e gli altri a combattere; non mancava che
il segno, e fu dato da Buonapartg su la sponda
del ÌNiemen il 22 di giugno del 1812. E però Gioac-
chino con la potente sua schiera, valicato il fiu-
me, pose primiero il piede su la terra de’ Bussi.
Prese indi a poco senza contrasto la città di
Digitized by Go(>
ào oglc j
LIBRO SETTIMO — 1812 173
\Unaj i Russi, bruciando le copiose vettovaglie
provvedute con gravi spese, la abbandonarono. I
f rancesi avanzavano e gli altri lentamente ritira-
vansi, lasciando regioni per natura deserte, o per
opera disertate. Visto il disegno de’ Russi di evi-
tare i combattimenti, e però il combattere vie-
più divenendo interesse e desiderio di Buonaparte,
ordinò a Gioacchino di oltre spingere ; e quegli
trascurando ogni prudenza, e la consueta misura
di tempo e di fatica, raggiungeva il nemico, lo
sforzava alla guerra. Così, due giornate onorevo-
li al re di Napoli per audacia e per arte dettero
alle armi francesi entrare in Yitepsko.
Indi Smolcnsko fu espugnata. I Russi combatte-
rono innanzi alla città per aver tempo da traspor-
tare gli ospedali, le artiglierìe quante potevano,
munizioni e mezzi di guerra; ed ardere magazzi-
ni , quartieri e case della città. Perciò nella notte
mentre l’esercito francese prepara vasi a nuova
battaglia, l'altro abbandonava il campo; a’ primi
albóri entrando i Francesi a Smolensko desertato
salvarono a fatica dall incendio pochi resti della
vinta città. Era oltre il mezzo di agosto, bisogna-
va un mese di cammino e di fortuna per giunge-
re a Mosca o a Pietroburgo; ed era palese che i
Russi si difenderebbero, a modo barbaro ritiran-
dosi e distruggendo. Perciò Gioacchino (egli stes-
so mel disse più volte nel i8i3, tuttora Buona*
S arte imperatore de' Francesi e potente) propose
i fermare in Smolensko la guerra del 1812, or-
dinare il governo de’ Polacchi, avanzare la base
di operazione, prepararsi per lo aprile del i3 a
nuove imprese; e poiché- le legioni di Francia
«HA
1
I?4 LIBRO SETTIMO — 1812
erano state in ogni scontro vincitrici, e le russe
vinte e fugate , potevasi agevolmente prender le
stanze più convenienti al disegno. 1 mezzi che la
Russia adunerebbe in sette mesi sarieno certa-
mente minori di quelli che fornirebbe la Francia,
la Germania intera e la Polonia a prò dei Fran-
cesi ribellata. Non sa la Russia , soggiungeva
Gioacchino, la vastità delle sue perdite; diasi
tempo alla fama di raccontarle ed esagerarle; ne
deriverà scoramento, scontentezza, e forse, come
usano nelle sventure le corti barbare, ribellione.
Buonaparte fu dubbioso, o apparve, per alcuni
giorni; ma infine avido di battaglie perchè mezzi
tli pace, comandò che V esercito procedesse, e
quel muovere da Smolensko fu ingrato a Gioac-
chino ed ai più veggenti generali.
XLIV. Avanzando, ricominciarono i combatti-
menti ? Saint-Cyr vinse in Polotsk, il duca di El-
cbingen in Yalontina, il re di Napoli in Yiazrna.
E questo istesso, sempre alle prese col retroguar-
do russo e respingendolo, venne alla sponda della
Moskowa dove lutto l’esercito si adunò; e visti
su l’altra sponda i moli e i preparamenti de’ Rus-
si, sperò Buonaparte la desiderata battaglia. 11
dì 7 di settembre ne diede il segno, e fu suo
scopo, benché in ordinanza parallela, rompere
l’ala sinistra del nemico all’orzata con opere e
con polenti batterie di cannoni. Ivi combatteva il
re di Napoli, ivi prima si vinse; là furono le in-
finite morti dei Russi, là suonò a ritirata il loro
esercito. E dopo la battaglia i vinti, sempre in-
calzati, traversarono Mosca prendendo il cam-
mino pria di Kolomn'a , poi ili Kaluga, ed il re
LIBRO SETTIMO — 1812 175
non trattenuto dal bisogno di riposo nè dall'a-
spelto di grande, nuova e quasi magica città,
caldo di guerra, incurioso e spensierato di ogni
altra cosa, inseguì il nemico fin sulla Nura , a
venti leghe da Mosca. E poiché surse speranza e
voce di pace, concordò tregua, per la (piale i due
avanguardi si posero a campo l’ uno all altro d’ in-
contro, vigili e su le armi, perocché unico patto
era lo avvisarsi della cessata tregua tre ore innanzi
deir assalto. Ma pure le armi restarono sospese
tredici giorni, l’impcralor dei Francesi aspettan-
do la pace, l’ impera tor dei -Russi 1 inverno.
Quella differita a disegno, questo oramai vici-
no, Mosca incenerita non dando ricovero all e-
sercito vincitore, *Buonaparte imprese a ritirarsi
verso Smolensko. Si è biasimato in questo secolo
di molle civiltà l’animo feroce del governatore
Rostpochin macchinatore dell incendio della cit-
tà; ma pure a quell’animo è dovuta la rigettata
pace con la Francia, la ritirata, la rovina ucll’e-
sercito nemico, e la serbata indipendenza della
Russia. E però io penso che la mezzana civiltà dei
nostri tempi sia la cagione vera della servitù vo-
lontaria dei popoli, e che il vivere sarà onorevole
quando il concetto del chiamato barbaro Rostpo-
chin venga in mente del miglior cittadino di un
paese vinto, ossia quando la civiltà sarà bastante
agli sforzi della barbarie.
Cominciata la ritirata da Mosca, l’esercito rus-
so ch'era incontro a Gioacchino, non già impa-
ziente di guerra ma con fraude, in dispregio del
patto, assaltò all impensata i Francesi; ma dopo
i vantaggi del sorprendere fu trattenuto, e s im-
11 V 1UL 1 U- JH ■ ■ ■ .* •
I7G LIBRO SETTIMO — 1812
{ >egnò vasta battaglia in tutta la linea! Obbietlo
astretta di \oronoswo, che restò ai Francesi:
morì fra molti il generai Dery, ajutante di campo
e tenero amico del re, marito di giovine nobile
napoletana. Buonaparte, benché parco lodatore,
nè benevolo a Gioacchino, riportando que’ fatti
nei bullettini dell’ esercito, scrisse: « 11 re di Na-
poli in questa battaglia ha provato quanto pos-
sano la prudenza, il valore, fuso di guerra. In
tutta la guerra di Russia questo principe si è mo-
strato degno del supremo grado di re ».
La ritirata dei Francesi proseguiva: le schiere
ordinale dei Russi, e i Cosacchi a sciami" infesta-
vano la linea francese, che non però trattenevasi
perchè in ogni scontro vincitrice. Ma indi a poco
il verno inacerbiva sino a 18 gradi di Reaumur,
bastò ad uccidere molti cavalli ed alcuni uomini,
e più infermarne: così crescendo di giorno in
giorno il bisogno di difendersi, i mezzi alla di-
fesa scemavano. Nè il freddo si fermò a quel gra-
do ma più crebbe; in due notti, potendo anche
più del gelo la nudità e’1 digiuno, perirono tren-
tamila cavalli, ed uomini in gran numero: la ca-
valleria dell’esercito scomparve, i già cavalieri
andavano a piedi, i carri, le artiglierie, il tesoro
furono abbandonati. Alle miserevoli e spesso im-
maginose descrizioni della ritirata di Mosca niente
aggiungerò perchè è storia di Francia, e il poco
che ne ho detto basta per dimostrare che scom-
posti gli ordini militari, distrutta la cavalleria,
non avea Gioacchino schiere da reggere, ma com-
batteva per occasioni e quasi per ventura. In tanta
calamità serbò animo sereno, come il serbarono
Digitized by Google
LIBRO SETTIMO — 1812-13 177
gli «litri c«ipi dell’ esercito, la guardia imperiale,
gli uffiziali e i soldati in gran numero; ma sopra
tutti, che che ne dicesse malevolenza, l’impera-
tore Napoleone, allora, viepiù che nelle fortune,
previdente, operoso, instancabile.
XLV. Ridotto l’ esercito sul Niernen, Buonaparte
movendo per Parigi lasciò luogotenente il re di
Napoli. Continuava la ritirata e la guerra, ma il
verno decadeva , e l’ esercito giunto dietro all’ Oder
ristoravasi con le immense provviste ivi adunate,
. quando il generai Yorck con le squadre di Prussia
disertò i campi francesi, e abbisognarono abili
provvedimenti del duca di Reggio e nuovi fatti
uarmi per dar riparo allo inatteso abbandono.
Ma infine, condotto l’esercito francese a stanze
comode e sicure, fermati i Russi, terminò la
guerra del 1812; e Gioacchino, deponendo in
mano del viceré d’Italia il comando supremo,
celeremente ritornò in Napoli, movendo dietro
lui il contingente napoletano; che, sebbene non
guerreggiasse ne’ luoghi più aspri della Russia,
ebbe assai morti di gelo, o moncati deUe dita
delle mani e de’ piedi. L’ abbandono che fece
Gioacchino dell’esercito francese gli fu danno ed
onta : il suo regno riposava perchè già spente le
discordie civili, e la Sicilia travagliata da’ propri
destini, e la Inghilterra intesa alle guerre di Ger-
mania e di Spagna; la reggente con animo e
senno virile provvedeva e bastava a’ bisogni dello
stato. Egli era sull’ Oder non re, ma capitano»
nè cittadino di Napoli,.m^ Francese; là stava ed
afflitta la sua patria, là stavano in pericolo quelle
schiere che gli avevano data e fama e trono..
Colletta, T . 11 L ' 12
i
\
ì
Digitized by Google
178
LIBRO SETTIMO— 1813
Buonaparte, intese la partenza di Murai dal
campo, fece divolgarla nel Monitore (gazzetta di
Francia) aggiungendo biasimi per Gioacchino, e
lodi, che più a Gioacchino pungevano, del viceré;
pubbliche vendette ancor sazio lo sdegno di Buo-
naparte, scrisse alla sorella regina di Vapoli in-
giurie per Gioacchino, chiamandolo mancatore,
ingrato, inetto alla politica, indegno del suo pa-
rentado, degno per le sue macchinazioni di pub-
blico e severo castigo. Ed il re a quel foglio di-
rettamente rispose, e tra 1 altro disse: «La ferita
« al mio onore è già fatta, e non è in potere di
« Vostra Maestà il medicarla. Voi avete ingiuriato
» un antico compagno d anni, fedele a voi nei
« vostri pericoli, non piccolo mezzo delle vostre
» vittorie, sostegno della vostra grandezza, ria-
» nimatore del vostro smarrito coraggio al di-
« ciotto brumaire.
» Quando si ha l'onore, ella dice, di apparte-
» nere alla sua illustre famiglia, nulla debhe farsi
«che ne arrischi f interesse o ne adombri lo
« splendore. Ed io, sire, le dico in risposta che
« la sua famiglia ha ricevuto da me tanto onore
« quanto me ne ha dato collegandomi in matri-
« inonio alla Carolina.
« Mille volte, benché re, sospiro i tempi nei
«quali, semplice uffiziale, io aveva superiori e
« non padrone. Divequtq re, ma in questo grado
«supremo tiranneggiato da Vostra Maestà, do»
« minato in famiglia, ho sentito più che non mai
avvegnaché quei due principi, 1 uno più caro aUa
fortuna, l'altro all'imperatore, sentivano da lun-
ga pezza gelosia tra loro e nemicizia. INè per quelle
Digitized by Googte
LIBRO SETTIMO— 1813 179
» bisogno il indipendenza, sete di libertà. Cosi
»> voi affliggete, così sacrificate’ al vostro sospetto
;> gli uomini più fidi a voi, e che meglio vi bau
» servito nello stupendo cammino della vostra
» fortuna; così Fouché fu immolato da Savary,
» Talleyrancl a Champagny, Champagny. stesso a
» Bassano, c Murat a Beauharnais, a Beauharnais
» clic appresso voi ha il merito della mula obbe-
»> d ienza, e l’altro (più gradito perchè più ser-
y> vile) di aver lietamente annunzialo al senato di
« Francia il ripudio di sua madre.
y> Io più non posso negare al mio popolo un
» qualche ristoro di commercio a’ danni gravissi-
» mi che la guerra marittima gli arreca.
« Da quanto ho detto di Vostra Maestà e dime,
» deriva che la scambievole antica fiducia è alte-
» rata. Ella farà ciò che più le aggrada, ma qua-
>•> lunque sieno i suoi torti, ^o sono ancora suo
>•> fratello e fedel cognato. Gioacchino j;.
Spedito nel bollore dello sdegno, ed irrevo-
cabile quel foglio, Gioacchino supponendo im-
mensa ed intemperabile 1 ira del cognato, si ap-
Ì ireste alle difese; ma d'altra parte la regina, per
a saputa natura di lui, e per voci che gli sfuggi-
vano dal facile adiralo labbro, indovinando i
sensi dello scritto, inlerponevasi e molciva quelle
nemicizie. Qui è il luogo di riferire un avveni-
mento ignoto fuorché ad alcuni, cominciandone
il racconto da’ suoi principii nel 1810.
XLV 1 . Conosciuta in quel tempo da’ Napoletani
l'indole di Gioacchino, audace, ambiziosa, facile
a’ consigli, avida di ogni gloria; osservando che
l’impero francese, capo e sostegno degli stali
Digitized by Googte
180 LIBIìO SETTIMO— 1813
nuovi, non aveva per anco la saldezza che vien
dal tempo, e che l’obbedienza dell’esercito, il
rispetto del popolo, il timore delle esterne na-
zioni, perciò la possanza francese risedeva nella
vita di Buonaparte esposta, oltracliè al fato co-
mune, a’ pericoli di guerra continua ed a’ preci-
pizi delle proprie imprese; vedendo tanta mole
sopra fondamento sì fragile, pochi Napoletani,
ed uno di altra parte d’Italia, non potenti, ma
vicini a potenti, pensarono che unica salvezza
nostra sarebbe stata la unione d'Italia. 11 maggior
intoppo (la varietà e l'avversione tra popoli ita-
liani) era tolto, da che tutta -Italia aveva in co-
mune i codici, la finanza, i bisogni, il comporre,
1 ordinare, il comandare delle milizie; e però
erano uguali dall’ Alpi al Faro le armi, le ric-
chezze, i desiderò, elementi di vita e di forza di
un popolo.
La unione potea quindi credersi operata per-
ché le cose pubbliche stavano unite, e non altro
abbisognava a legittimarla che una opportunità
ed un uomo; quella tenevasi certa fra tanti moti
di guerra c di politica, questo si sperava in Gioac-
chino; nè già per carità d’Italia, ma per propria
ambizione. Palesato a lui quel disegno, lo gradì;
ma temendo il sospettoso ingegno di Buonaparte,
ne fece il maggior segreto dello stato, e sì che lo
ignoravano i suoi ministri e la moglie. A lui, ricco
di gloria militare, scarso di fama civile e di espe-
rienza di regno, si conveniva, per acquistar l’ani-
mo degl’italiani, reggere Napoli con modestia e
senno, fondare opere utili, onorare gli scienziati
di tutta Italia, dare al suo popolo costituzione
Digitized by Googlf
LIBRO SETTIMO — 1813 181
F olitica dicevole a’ tempi ed a’ costumi; e nel-
esterno essere fedele ma non soggetto all’ impe-
ra tor de’ Francesi, e nemico a’ nemici della Fran-
cia per alleanza fra i due stati non come per
proprio sdegno. Erano (preste le armi oneste che
si adoperavano alla conquista d’Italia, ma non ■ .
libere perchè trattavansi nascostamente, col se-
greto e quasi con le arti del delitto.
Gl’instigatori di Gioacchino a quella impresa,
i medesimi che lo avevano secondato nelle prime
querele colf imperato r de’ Francesi ed accesagli
brama d indipendenza e lusingato con la fiducia
eli’ ci potesse ogni cosa nel Regno e nella Italia,
appena tornato licenziosamente da Russia, ingiu-
riato dal cognato, ed avido perciò di vendetta,
t li si offerirono, rappresentando l’Italia vuota
armi francesi o tedesche, tutta Europa" guer-
riera adunata ed immobile su le sponde dell’ Elba ,
Buonaparte percosso, inabile a tornar signore del
mondo, ma tuttavia minaccioso e spaventevole,
così che il mettersi contro lui non aveva pericoli,
e trovava premio ed ajulo da’ re nemici. Dopo
rappresentanze sì calde, fra condizioni sì pro-
spere, gli proponevano pregando, di trattar pace ,
conia Inghilterra, ed occupata la Italia, ordinarla
una ed indipendente. La quale impresa allettava
tutti gli affetti di Gioacchino, ambizione antica,
ira novella, ed amor di fama e di gloria.
XLVII. Spedì messo in Sicilia a lord Bentinck
richiedendo passaporto per un legato napoletano •
il quale conferisse con lui sopra gravi materie di
governo; ma pregando il secreto. Bentinck, sen-
tita la importanza del caso, disegnò per le confe*
Digitized by Google
182 LIBRO SETTIMO — 1813
l enze I isola di Ponza, ed immantinenti vi si recò
simulando altro viaggio; imperciocché del comu-
ne mistero erano cagione due donne del nome
islesso, regine che .si chiamavano delle Due Sici-
lie, Carolina Borbone e Carolina Murat, nemiche
di genio e d’interesse, alle quali per vario fine
era egualmente infesto quel disegno. Roberto Jo-
nes, nato Inglese, divenuto per lunga dimora tra
noi napoletano, facile alla favella, semplice di co-
stumi e di portamento, fu il legato che in Ponza
espose a Bentinck per Gioacchino l’offerta di Oc»
cujiar l’Italia,' da nemico di Buonapartc, a patto
eh ei ne fusse conosciuto re da’ re alleati, e che
avesse ajuto di danaro della Inghilterra. Bentinck,
solamente inteso ad indebolire la potenza del gran
nemico, aderì; ma escludendo dalla proposta unio-
ne la Sicilia, mantenuta per recenti trattati al re
Ferdinando Borbone; e volendo che venticinque
mila soldati inglesi, uniti a’ Napoletani, sotto al
comando di Gioacchino, operassero in Italia; e
fosse agl’ Inglesi consegnata sino al termine della
impresa, in pegno della fede del re, la fortezza
di Gaeta. .
Spiacquero a Gioacchino la Sicilia esclusa, il
troppo gagliardo ajuto dell esercito inglese, e la
cessione, per vergognosa malleveria, della mag-
gior guardia del regno. Non pertanto, consultati
gli stessi che lo spingevano alle azioni, si persuase
a rispedire il legato; con mandato di ottenere per
argomenti o preghiere che Bentinck rinunziasse
alle condizioni di*Gaeta e di Sicilia, tacendo per
prudenza sul troppo nerbo dell’esercito inglese;
ma che nc’ casi estremi concordasse l’ alleanza co-
Digitized by Googli
LIBRO SETTIMO — 1813 183
me%ra proposta dall’ ostinato Inglese. Chiamò al
secreto il ministro di polizia duca di Campochià-
ro, al qualé amor di patria e d’Italia non scalda-
va il petto; e per voto eli lui aggiunse altro legato,
un tal INicolas, ignoto, se il liscio e le mondizie
femminili non gli avessero attirato lo sguardo e’1
riso del pubblico. S’ingrandì e bruttò il numero
de’ consapevoli.
Nelle nuove conferenze, Bentinck rimasto sal-
do a’ primi patti, concordò in quei termini co’ due
legati; specfì in Inghilterra nave da corso, Avvisos,
per chiedere al suo governo la conferma del trat-
tato; e, certo di ottenerla, proponeva a legati na-
poletani di spedire in Italia (se piaceva al re di
operar presto) le pattovite schiere inglesi, ch’egli
avrebbe tratte da Sicilia, Malta e Gibilterra.
XLY1H. Fra le discordie delle conferenze e le
accidentali traversie di mare tardava il ritorno da
Ponza de’ legati; e Gioacchino pendeva fra pen-
sieri opposti, credendosi ora traditore, ora tra-
dito; e sentendo ad un tempo le lusinghe del dia-
dema d’Italia, e i timori dell’ ira di Buonaparte.
Mentre la scorta e sospettosa' regina,' esperta ad
ammollire gl’ impeti dm marito e gli odii del fra-
tello, parlava all’ uno, scriveva all’altro in amiche-
voli sensi. E Buonaparte, o che cedesse per amor
di lei, o che vedesse i pericoli del tradimento,
rispose lettere di domestico affetto* pegni di pace,
per Gioacchino. E nel tempo stesso scrissero al
re il maresciallo Ney ed il ministro Fouchè; dei
quali il primo diceva che l’esercito imòazientava
tion vedendo ancora tra le file il re di Napoli,
che la cavalleria- apertamente -lo appellava, che
184 LIBRO SETTIMO— 1813
forse il destino di Francia stava nel suo braccio:
corresse su l’Elba. Erano prieghi e* laudi accet-
tissime , perchè di prode a prode. E Fouchè scri-
veva che amicizia £ riverenza lo scingevano a pa-
lesargli che il veder Gioacchino sicuro e lontano
da’ pericoli della guerra e della Francia, portava
all’ universale dell' esercito scoramento e scandalo;
che un congresso di pace adunavasi, ed il re di
Napoli, se presente in campo, vi era ammesso;
ma se assente, obliato: che dunque debito, ono-
re, interesse lo chiamavano a Dresda.
* •
Eppure Gioacchino, in tanti modi assalito, re-
sisteva. Nella notte che succedè all’ arrivo de’ men-
tovati fogli, il ministro Agar e la regina per molte
ore il pregarono; ed egli, stretto dagli argomenti
e scongiuri, palesò il vero motivo del suo ritegno:
la facile conquista d’Italia, le conferenze di Pon-
za, l’atteso ritorno de’ legati. E la regina, come
die in cuore lo biasimasse, applaudì col sembiante;
e disse che il suo debito natale verso la Francia
lo chiamava al campo di Dresda; che il suo de-
bito di re verso il Regno e la Italia gl’ imponeva
di proseguire i trattati con la Inghilterra: che
dunque il principe della casa francese combat-
tesse su l’Elba; etl in nome del re la reggente fer-
masse gli accordi con Bentinck, e facesse prorom-
pere in Italia gli eserciti congiunti napoletano ed
inglese.
Concetti tanto strani bastarono a persuader
Gioacchino della facilità di eseguirli; la sua mente,
per lungo tempo travagliata, abbisognava di cal-
ma; il cuore e 1 abito pendevano per la Francia:
egli deboi politico, deboi re, scelse il partire, e
Digitized by Google
LIBRÒ SETTIMO — 1813 185
si parti V indonnane; rivelando alla moglie i pochi
noini de’ congiurati, che ancora per l’acerbità dei
tempi io nascondo; ma lor prego da più giusta
fortuna, nello avvenir della Italia, celebrità e gra-
titudine. Ritornò d’Inghilterra, dopo un mese,
Y Avvisos > e riportò il consentimento di quel go-
verno agli accordi di Ponza. Tardi: che in quel
mezzo Bentinck, saputa la partenza di Gioacchi-
no, era tornato da nemico in Sicilia; Gioacchi-
no ne’ campi di Alemagna acquistava nuove ma
inutili glorie, e la servitù d’Italia, decretata dai
destini, maturava.
XL1X. Egli giunse a Dresda quasi al mezzo di
agosto, dopo casi gravissimi di guerra che in
breve accennerò per legamento d'istoria. L’eser-
cito francese, guidatcr dal viceré d’Italia, erasi
ritirato daU’Oder all’ Elba; l’Elba contrastata e
presa da’ Russi; la Prussia, di alleata, dichiarata
'nemica della Francia; il principe di Svezia, fran-
cese, debitore del diadema alle fortune di Fran-
cia, ottenuta l’ alleanza de’ Russi, mostravasi zeloso
qual suole ogni uomo di mutata fede; i popoli
alemanni concitati da’ Prussiani e Russi tumultua-
vano; l’ Austria, dopo ritardi ed inganni, alleala
di Francia, mediatrice di pace, e subito nemica,
moveva* in Boemia poderosi eserciti. La Francia
dall’ opposta parte, e l’uomo smisurato che la
reggeva, levate molte schiere, rifatte le artiglie-
rie, minaccioso quanto ogni altra volta andava
incontro al nemico. Furono asprissimi le batta-
glie di Lutzen, Bautzen e Wurtchen; nelle quali
•più combatterono e più perirono, trattando le
armi per la prima volta, giovani appena adulti.
Digitized by Google
186 LIBRO SETTIMO IRIS
Prussiani e Francesi, che avevano desertato per la
guerra i licei e le università; e sì che tra i Prussi
vedeva il mondo con maraviglia i maestri delle
scuole guidare al combattimento i discepoli, or-
dinati a compagnie volontarie. Moveva i Francesi
nobile sentimento di grandezza mostrandosi mag-
giore nelle sventure, moveva i Prussiani ardore
di vendetta e di libertà; vinsero i Franchi, ma
per troppe morti mesta vittoria; e frattanto espu-
gnata Dresda fortemente munita procedevano in-
aino all Oder.
Fatto armistizio in Plesswitz il dì 5 di giugno,
intrapresi e poi rolli i maneggi di pace, ricomin-
ciò a dì 16 di agosto le guerra; avendo nella tre-
gua ambe le parti maturato i disegni. De’ Francesi
era base di operazione il 'Reno; scala di opera-
zioni le fortezze tra quel fiume e l’Elba; globo
di operazioni la Sassonia; campi da operare la^
Prussia, la Slesia e la Boemia; elementi ed ajuli
di strategia le fortezze ancora occupate sull’ Oder
c sulla \istola; obbietto di guerra le battaglie, e
speranza la pace alle condizioni di Tilsit. Degli
alleati erano basi là Boemia, la Slesia, la Prussia,
punto obbiettivo la Sassonia; mezzi di guerra tra-
vagliare il nemico, respingerlo, serrarlo; speran-
za, confinare 1 impero di Francia tra lTìceano,
i Pirenei, P Alpi ed il Reno. Avevano i primi il
benefizio delle linee interne; avevano i secondi
la superiorità del numero, perocché cinquecento
mila di loro combattevano trecentomila francesi;
ma di questi era unico l’esercito, una la mente,
andavano tutti con un solo volere; e di quelli gli*
eserciti, le menti e gl’interessi erano varii.
LIBRO SETTIMO — 181 3' 187
Il re Gioacchino, in quei giorni di vicina guer-
ra, Offertosi all’imperatore con riverenza e con-
tegno," n’era stato lietamente accolto ed abbrac-
ciato; avvegnaché gli usitati affetti ed il. comune
pericolo sopivano gli odii e la - memoria delle re-
centi discordie. 11 re, nella ordinanza dell’esercito
non aveva proprio uffizio; stava a fianco di Buo-
naparte, lo seguiva ne’ combattimenti della Slesia
e della Boemia; aspettava (impaziente a prorom-
pere) il comando dell imperatore; e se fosse per-
messa una immagine a’ severi discorsi della sto-
ria, era fulmine trattenuto in man di Giove.
Gli eserciti alleati, sboccando dalla Boemia,
marciavano contro il campo di Dresda, perno
de’ movimenti strategici de Francesi; due impe-
ratori russo ed austriaco, il re di Prussia, le
schiere più agguerrite, i generali più prodi e
più esperti erano fra quelle linee. Vi stavano pure,
più per consiglio che combattenti,! generali Mo-
reau e Jomini: dell’uno i casi sono assai noti per
le istorie di Francia; l’altro nato Svizzero, im-
pegnato agli stipendi*! francési, capo in quella
guerra dello stato-maggiore del maresciallo Ney,
avea giorni avanti disertate le bandiere, e prese
le parti e il soldo del nemico russo. Incontraronsi
que’ due colpevoli nella tenda dell’ imperator Ales-
sandro, l’un l’altro guatandosi biecamente, Mo-
reau «Jimandava: «quali offese vendica Jomini
» col tradimento? » E Jomini, di Moreau: «se
y> fossi nato in Francia non sarei nelle tende dei
» Bussi ». Moreau ne’ seguenti giorni percosso da
palla francese morì miseramente; a Jomini, non
la scienza di guerra, non meritata fama di sommo
188 LIBRO SETTIMO — 1813
autore, e’1 favor di Alessandro, e la causa vinta
bastarono a cancellar la macchia di quella colpa.
11 maggior nerbo degli eserciti alleati assaltava
Dresda,, difesa da quindicimila appena giovani
Francesi o mal sicuri confederati, ma vi accorsero
celeremente dalla Slesia con nuove schiere Buo-
naparlc e Murat, c sì che resistendo' a fatica nei
primi giorni, si adunarono in città centocinque-
mila Francesi, avendo intorno duecentomila ne-
mici. In quello esercito di Francia, ordinato a
battaglia, reggeva il tutto e guidava il centro
Buonaparte, l ala sinistra INey, la diritta Murat
A’ a6 di agosto fu assaltata la città, entro la quale,
dietro alle chiuse porte, stavano schierati e stretti
i difensori) ma ad un cenno del capo, aperte le
barriere, ne uscirono come torrenti di guerra le
preparate colonne; Gioacchino, primo e reggitore
di trentamila soldati a cavallo, attaccando sul
fianco l’esercito nemico, lo rompeva, spingeva i
fuggenti su le schiere ordinate, e così a tutti,
affollati e confusi, toglieva o scemava facoltà di
combattere. E poco meno felici furono il centro
e l’ala sinistra de’ Francesi, per lo che Russi,
Alemanni c Prussiani tornavano frettolosi e di-
sordinati verso Boemia. Tre giorni durò la batta-
glia, ventimila de’ perditori restarono morti o fe-
riti, e il vincitore raccolse trentamila prigioni,
bandiere, artiglierie, innumerabili attrezzi di
guerra. Il mancamento di Gioacchino su l’Oder
fu riscattato su l’Elba, ed egli tornò caro a Buo-
naparte ed a’ Francesi.
L. Tre eserciti perseguitavano i fuggitivi nella
Boemia, un quarto accennava a Breslavia, un
Digitized by Google
LIBRO SETTIMO — 1813 189
quinto a Berlino; Buonaparte in Dresda ordinava
nuove battaglie, mentre i contrarii altre sventure
temevano. Ma in un tratto cangiò fortuna: il duca
di Reggio prima trattenuto, poi respinto da’ Prus-
siani e Svedesi guidati da Bernadotte, combattè
in Gros-Boeren, c perditore si ritirò in Inter-
borg. 11 duca di Taranto dà in Islcsia la giornata
ili Kalzbach, evinto da Blucher prussiano, riduce
le sue legioni dietro al Bober. Il generale Van-
d anime, bramoso di gloria, s’interna nella Boe-
mia e spera di cogliere il maggior frutto della
vittoria di Dresda; ma dalle troppe schiere ne-
miche, benché fuggenti, accerchiato, egli con la
S iù parte dell’esercito è preso. 11 maresciallo
aint-Cyr a stento si sa difendere, ha poca for-
tuna il re di Napoli. Gli enumerati disastri si
fanno maggiori per le abbondanti piogge cadute
in quei giorni di agosto e sì che ingrossarono i
fiumi, guastarono le strade, rovinarono i ponti,
impacci comuni a’ due eserciti , solamente dannosi
a’ perdenti. 11 principe della Moskowa succeduto
nel comando al duca di Reggio, combatte in
Denneviz, e perdè; Blucher è sitila Sprea, Schwart-
zemberg di nuovo a Pyrna : Buonaparte respinge
or l’uno or l’altro, male forze nemiche si affol-
lano intorno a Dresda, e tanto che i Francesi,
non avendo spazio alle arti di guerra, abbando-
nano la città.
Pareva all’universale che quello esercito più
vinto che vincitore dovesse ripiegare sopra Lipsia
verso la sua base, ma l’aspetto offensivo si per-
deva, non più in potestà di Buonaparte era il dar
battaglia o evitarla/ le speranze di quella guerra
m
i
190 LIBRO SETTIMO — 1813
svanivano. Ed egli perciò disegnando nuove basi
e nuove linee, incamminò 1 esercito verso Tor-
gavia e Magdeburgo. Dell 7 impreveduto movimen-
to furono maravigliati i nemici e gli stessi gene-
rali di Buonaparle: quegli, dubbiosi, fermaronsi
O volteggiavano; questi, scorati, biasimando in
secreto 1 imperatore, pregandolo in aperto a mu-
tar consiglio, palesarono ddlidanza ed opposizione
a’ voleri del capo, la maggiore sventura fra le sven-
ture degli eserciti. E quegli tollerava da impera-
tore ciò che ne suoi primi anni avea disdegnato da
capitano, tanto negli altri ed in lui era mutato
co tempi e con le fortune il genio severo di Ar-
cole cSan Giovanni d Acri. Ma il re di Napoli non
era fra’ detrattori : lasciato con poca schiera, qua-
rantamila snidali, contro gl immensi eserciti di
Schvvartze.nberg e di Yittgenslein, valorosamente
combattendo, abilmente volteggiando, dava tem-
po a nuovi concetti di Buonaparle cd a ritardi
che produceva la malnata discordia de capi. Se
Lipsia fu serbala, se poi 1 esercito potè ritirarsi
E er la più breve linea sul Reno, se n ebbe il de-
ito a Gioacchino..
Adunalo in Lipsia l’ esercito e la guerra dive-
nuta difensiva, mutarono in timor le speranze di
Francia. Lipsia nel seguente giorno fu assalita
F er gran battaglia, gloriosa e infelicissima ai-
esercito francese, la quale non è mio debito il
descrivere, come neppure altri fatti d armi con-
temporanei e succedenti, ne’ quali Buonaparte, o
vincitore o vinto, era di non altro sollecito che
di ridurre le schiere dietro al Reno. Ma è mio
debito rammentare che il re-di Napoli nelle uni-
' DigWzéè^^i
^
LIBRO SETTIMO — 1313 I9!
versali sventure e disperazioni fu prode, infati,
cabile, ansioso di bella fama, come se ne fusse
ne suoi stato bisognoso; e che in Erfurt, finiti
gl intoppi e i pericoli della ritirata, prese com-
miato dall’ imperatore tra scambievoli fraterni ab-
bracciamcnti, ultimo commiato e ultimi segni di
amicizia e di afielto. Giunse in Napoli al finire
dell anno 181 3 , quando negli stati di Europa,
dopo il genio riformatore del passato secolo, e
la tumultuosa mal sentita libertà di Francia, e la
politica eguaglianza più goduta e più radicata,
cominciò ne popoli e ne’ governi nuova tendenza,
primo punto di altro circolo di sconvolgimenti e
di miserie. E poiché la tendenza della quale io
parlo agitò il resto del regno di Gioacchino, e
dura e durerà lunga pezza, "'io ne dirò partita-
mente 1 indole, le origini, l’incremento.
LI. La facoltà di consultare armati gli affari
pubblici era libertà o necessità delle prime o rozze
tribù, ma i tempi progredendo, la forza cédè alla
i agione, e fatti ipopoli più civili furono meno
deliberativi gli eserciti, li quindi in Europa sotto
governi mezzo barbari, mezzo civili, la potenza
morale deile armi era frenata dal domina che la
milizia obbedisce al suo capo, egli al sovrano.
Così jjella disoiplina (che è verità, sustanza, ne-
cessità di ogni milizia) fu radicata la massima sa-
lutare : la natura degli eserciti essere passiva.
E fi al tanto in quel) anno, 181 3 , avvennero in
contrario i seguenti casi. I generali York e Mas-
senbach da campi dell alleato esercita francese
disertando con le loro genti si accordarono coi
Russi. 11 re di Prussia, timoroso aucora della
192 LIBRO SETTIMO — 1813
Francia, riprovò l’ accordo, rivocò i (lue generali
disertori, gli minacciò di pena, ma indi a poco
tornarono premiati agli stipendii, e la tregua fer-
mata per tradimento videsi legittimata e slargata
in alleanza. Due reggimenti di ^ esfalia che sta-
vano co’ Francesi alle difese di Dresda, viste le
bandiere d’Austria e l’opportunità di fuggire, an-
darono al nemico, ed assaltarono il campo che
avevano debito di guardare, furono accolti ed
onorati del nome di veri Alemanni. L’esempio si
diffuse, tutto il contingente vesfalico a battaglioni
disertò. Su le rive delfino, i Bavari e gli Au-
striaci, nemici per legge, stavano uniti e spensie-
rati come suole ne’ campi di comune esercizio.
E poco appresso il generale bavaro de Wrede,
capo di quelle schiere, stringe alleanza coll Au-
stria, disobbedisce a’desiderii aperti del suo re, e
frattanto n’è lodato, e in premio e memoria di
tradimento e d’ingratitudine ottiene la conferma
di ricchissimo dono in terre fattogli anni addie-
tro dall’imperatore Napoleone. Raduna schiere
maggiori, e dopo alcuni dì spera in Hanau chiu-
dere il passo all’esercito francese che ritiravasi
al Reno, la quale sollecitudine di opere e di sde-
gno fu ammirata e chiamata eroica da’ principi
alleati. Disertarono i battaglioni di Baden e di
Wurtcmberg, per unirsi al nemico. A tante ribel-
lioni mancava la suprema e si avverò in Lipsia:
le sopradette erano seguite più spesso nella notte,
mentre gli eserciti riposavano, la guerra era so-
spesa, e le tenebre nascondevano la prima infa-
mia del misfatto. Ma in Lipsia l’esercito sàssone
stava in ordinanza al centro della prima linea
t •
Digitized by Goegle (
#
LIBRO SETTIMO — 1813
193
)a!r$» if
allei®
tìiarb
sda, visti
i fi$r,»
[ cupe»
o ir»
L’
irie^
illese»
itìà
iu c
Ài
aeinon
1 ffflfet
ni J ® 5
uaifì»
«e
i*
l'p&f
i ea< 1 '
jlerile
Ja#
eri*''
W ijfr
s
francese, e solamente pochi battaglioni nella se-
conda o in riserva;- il vecchio re di Sassonia,
costante alla giurata fede, amico a Buonaparte,
attendeva con la famiglia nel quartier generale
francese; combattevano le due parti con fortuna
incerta, quando furono visti i Sàssoni a pieno
ionio, seguendo schierati in battaglia il generale
ormann, avanzare con istraordinaria celexità
verso il nemico, non a combatterlo, ma ad ingros-
sarlo; e giunte, e girandosi, trovarsi in avan-
guardia degli eserciti russo e svedese, e venir
con essi per occupare ncmichevolmente il terreno
lasciato vuoto per lo abbandono, se con maggior
impeto non lo avesse innanzi occupato Murat, e
3 uei traditori combattere audacemente il resto
ella battaglia, non rattenuti dal pensiero che
ogni colpo poteva uccidere un Sàssone de : batta-
glioni rimasti fidi, o Fistesso re di Sassonia. 11
capo dell’ artiglieria offrendosi disertore a Ber-
nadotte, gli disse: « fio consumato metà delle
« munizioni contro i vostri, or voi fate che io
« consumi il resto contro iFi’anccsi E dalBer-
nadotle fu applaudita fazione e l’argutezza di
<juel colpevole sfrontato; come fanno appresso i
sovrani congregati a Vienna encomiarono la ri-
bellione dell'esercito sàssone, ed un sòl uomo
punirono della Sassonia, il solo fido a’ giura-
menti, il re.
Cosi negli eserciti, mentre tutti i governi del-
l’ Alemagna, scopertamente o in animo erano ne-
mici (benché per patto alleati) a’Fi'ancesi. I l'e
antichi, impotenti per proprio ingegno o per la
cadente regia potestà, a radunare mezzi di guerra
Colletta, T. III. 13
Digitized by Google
■PPW3EH?
>. 11
o
194 LIBRO SETTIMO — 1813
contro la Francia, dissimulando l 1 insita superbia,
si volsero a’ popoli con lusinghiere promesse di
civile libertà. Le costituzioni, le rappresentanze
nazionali, il voto de’ cittadini alle spese dello sta-
to, essendo formali assicurazioni ne’ loro editti,
e promessa mercede agli sforzi de’ popoli, diven-
nero il nuovo patto di società tra re e soggetti,
lì più si fece da que’ governi. L’ Alemagna, per
la natura pensosa a tacita delle sue genti, più atta
alle società segrete, ne aveva di ogni rito, di ogni
voto, di nome vario, ma tutte libere, ed al biso-
gno feroci ed operose. A queste istesse, abborrite
innanzi, si unirono i re, mossi in quel tempo
dall’interesse più granile di opprimere in Buo-
naparte (in un sol uomo) le monarchie militari,
la civiltà moderna, tutto il nuovo del secolo; ma
serbando in animo il proponimento d’ingannare,
dopo il successo, settari e popoli.
ri codesti popoli alemanni, inabili, come sono
le moltitudini, a veder gli effetti lontani delle so-
ciali istituzioni; stando da venti anni sotto il
peso della guerra e dei tributi; travagliati, se
amici a Buonaparte, dai pericoli e dalle fatiche
delle non proprie conquiste; e, se nemici, vinti,
oppressi, depredati più volte; ora gloriosi del-
1 esser cercati dai re e credersi strumento di vi-
cina nazionale felicità, erano giustamenti contrarii
della Francia. 1 settari, superbi del setteggiare coi
monarchi; i dottrinari politici (perturbatori di
ogni bene civile), oramai vicini alla desiderata
caduta di quell’uomo, oppressore della libertà;
la plebe fra le speranze di novità di stato. Fu
dunque nelle genti germane in quell’anno tanto
—Digitized by
f
- v
LIBRO SETTIMO — 1813 195
moto e furore contro la Francia , che alla foga eli j
guerra non bastavano l’ armi; e'vedevansi fanti
stranamente vestiti colle fogge e i colori delle
sètte, combattere con picca o mazza, e numerosi
cavalieri, a modo barbaro, "con. arco e frecce.
Stringerò in poco le cose dette, in men di un
anno si viddero spezzate le più formali alleanze,
sciolti i patti e i giuramenti, tradite le amicizie e
le fedi, premiate le ribellioni, (gualche rara virtù
castigata, niente di santo, di sacro, di rispettato
innanzi, mantenuto. E tutto ciò dalla maggiore,
prima nel mondo, adunanza di re, per non altri
motivi che di dominio e vendetta, e l’alta diso-
nestà coronata dalla fortuna ed applaudita dalle
opinioni. Un grande esempio diviene principio e
genio del secolo, al quale esempio, tlopo il suc-
cesso, si dà nome di virtù; lo ammira il mondo,
diviene persuasione delle menti comuni, e sino
a che per uso e disinganno non cade, si fa ca-
gione o pretesto alle novità di stato. Così la con-
gerie dei fatti obbrobriosi che ho narrato si chia-
mò amore d’indipendenza, ed ogni mancamento
pubblico o privato, carità e zelo di patria. ?ù>i
vedremo nel progresso di queste istorie come
quella indipendenza legavasi alla legittimità, co-
me dall’innesto derivava la voglia nei popoli e il
bisogno delle moderne costituzioni, e come op-
primere sforzatamene le costituzioni e la indi-
pendenza è trionfo fallace, nocevole ai popoli ed
ai re. # Imperciocchè la forza se impiegata per giu-
stizie vere o credute dai popoli, conserva i go-
verni; ma li distrugge se adoprasi per credule o
vere ingiustizie.
Digitized by Google
190 LIBRO SETTIMO — 1813
in essere nuovo nelle nazioni spuntò nel i8x3
in Alemagna; debolmente operò nel 1820 in Ca-
dice, in Napoli, nel Piemonte; oggi avanza muto
e pensoso, Se diverrà maturo, e se avrà fortune,
0 se morrà innanzi tempo di naturai morbo come
le recenti repubbliche, o di guerra come i re
nuovi, sono le dubbiezze del presente che gli av-
venire chiariranno.
LII. Le sventure dell’impero di Francia erano
sentite da tutti i governi d’Italia, come i moti del-
l’ Alemagna da tutti i popoli italiani, e maggior
pericolo, maggiore esempio si ebbe in INapoli
dalle vicine e fortunate rivoluzioni della Sicilia.
Ho riferito in altro luogo di questo libro la ne-
micizia per gl’inglesi della irrequieta regina Ca-
rolina Borbone, e le sospettate pratiche di lei con
Buonaparte e la tentata spedizione di Murat; ora
soggiungo che rivelale quelle trame a lord Ben-
tinck, reggitore del presidio inglese, e puniti per
fin con la morte i più intimi nella congiura se-
guaci della regina, il governo inglese disegnò di
mutare il reggimento politico della Sicilia. ISel-
1 anno 18x1 Bentinck preparava i mutamenti; la
regina le opposizioni, la vendetta. Bentinck pre-
valse : il governo dispotico fu abbattuto e si diede
a questo stato novella costituzione, mercedi al
popolo, freno al sovrano, sicurezza ai presidii
inglesi, esempio ed incitamento all’Italia. ISel 1813
1 atto fu composto, e nell’anno 18 13 praticato.
Quella che prese nome di costituzione siciliana
era la inglese, migliorata nel modo di elezione e
nel numero e proporzioni de’ deputati delle co-
muni. Ln difetto, torse a disegno, era nella siinu-
Digitized by Googli
LIBRO SETTIMO — 1813 197
lata abolizione della feudalità , die cessando nei
diritti ed usi feudali rimaneva nei possessi. Tutte
le altre basi della civiltà moderna quanto ai po-
teri, ai tributi, alla stampa erano nello statuto.
LUI. Le buone sorti di queir isola si magnifi-
cavano in Napoli al cadere dell’anno i8i3, quan-
do la setta dei carbonari, da tre anni venuta nel
regno, erasi distesa in ogni luogo, in ogni ceto,
nei disegni degli audaci, nelle credenze del vol-
go, ed era suo volo una costituzione come là in-
glese, sola cbe in quel .tempo le moltitudini te-
nessero in concetto di libertà. 11 governo di Sici-
lia ad esempio dei governi alemanni, e lord
Bentinck per proprio ingegno, ordirono segrete
corrispondenze coi settari di Napoli, mandarono
i libri delle nuove leggi siciliane, esaltavano la
mutata politica del re, promettevano egual costi-
tuzione al Regno quando reggessero i Borboni;
confronto vergognoso a Gioacchino, cbe aveva
impedito per fino il vano statuto di Bajona. E
perciò, scoperti i maneggi tra i carbonari e il ne-
mico, il governo napoletano doppiò vigilanza e
rigori, proscrisse la setta, fece decreti minacce-
voli di asprissime punizioni.
Maggior nerbo di Carboneria e corrispondenza
più facile con la Sicilia era in Calabria, indi più
grande la severità; pur questa volta affidata al
generale Manhes. Per molte cure della Polizia,
molte macchinazioni disvelate, formati i processi,
ordinati i giudizii, le commissioni militari risorte
S univano di morte i settari. Primo della setta, o
ei primi era un tal Capobianco, giovine potente,
audace, capitano delle milizie urbane nella sua
Digitized by Google
198 LIBRO SETTIMO — 1813
terra, edificata come ròcca sopra monti asprissi-
mi della prima Calabria; e perciò essendo diffi-
cile arrestarlo, si faceva sembiante di non crederlo
reo, mentre egli, sospettoso e scaltro, sfuggiva
le secreto insidie. Ma un giorno il generale lan-
nelli simulandogli amicizia lo invitò per lettere
a convito eli’ egli ad occasione di pubblica ceri-
monia dava in Cosenza, capo della provincia,
dicendogli che avrebbe compagni altri ufTBziali
del te milizie e le maggiori autorità civili ed ec-
clesiastiche. Dubitò da prima il Capobianco: di-
poi non temendo inganni nel viaggio per vie
inusitate con buona guardia; nè temendo in Co-
senza, perché proponevasi di giugnere all’ora
appunto del convito, ed appena compiuto par-
tirne; nè in casa del generale, perocché in pre-
senza di tutte le autorità della provincia depositarie
e garanti sì del potere, sì della mirale del gover-
no, rendendo grazie al generale accettò l’invito.
Vi si recò, fu accolto, desinò lietamente, e par-
tiva; ma uscendo della stanza trattenuto dai gen-
darmi, condotto in carcere, e nel dì seguente
giudicato dalla commissione militare, e dannato a
morte, fu nella pubblica piazza di Cosenza, sotto
gli occhi delle genti inorridite, decapitato. E do-
po ciò, alcuni (tanto la politica avea mutato la
natura delle cose) fuggivano i pericoli e la ser-
vitù del regno di Murat per andare in Sicilia a
respirar libertà sotto i Borboni. Certo è che nella
universale credenza molti vizii, che le istorie e
la memoria degli uomini rammentavano di Fer-
dinando, sembravano corretti; e molte qualità di
Gioacchino (la bontà, la clemenza), per i suoi re-
Digitized by
• *
LIBRO SETTIMO — 1813 199 -
centi errori, scomparse. Le violenze e le asprezze
poco innanzi adoperate contro il brigantaggio,
non si poteva riadoperarle contro la setta de’ car-
bonari, perocché il brigantaggio esercitava mi-
sfatti, la setta chiedeva leggi; ed erano briganti i
più tristi della società, carbonari gli onesti: la
Carboneria si depravò col crescere, ma in quel
tempo era innocente; venne richiesta o approvata
dal governo, avea riti e voti benefici e civili. I più
amici di Gioacchino, i più legati alla sua fortuna,
non settari, non torbidi 5 lo pregavano a disarmare
la Carboneria con gli usati modi di pubblicità e di
lusinghe, come già in Francia e tra noi erasi pra-
ticato per la Massoneria; ma lo sdegno, potente
in lui, lo tenne saldo nel mal preso consiglio.
CAPO QUARTO
Il re di Napoli ferma alleanza con l’Austria, triegua con la
Inghilterra; fa guerra a’Francesi. Caduto l’impero di Fran-
cia, provvede al suo regno.
L1Y. Mentre i Napoletani cominciavano a disa-
mare Gioacchino, e peggioravano le sorti di Fran-
cia, l’imperatore d’Austria in nome de’ sovrani
di Europa' gli offeriva amicizia. Di già ne’ campi
di Ollendorf, su la riva dell’llm, fra tanti esempi
d’incostanza, il conte di Mier commissario au-
striaco aveva aperto a Gioacchino il pensiero del-
l’alleanza, e n era stato inteso senza disdegno.
Qui è il luogo di palesare che il re, per natura o
{ )er arte, proclive all’ astuzia, la chiamava politica,
a. credeva necessità di regno, se ne vantava mae- - * <
Digitized by Googie
200 LIBRO SETTIMO — 1813
stro, ed era, come al più spesso avviene a’ reggi-
tori de’ piccoli stati, schernito dalle sue arti. Egli
stesso, dubbioso dell’ avvenire, chiamò a consi-
glio partilamcnte ad uno ad uno parecchi suoi mi-
nistri o generali, de’ quali confidavasi per affettoed
aveva in pregio il giudizio. Le opinioni si divisero
in due opposte, delle quali riferirò i concetti in
due discorsi pervenuti a mia certa notizia; e mi
abbiano fede, benché i nomi degli oratori io na-
sconda, i lettori di queste pagine.
L’uno disse: .
« Sire, se in V. M. le qualità varie di re di Napoli,
«di cittadino francese, di congiunto dell’impe-
« rator Buon aparte, e ciò ch’ella debbe alla sua
« fama presente e quel che ne aspetta la poste-
« rità, generassero doveri contrarii o differenti,
si io in materia tanto difficile per lo esame, tanto
sì grave per il fine, mi crederei incapace di dar
sì giudizio ed attenderei nel silenzio timidamente
ss le decisioni di V. M. e i decreti del fato. Ma gli
ss interessi sono unici; la stessa cosa dimandano
sì il re e’1 suo popolo, il cittadino francese, il co-
ss gnato dell’imperatore, l’uomo destinatosi all’o-
sì noie ed all’ istoria
a La rivoluzione di Francia si fermò felicemente
«nell’impero di Buonaparte: l’impero fondò in
sì Europa altri regni della sua specie, e surse dallo
sì insieme la civiltà moderna. Perciò rivoluzion
sì francese, impero di Buonaparte, re nuovi, mo-
» derna civiltà, si presentano con le stesse sem-
sì bianze alla mente degli antichi re; le paci, i
ss riconoscimenti, le alleanze, i pegni di amicizia,
« i parentadi, sono per essi le transazioni della
LIBRO SETTIMO — 1815 201
»? necessità, senza obbligo di fede o di coscienza.
»? 11 vecchio ed il nuovo secolo si fanno guerra;
»? ed oramai la vittoria non può essere particolare
»? di uno stato o di un popolo; se trionfa il nuo-
»? vo, tutte le società europee avranno in venti
»? anni le basi della civiltà francese; e se Cantico,
»? tutte si arresteranno, ma gli stati nuovi saranno
»? retrospinti verso un’ odiata antichità.
»?J)a queste verità altre ne discendono. ISon
»? speri re nuovo di tenersi in trono se 1 im-
»? pero di Francia è abbattuto: nè speri popolo di
»? conservarsi le instituzioni novelle sotto antico
»? re; che se oggi lo promette, mancherebbe do-
»? po la vittoria; ed il primo atto della rivoluzione
»? di Francia, come l'ultimo decreto di V. M. sa-
»? rieno del pari abborriti e dannali. E perciò a
»? me sembra aver pericoli ed interessi eguali la
»? Francia, l'imperator Napoleone, il re Gioacchi*
»? no e’ 1 popolo napoletano; cadere o reggere in-
»? sieme tutti.
»? ?ion le parlerò che brevemente della sua fama
»? e della sua gloria. Ella deve il diadema alle sue
»? virtù militari; ma istromenti della giustizia di Dio
»? sono stati Buonaparte e la Francia. Chi mai sareb-
»? he del suo nome, s’ella volgesse il dono contro i
»? donatori? Moreau si cuopre della patita ingiuria;
»? si cuopre Bernadolte degl interessi del suo re-
»» gno e de’ voleri del padre. Ma Gioacchino che
»? direbbe al mondo? E qui mi taccio, lasciando
?» al suo proprio senno ed al suo proprio onore,
»? F uffizio del miglior consiglio.
»? Tutto impone a V. M. il debito di restar fe-
»? delé alla Francia. Trentamila soldati dell’eser-
202 LIBRO SETTIMO — 1813
n cito napoletano difendono il regno; e basteran-
» no, se V- M. è con essi, contro le forze siciliane
» ed inglesi, il cui maggior nerbo è sul Reno e
33 in Ispagna ; trenta altre migliaja si uniscano
35 alle schiere italo -franche; e così formando po-
55 dcroso esercito, portino in Alemagna ed a Yien-
35 na la guerra e la vendetta. L’Italia, eh’ è nel
35 mezzo fra due eserciti confederati, resterà ob-
33bedienle, e sarà larga d armi e danaro. L’ini-
35 mico, se fosse potentissimo, non potrebbe at-
35 taccare l’Italia che nelle due estreme fronti,
35 ossia negli stati di Napoli, facendo base la Si-
33 cilia, o negli stati del regno Italico, partendosi
35 dalla Germania. 1 due eserciti, di \. M. e del
33 viceré, comunicherebbero per linee interne;
33 l’uno nelle sventure piegherebbe sull’altro, e
53 saria più forte. La guerra d’Italia, che che mai
33 avvenisse sul Reno, starebbe da sé sola per gran-
33 dezza di scopo e di mole; ed a chi la maneggia
33 darebbe cagione ed opportunità di politiche
33 transazioni. A tale sono oggi le cose che Napoli
33 contro Francia, sarà tributaria d armi contro a
33 sé stessa, soggetta alla volontà di re avversi e
53 potenti; ma Napoli, se resterà alleata della Fran-
33 eia, si eleverà a nazione libera di sé stessa e del
35 proprio avanzamento.
33 h perciò restar fedele agli antichi patti, ac-
3; certame 1 impera tor de’ Francesi, concordarsi
33 col viceré d Italia su la idea della guerra co-
33 nume, questo è il mio voto. Io ne credo felice
53 il successo; ma se fussi dubbioso, vorrei pre-
33 pararmi nelle sventure la consolazione di poter
33 dire al mondo e a me stesso: tra difficili ’circo-
Digitized by Google
I
I
*
8
i
*1
V
E
I#
'•'i
i^i
i»’.
m
j#
iti
oà»
373*
rei?»
fif
li'dflO’
LIBRO SETTIMO —.1813 203
jì stanze in cui l’umano giudizio si confonderlo
« tolsi consiglio dall’ onore «.
LV. Ed alfro oratore in altro tempo con più
semplici e libere parole gli disse:
« Quando mai delle nostre cose dovesse giu-
» dicare il solo ingegno di Y. M., la decisione sa-
»> rebbe certa, e Napoli si troverebbe già unita
>i alla parte oggimai più potente e fortunata di
» Europa , ma in questo giudizio hanno preso
y> oltre gl’interessi, gli affetti, e al debito di re
>•> contrastano gratitudine, fedeltà nelle sventure,
>•> amor di patria e di famiglia. Chi dovrà vincere?
»> la natura delle cose' lo dice. Ella tutto deve alla
« Francia ed a Buonaparte; se la Francia le chiede
» il braccio ed il valore, vada Gioacchino a com-
» battere per lei e a morire, o se la vita delfina*
>5 peratore è in pericolo, gli faccia scudo della
« sua vita. Ma in servigio de’ suoi benefattori spin-
w gere ai cimenti ed alla rovina il popolo eh’ ella
« regge, egli è pagare il debito proprio co’ danni
« altrui.
* Sono freschi i nostri dolori. Pochi mesi ad-
r> dietro la felicità d’Italia, messa dalla fortuna
« in mano al re di Napoli ; cedè al desiderio che
« V. M. aveva di rèndere all’imperatore de’Fran-
« cesi personali servigi, mirabili, ma inutili; se
« ella non partiva per Dresda, se l’accordo con
« lord Bentinck si avverava, altra era la nostra
r> sorte ora e per l’avvenire. Abbia fine una volta
«il darsi vittima gl’italiani alla Francia, che se
« le hanno debito di savie leggi e di benefiche
« instituzioni , lo han pagato di tributi e di armi;
« e se i Napoletani ebbero da : Y. M. grandezza c
*
l
i
*
/
$
V
Digitized by Google
1 *
204 LIBRO SETTIMO — 1813
» fama, le meritarono per obbedienza e travagli.
r Sieno alfine vicendevoli ed eguali per noi e per
>•> voi gli obblighi e la gratitudine^ ed allora, o
:■> sire, anticipando, il futuro, separandoci dalle
passioni del presente, immaginandoci posterità,
?» fingiamo che in un libro d’istorie si legga:
)ì Gioacchino agli effetti di congiunto, alla grati-
si tudine sua per ricevuti bencficii, ed agl’ interessi
si d’un paese che fu sua patria, sacrificò il popolo
y> del quale era re. Ed in altro libro : Al popolo
j» del quale era re, sacrificò Gioacchino tutti i
a più teneri privati affetti. Or sia in potere di
» V. M. che de’ due libri uno perisca, 1 altro resti
» in eterno ; qual resterà?
» fiè so valutare la grandezza degli ajuti che Na-
» poli può dare alla Francia; diquarantacinquemi-
» la, (e dico il più) combattenti del nostro esercito
» venticinquemila almeno restar dovrebbero in.
r difesa del Regno, ventimila si unirebbero alle
r schiere italo- franche, si adunerebbe inLombar-
» dia un esercito di sessanlamila soldati che avreb-
31 be a fronte altro esercito tedesco di arte uguale e
31 di ardimento maggiore , perchè ora in noi è timo-
31 re quanto in essi speranza; e perciò sessantami-
31 la Tedeschi basterebbero a contenere l’esercito
31 di Lombardia; e può la Germania, possono i
31 re alleati, senza menomare le schiere destinate
31 contro la Francia, volgere sopra Italia sessan-
31 tamila combattenti. Qual diversione sarà dun-
3i que per la guerra del Reno l’esercito italiano?
31 Che mai avran prodotto gli sforzi del re e del
n regno di Napoli?
» Nulla di Lene alla patria di V. M., tutto di
Digitized by Google
LIBRO SETTIMO — 1813 205
» male al suo popolo, avvegnaché noi avremo
y> guerra esteriore ed interna. È noto a V. M. che
«già vi si apprestano il re Ferdinando e gl’In-
« glesi, il re presentandosi agl' immaginosi popoli
« napoletani con in mano la costituzione data e
« praticata in Sicilia, e Bentinck assicurandone
« la durata con le sue schiere e in nome della
« potente e libera Inghilterra. Ciò all' esterno. Nello
« interno (soffra in questa presente estremità dei
« nostri casi schiettezza estrema) le popolari scon-
33 tentezze sono gravi e molte; i rigori della po-
« lizia a’ tempi del re Giuseppe, i furori diManhes
« contro il brigantaggio, le attuali persecuzioni
« ai carbonari, ogni error di governo, tutti i tra-
« vagli, tutte le morti di otto anni di rivoluzione
35 risorgono nella memoria e nella vendetta della
35 più parte del popolo. Se ne sono palesati i
33 segni negli Abruzzi e nelle Calabrie; in Poli-
33 stena è stato eretto 1 oramai disusato albero di
ss libertà, e bisognarono ad abbatterlo forza di
35 soldati e prudenza. L’esercito ha disciplina non
35 salda. Lo spavento che già si aveva del re Fer-
j3 dinando, gran forza interna per il re Gioacchi-
33 no, dopo gli ultimi fatti della Sicilia è cessato
33 in molli, scemato in lutti, convertito a speranza
33 in alcuni. Ella, o sire, per ingegno e valore
33 trionferà de’ suoi nemici, ma con quanti danni
33 e quante morti per guerra, punizioni e vendette?
33 E se mai dal troppo numero di nemici esterni
33 e dalle troppe interne ribellioni fussimo vinti?
33 Rifuggo dalla immagine di un regno preso per
« conquista dall antico re Ferdinando e dagli
■206
LIBRO SETTIMO — 1813
« E tanti pericoli e tanti travagli qual fine
«avrebbero? 1/ imperator de’Francesi, avendo
» oramai contrario il disperato coraggio di re,
« di eserciti e di popoli infedeli, è favola o sogno
«ch’egli vinca tutti e ritorni alla signoria del
«mondo; avrà 1 impero tra l’Oceano e’1 Reno,
« rinunzierà alla Spagna, alla Germania, alla Ita*
« lia; decaderà in possanza. Ma V. M. cadrà affatto
« dal trono; e noi, popolo vinto o ceduto, soggia-
« cererno al flagello de nostri antichi re, viepiù
« fieri al ritorno perchè animati da conquista e
« da lunghi sdegni. Tutto il bene che i due re
« francesi avran fatto al Regno sparirà in un gior-
« no, e della rivoluzione non resterà documento,
« fuorichè le liste delle vendette. L’interesse dei
« INapoletani è dunque il conservarsi con V. M.
« le instituzioni del suo regfno.
« Il modo certo ed italiano per ottenerlo sa-
« rebbe, accordandosi V. M. col viceré d’Italia per
« un trattato comune co’ re alleati, patteggiare
« (facil cosa se foste insieme ) la indipendenza
«d’Italia. Ma il principe Eugenio, nè per pace
« nè per guerra si legherà col re Murat, vorrà
« singoiar merito di fedeltà cicca, non dipolitica,
« e fama da scena non da istoria. Se l’abbia. Ma,
« o sire, quanto grande esser debbe il dolore di
» ogni uomo nato in Italia al vedere in questo
«istante soldati prodi italiani negli eserciti francesi,
« ed altri nello esercito del viceré, ed altri conV.M.,
» ed altri con gl’ Inglesi, altri col re di Sicilia; due-
« centomila almeno dalle Alpi a Capo Noto, parlan-
» do l’ idioma istesso d’ Italia, combattere per cause
« varie e di altrui; disperdere inutilmente il valore
LIMO SETTIMO — 1813 207
y> e la vita; e mentre nel braccio e nel senno prò-
» prio slarebbe la italiana sicurezza, anelarla pre-
}•> gancio, non esauditi? Non è dunque inerme o
>» pigra la Italia, ma cagiou vera delle miserie sue
è la divisione delle sue genti e de’ suoi reggitori.
» Però che tale è voluta dal fato, V. M. ab-
» bandonando le generali speranze, provvegga
33 almeno a questa ultima non infima nè ignobil
« parte della penisola, e le dia certezza di civiltà
33 e di avvenire. 11 potrà fermando pace ed allean-
33 za coi re di Europa, tenendo unito l’esercito in
33 Italia, dando al suo popolo commercio libero
33 con la Inghilterra, migliorando le instituzioni
33 civili, rivocando le persecuzioni di polizia, ridu-
33 cencio in uno le parti divise dello stato; e non
33 sofferendo che un vecchio re, nato re, usato
» agli errori di assoluta potenza, superi in civiltà
33 un re nuovo, surto da libera rivoluzione per
33 militare grandezza.
•* Ed infine, io da’ ragionamenti passando alle
>3 preghiere, la supplioo di prendere sollecita im-
33 mutabile sentehza, non cedendo al consiglio di
33 chi vago dell’ antica politica italiana chiama vit-
33 toria il guadagnar tempo, ed arti di governo simu-
33 la re e dissimulare' co’ nemici e gli amici. E sopra-
” tutto la prego a non prendersi di falsa specie di
33 gloria, ma credere che vi ha un sol mezzo da
33 serbar la sua fama; serbando il trono «.
EVI. E mentre l’oratore parlava, Gioacchino,
che pure usava di rompere il discorso, attenta-
mente l’udiva. Mostrò talora disdegno, ma subito
lo frenò perchè i liberi detti uscivano di labbro
amico e devoto; due volte fu commosso, quando
203 * LIBRO SETTIMO — 1813-14
si figurò scudo alla vita di Buonaparte; c quando
invitato a distruggere un libro delle sue istorie,
pareva che dovesse distruggere quello de’ propri
a fletti. Accomiatò l’oratore, e gli rese grazie; al-
tri generali avevano parlato o dipoi parlarono nei
6ensi stessi: le cose di Francia peggioravano; la
neutralità della Svizzera presso che Aiolata, gli
eserciti tedeschi su l’ Adige, Venezia bloccata; cre-
sceva nel suo reame la scontentezza, nell esercito
la contumacia; alle lettere di lui e della regina,
espositrici de’ pericoli del regno, 1 imperator Na*
poleone per superbia o sospetto non rispondeva.
Incalzavano il re gli avvenimenti; stava per unirsi
all’Austria, quando giunse in ISapoli il duca d’0-,
tranto Fouchè, già ministro mandato da Buona-
parte a spiare in segreto 1 animo di Gioacchino,
ed a mantenerlo nelle parti della Francia; ond e-
gli, simulando la modestia e la collera di un di-
sgraziato, dice\a esser venuto a diporto; ma in
privato a Gioacchino, per amore e servizio di liti.
Trattenutosi pochi dì, tornò a Boma. Restaro-
no occulte le sue pratiche, ma dipoi osservate di
Gioacchino Farti doppie e ingannevoli, fu cre-
duto che derivassero, -oltra che dal proprio inge-
gno, da’eonsigli del duca d’ Otranto, tal uomo
nelle universali opinioni da disdegnare per fino
i successi che non fossero frutto di rigiri e per-
fidie. Lui partito, a mezzo dicembre del i8i3,
A'enne il conte di Neipperg legato dall’Austria,
e conA r enendo col duca del Gallo trattalore per
le parti di Napoli, fermarono a’ dì 1 1 di gennaio
del i8i4 lega fra i due stati. Scopo di essa, la
continuazione della guerra contro la Francia per
Digitized by
LIBRO SETTIMO — 1814 209
lo ristabilimento in Europa dell’ equilibrio poli-
tico: e mezzi ad ottenerlo, dalla parte d’Austria
centocinquantamila soldati, de quali sessantamila
in Italia ; dalla parte di Napoli trentamila ; e da
ambe le parti nuove milizie, se bisognassero. Ca-
1 )0 delle schiere confederate il re di Napoli, e
ui assente, il primo dell’esercito tedesco.
Riconobbero : l’ imperatore d’Austria il dominio
c la sovranità degli stati attualmente posseduti dal
re di Napoli; il re di Napoli, le antiche ragioni
dell’Austria su gli stati d Italia.
Convennero non fermare altra pace o tregua
se non comune. L’imperatore promise l’opera e
gli officii per pacificare Napoli con la Inghilter-
ra, e co’ potentati di Europa, confederati del-
l’ Austria.
Fin qui la parte pubblica del trattato. Per arti-
coli secreti stabilivasi che l imperator d’Austria
s’impegnerebbe ottenere dal re Ferdinando Bor-
bone la cessione del trono di Napoli a prò di Gioac-
chino Murat; il quale dalla sua parte rinunzie-
rebbe alle pretensioni su la Sicilia, e coopererebbe,
. nella pace generale co’ sovrani di Europa, ad in-
dennizzare il re Ferdinando del ceduto trono di
Napoli.
Ed altro frutto dell’alleanza avrebbe Gioacchi-
no , per lo accrescimento a’ suoi stati di tanto
paese romano che alimentasse quattrocentomila
abitanti.
Le ratifiche al trattato pubblico e, secreto si
promettevano, dall’ una e l'altra parte, sollecite.
LYII. Altro trattato che dissero armistizio , tra
Napoli e la Inghilterra, fermarono al 26 gennaio
Collctta, T. III. 14
■
1
210 LIBRO SETTIMO — 1814
dell’ anno stesso il duca del Gallo e lord Ben-
linck, convenendo immediata cessazione di osti-
lità, libero commercio, accordo comune e con
l’Austria su la vicina guerra d’Italia. E quando
mai l’armistizio cessar dovesse, notificazione dal-
l’una all’altra parte tre mesi avanti alle offese.
Erano state insino allora occulte le pratiche; poi
quegli accordi, pubblicati, apportarono al popolo
vera gioia per il cessato timore di guerra, per i
guadagni del commercio, per la creduta sicurez-
za del futuro, per le speranze di reggimento più
libero suscitale da’ discorsi di Gioacchino, e so-
pratulto per quell’ impeto di sdegno che scop-
piò in tutta Europa contro la Francia: giusto nei
Bussi, Austriaci e Prussiani; scusabile negli altri
popoli di Alemagna; ingrato e stolto in Italia.*
LVHI. Intanto Gioacchino sin dal precedente
novembre aveva mosso due legioni, preso i quar-
tieri in Roma ed Ancona, apprestate altre schiere
ed annunziato vicino il suo arrivo a Bologna:
egli spinto a quei moti dal suo genio di operare
e d’invadere, e dall’avvedimento di mostrarsi ar-
mato agli amici e a’ conil a rii. Buonaparle, benché
sospettoso di lui, non volendo dar motivo o pre-
testo al temuto abbandono, nè precipitare la guer-
ra, aveva prescritto a’ suoi luogotenenti che quelle
legioni fossero tenute come alleate, e nei congressi
di pace i suoi ambasciatori ponevano nella bi-
lancia delle forze cinquantamila Napoletani a pso
della Francia. Ma il generale Miollis governatore
di Roma, e'1 generai Barbou di Ancona, insospet-
titi de’ Napoletani, si tenevano vigili e in armi. Ed
al tempo stesso molti Italiani, o per carico rice-
•
LIBRO SETTIMO — 1814 211
vutone da Gioacchino, o per proprio zelo, anda-
vano drvolgando che il re di Napoli, scaltro, li-
bero , fortemente armato, quando i nemici esterni
tra loro combattessero avrebbe promulgata e so-
stenuta la liberta d Italia. Di già que’ discorsi ec-
citavano ne meno accorti speranze e moti, allor-
ché i trattati con 1 Austria e 1 Inghdterra vennero
ad accertare i sospetti de Francesi, ed a spegnere
le ultime ansietà d italiana indipendenza.
Gioacchino scriveva a Miollis, a Barbou, a
Fouclaè sensi amichevoli: diceva che necessità di
regno lo aveva spinto a quell’alleanza, ma che
divoto ed amante della Francia renderebbe con-
cordi gl’interessi di stato e gli affetti propri. Pro-
teste non credute. Il generale Miollis con forte
presidio acquartierò in Gastei Sant’Angelo; il ge-
nerai Lasalcette in Civita \ ecchia con ciò che re-
stava di soldati francesi; il generai Barbou voleva
guardare in Ancona due castelli, ma i Napoletani -
destreggiando sorpresero quel dei Cappuccini, si
che i Francesi, milacinquecenlo fra soldati e im-
piegaC civili, si’chiusero nella cittadella. Tutta la
Komagna con le Marche restò abbandonala ai
Napoletani, che dubbiosi per mancanza o con-
tradizione di ordini, come dubbioso era il re
per contrasto di affetti, non guerreggiavano, non
amministravano quel paese; avevano le sollecitu-
dini della guerra, il fastidio delle guernigioni,
tutte le molestie, lutti i pericoli della incertezza.
I generali scrivevano al re di quelle perplessità,
ed avevano risposte nulle o varie; tal che surlo
sospetto che ei macchinasse inganni, temevano o
per sè medesimi o per le sorti di Napoli.
>/5£l
2! 2 LIBRO SETTIMO — 1814
In qnel mese di gennaro Gioacchino andò a
Roma, e non ottenne, come sperava, da Miollis
Castel Sant’Angelo e Civita Vecchia : passò ad
Ancona, nè Barnoù volle cedere la cittadella. Vid-
de in Scompiglio le amministrazioni interne,
udì le protestazioni dei generali, le rimostranze
dei magistrati, i lamenti del popolo: i ministri
austriaci biasimavano la sua lentezza, chiaman-
dola mancamento al trattato. Il più fingere ap-
paiava danno e pericolo; ond’egli comandò, par-
tendosi per Bologna, avanzarsi le schiere napo-
letane per conginngerle alla legione tedesca retta
dal generale ftugent; stringere in assedio Anco-
na, Castel Sant’Angelo e Civita Vecchia; ordinare
le parti civili dei paesi occupati, impiegando il
consiglio e l’ opere dei migliori ingegni napole-
tani. Ma poiché sempre gli premeva il cuore il
desiderio di non rompere a guerra con la Fran-
cia, lasciò in avanguardia contro l’esercito del
viceré la legion tedesca, e prescrisse che nelle
comandate operazioni di assedio non fossero pri-
mi i Napoletani ad accendere lo'artiglierie!
Ordinò l’esercito. Lui stesso capo di tre legioni
di fanti, una di cavalieri, venliduemila soldati,
sessanta cannoni, attrezzi corrispondenti, nessuna
provvisione, nessun tesoro, confidando nelle ric-
chezze d’Italia. Erano agli slipendii napoletani al-
cuni soldati francesi, molti uffiziali e colonnelli
e generali. Gioacchino volendo ritenerli perchè
ne pregiava il valore e l’ esperienza , e credeva di
attenuare il suo mancamento alla Francia span-
gran numero di Francesi,
lodo; fingeva con essi che
dendo l’esempio sopra
gli lusingava in vario i
LIBRO SETTIMO — 1814 213
era infingimento 1 alleanza con 1 Austria, sovra-
poneva menzogne a menzogne, s’intrigava, scre-
ditavasi. 1 generali napoletani dall’ opposta parte
bramavano che quei Francesi partissero perchè in
essi vedevano i sostenitori degli ondeggiamenti
del re e gl’ inciampi alla pienezza della propria
potenza ed ambizione; pregavano Gioacchino a
sgomberarne l’esercito; mormoravano in dispar-
te; generavano contumacia e scandalo, li quei
Francesi, mossi da interessi contraaii, vacillarono
lungo tempo; ed infine i più amanti di onore e
di patria si partirono, altri rimasero vergognosi
ed afilitti. Uei primi citerò un solo per la singo-
larità dei suoi casi: il colonnello Ghevalier, caro
a Murat, andò l’ultimo da disertore, lasciando
un foglio nella notte e fuggendo. Ma il giugner
tardi fu cagione di motteggi tra gli ufilziali del-
l’opposto campo, ed egli, per mondarsi deHo in-
dugio, chiese di combattere all’alba dello stesso
giorno, e primo tra i primi attaccò i Tedeschi e
cadde ucciso.
L1X. Cominciarono gli assedii da quel di An-
cona. Essendo troppo il presidio della cittadella
(piccolo castello con pochi edilìzi, nessuno a
pruova delle bombe ) bastavano i fuochi verticali
a disperare la guemigione ed evitare agli assali-
tori le lunghe fatiche di trincea e di breccia. Di-
segnate a distanze varie ( la minore di mille me-
tri ) poche batterie di cannoni, molte di mortari
e di obici; impresi i lavori nella notte, durati nel
giorno, compiuti i fortini ed armati; stavasi al
punto di aprire i fuochi, e nessuno impedimento
a noi veniva dalla cittadella: pareva che fossimo
21* LIBRO SETTIMO — 1814
ad esercizio negli assedii di scuola. Le artiglierie
e munizioni abbondavano prese dai forti e ma-
gazzini venuti in potere dei Napoletani, onde
nulla mancava fuorché il segno di guerra. I cal-
coli dell arte dimostravano che la cittadella so-
stener potesse intorno a quarant’ore di fuoco.
Le cure, sospese per Ancona, furono vòlte a
Castel Sant’Angelo, indi a Civita Vecchia. Comin-
ciarono le riconoscenze con la usata vigilanza;
ma vista la pazienza del nemico, andavano gl’ in-
gegneri scopertamente intorno al castello , se-
gnando sul terreno le trincee e gli approcci. Fer-
mata 1 idea dell’assedio, apprestando macchine
ed armi, marciarono alcuni battaglioni sopra Ci-
vita Vecchia; e sebbene accampassero nelle allure
più vicine alla città, il presidio francese vedeva
il campo e tollerava. Ma poi che scoprì il gene-
rale Lavauguion governatore di Roma, e il ge-
nerale Colletta direttore supremo del Genio ,
odiati entrambo, l'uno perchè francese e nemico,
l’altro perchè noto instigatore di Gioacchino a
quella guerra, lo sdegno vinse il comando o la
prudenza , e le batterie della fortezza tirarono
continuamente .sopra i Napoletani, e con maggior
aggiustatezza dove i generali apparivano. Nulla
ostante, continuando la riconoscenza e formato
il disegno dell’assedio, quella schiera scemata di
qualche uomo nella vegnente notte si partì.
Qui dunque arabe le parti preparavano stru-
menti ed armi, quando in Ancona il generale
Barbou, consumati i viveri, e mirando afflitta da
malattie la guernigione, stabilì rendere la citta-
della; ma vergognando di farlo senza onore di
LIBRO SETTIMO — 1814 215
f uerra, comandò tirare a disfida contro il campo
ei Napoletani, benché seco stessero a pericoli
l’amata moglie e tre teneri figliuoli. 1 Napoletani,
che il generale Macdonald dirigeva, risposero alle
offese, e combattendo 1 intero giorno e la notte,
al levare del sole del dì seguente si vidde ban-
diera di pace sul castello, che nel giorno istesso
fu ceduto a patto che i presidii francesi avessero
con gli usati onori sicuro passaggio in Francia.
Ventiquattro ore durarono i fuochi, alquanto
meno del prefisso tempo perchè la esplosione di
una polveriera aggiunse alle rovine che produ-
cevano le bombe, l’arte della città di Ancona sta
tramezzo i Cappuccini, ch’era il campo dei Na-
poletani e la cittadella; ma nessun danno soffrì,
restando sicura sotto un arco di projetti e di fuo-
co. Pochi Napoletani morirono, più Francesi, per
falsa gloria del generale Barbou, a cui bastar do-
veva Tesser giunto all’estremo della fame: tante
false specie di onore deformano il mestiere del-
l’arme.
Le altre fortezze non furono assediate perchè
in un trattalo fra il duca d’ Otranto per Trancia
e’1 generai Lecchi per Napoli fu concordato che
cedessero a patto di toi’nare in Francia i presidii
liberi e sicuri. E dopo ciò i Napoletani, oltre An-
cona, guardarono Civitavecchia, Castel Sant An-
gelo, i forti di Firenze, Livorno e Ferrara. Li-
vorno, giorni innanzi, era stato minacciato da
un’ armata anglo-sicula, guidata da lord Bentinck;
e poiché il presidio, tuttavia francese, stava pre-
{ tarato alla guerra, Tarmata ristette aspettando
àvorevole occasione a sbarcare le genti Le quali
V
2IG LIBRO SETTIMO— 1814
apparenze, mantenute anche dopo la cessione della
città, spiacquero a Gioacchino, che ordinò fusse
posta in stato di difesa, confidando all’orecchio
«lei generale del Genio ch’egli sospettava degli
Inglesi.
LX. Poco appresso lord Bentinck con mostre
di amicizia sbarcò dal naviglio schiere inglesi e
siciliane, sotto insegna che portava scritto: «Li-
bertà e indipendenza italica 5 », e le incamminò
sopra Genova. Conferì per lettere con Gioacchino
e col generale Bellegarde i concertati disegni tra
scambievoli sospetti. Allora lo stato delle cose
della guerra in Italia era il seguente. Bellegarde
con quarantacinquemila Austriaci campeggiava
la sponda sinistra del Mincio; il re di Napoli con
venliduemila de’ suoi, toccando il Po e guardan-
do il F errarese, il Bolognese, gli stati di Roma
e la 1 oscana, . avanzava gli avanguardi sino a
Reggio e Modena: e Nugent sotto lui con otto-
mila Tedeschi accampava. Bentinck con quattor-
dicimila Anglo-Siculi stava sopra i monti di Sar-
zana. Comunicavano Bellegarde e Gioacchino per -
Ravenna a Ferrara, Gioacchino e Bentinck ave-
vano tra mezzo gli Apennini. E dalla opposta
parte il viceré con cinquantamila Italo-Franchi
teneva i campi nella sponda destra del Mincio,
custodiva un ponte sul Po a Borgoforte, potente
per opere e per presidii, occupava Piacenza. Poca
guernigione francese guardava Genova.
Così le forze, le idee differivano. 11 generale
Bellegarde voleva che Gioacchino procedefse so-
pra Piacenza, a fin di spostare il viceré dalla riva
del Mincio, e prometteva diversioni ed ajuti. 11
Digitized by Google
LIBRO SETTIMO — 1814 2t7
re diceva che trovandosi diviso da Bentinck, il .
quale operava nella opposta pendice de’ monti,
nè legato altrimenti con Bellegarde che per le
difficili e lunghe strade di Ravenna e Ferrara, il
nemico a suo talento poteva sboccare da Borgo-
forte, assaltare i Napoletani sulle terre di Modena
o di Reggio, e rientrare nelle sue linee prima che
gli alleali inglesi o tedeschi avessero solamente
notizia di quei fatti; ch’egli perciò faceva afforzar
Modena di un campo, ed aveva così ordinate le
sue schiere che al primo apparire del nemico
volgessero tutte incontro al Po; che dunque il
più inoltrarsi sopra Piacenza sarebbe stata occa-
sione ed invito al viceré di assaltare alle spalle i
Napoletani, separarli dalla loro base, romperli e
ritornare a suoi campi per le vie di Piacenza e
Borgoforte. Frale due opposte sentenze Bentinck,
solamente inteso ad espugnar Genova, si mo-
strava dell’avviso di Bellegarde, non più per
proprio ingegno che per diffidanza e avversione
a Gioacchino.
La ragion militare stava dallaf parte di Murai;
ma stavano contro lui le apparenze e i sospetti,
e perciò le opinioni rimanevano divise, gli eser-
citi immobili. In quella guerra si palesarono tutti
gli errori e i vizi delle alleanze. Bellegarde poteva
comunicare con Gioacchino per vie più brevi che
di Ravenna o Ferrara, costruendo altri ponti sul
Po; ma noi faceva, temendo che le nuove strade
aperte a’ soccorsi, servissero al tradimento. Pote-
va Gioacchino attaccare Piacenza, se veramente
ajutato da Bellegarde e da Bentinck, ma sospet-
tava clie lo spronassero a quella impresa per nuo-
lift LIBRO SETTIMO — 1814
cere al suo esercito ed alla sua fama. Cosi Ben-
tinck," alleato del re di Napoli, permetteva che dai
Siciliani seco disbarcati si spargesse nell’ esercito
napoletano un editto del re Ferdinando, che,
rammentando le sue ragioni, eccitava i sudditi a
ribellar da Gioacchino. E cosi più in alto l’im-
peratore d’Austria, che avea promesso sollecite
ratifiche al trattato con Napoli, lasciava correre
i mesi senza che il ratificasse; e dall’altra parte
il re Murat, alleato dell’Austria e della Inghil-
terra, desiderava il trionfo della Francia, ed at-
tendeva o sperava l'opportunità di ricongiungersi
a lei. Lo stalo d’Italia in quel tempo non era di
guerra, ma di politica e d’inganno armato; in
ogni atto, in ogni intenzione de’ reggitori de’ regni
e degli eserciti o traspariva o si nascondeva un
mancamento di fede: i peccati erano universali;
ma incerto, la fortuna chi premierebbe.
I popoli, cauti, obbedivano non operavano.
Gioacchino facendo direessergiuntoil momento in
cui gl Italiani si unirebbero sotto la stessa insegna,
dava agli stati occupati forma ed ordini comuni
di governo. Bellegarde, al tempo stesso, avvertiva
gl Italiani essere proponimento de’ re confederati,
restituire gli antichi stati al re di Sardegna, alla
casa d Este, al gran duca di Toscana ed al papa.
11 viceré su 1 altra sponda del Mincio bandiva le
vittorie dell’ imperatore Napoleone a Nangis, a
Monterau, ed accertava i popoli che le sorti d’Ita-
lia stavano in inano alla Francia. E questa Italia
in tanti modi insidiata, scontenta del presente,
certa di servitù per lo avvenire, tenevasi inquieta,
ma tacita. Solamente in Napoli, al mutar di po-
LIBRO SETTIMO— I8U 219
litica , al vedere i porti e i mercati abbondare di
merci inglesi, rare e desiderate per otto anni,
cambiarle co’ prodotti della terra che quasi senza
prezzo marcivano, andare in Sicilia e venirne
senza pena o pericolo, sentire il proprio re e le
proprie schiere potenti e posseditrici di varii re-
gni, il popolo tra maraviglie, guadagni e gran-
dezze, rallegra vasi e sperava.
LXI. Da varie parti, quasi al giorno istesso tre
F 'avi sventure vennero ad affliggere Gioacchino.
generali del suo campo dimandarono con riso-
lutezza, di essere intesi negli affari di quella
guerra. 11 papa, liberato da Buonaparte, incam-
minato verso Roma, era già sul contine di Parma.
In Abruzzo i carbonari, mossi a ribellione, som-
movendo parecchi paesi, avevano alzata bandiera
borbonica. De’ quali avvenimenti dirò più a lungo.
I generali di Gioacchino erano dell’esercito la
miglior parte per servigi, virtù di guerra ed
ingegno; giovani di età, partigiani dell’ idee nuo-
ve, ed amanti ab antico di patria e d’Italia, divoti
a Gioacchino per gratitudine ed ambizione, ma
esperti ed abusatot i de’ principali suoi difetti,
premiar troppo, punir giammai, e sì che nello
esercito si ambivano le azioni di merito, guerra,
fatiche, cimenti, e poco temevansi le ribalderie
e le colpe. Or quei generali, seguaci del re nelle
prime controversie con Buonaparte, alcuni par-
tecipi e consiglieri delle conferenze di Ponza, la
più parte instigatori alla lega con l’Austria, e
tutti solleciti dell’onore dell esercito e del capo,
vedendo che politica falsa e cangiante menava il
re ed il Regno a irreparabile rovina, parlan-
220 LIBRO SETTIMO — 1814
dosi 1 un l’altro e rattristandosi, sperarono in-
durre Murat a proponimento migliore. Con foglio
sottoscritto da due, che per più lunghi servigi
erano primi, chiesero che in quelle circostanze
gravissime il re, convocando un consiglio per la
guerra, sentisse il volo de’ suoi generali.
Parve quel foglio, ed era, deliberazione del-
l’esercito, detrazione all’imperio del capo, no-
vella specie di ribellione, colpa degna di pena.
Se Gioacchino avesse avuto animo a punire, non
prorompevano i maggiori dell’esercito a quella
estrema baldanza; ma il re che perdonava fino
agl’infimi dell'esercito, non punirebbe i primi
carissimi a lui, e solamente colpevoli di troppo
zelo. La disciplina (l’ho detto altrove e ad ogni
nuovo esempio vo’ ripeterlo) non è merito de’ sog-
getti, è virtù del capo; e ben dico virtù, se costa
sforzi magnanimi ad esercitarla, severità di co-
stumi, giustizia continua, inflessibilità, e mentre
il sentimento più naturale ad uomini che vivono
in travagli e pericoli comuni sarebbe il vicende-
vole amore, sopprimerlo nel suo cuore, non
aspettarlo da sottoposti, e desiderare in essi ti-
more, ammirazione, rispetto, sentimenti che si
imprimono per propria fatica ed amaritudini. 11
re a sedare l’ audacia de’ suoi generali adoperò
le minacce, poi le seduzioni, ma non furono da
quelle arti spaventati nè presi. Potè l’ affetto. In
quel mezzo annunziato barrivo di Bentinck, che
superbo e da nemico, benché fusse alleato, ve-
niva a chiedere al re la cessione di Livorno ed
altre non minori cose, Gioacchino disse: « Egli
** giunge in mal tempo per me, che mai gli dirò?
Digitized by Googte
LIBRO SETTIMO — 1811 221
« dove troverò forza da sostenere il decoro di re
» e di capo dell’esercito, or che questo esercito
» ed i miei generali sono contro me ribellati? »
Due di loro, presenti, sentirono tenerezza e ver-
gogna, comunicarono quegli affetti agli altri, che
nel giorno medesimo adunati andarono al re con
atti di sommissione e promessa di piena obbe-
dienza. Finì quel moto nel campo, ma ne rima-
sero la memoria e l’esempio; la disciplina peg-
giorò, i cieli maturavano la catastrofe dell’anno '
seguente.
LXII. Intanto il papa giungeva al Taro, e
Gioacchino in Bologna noi sapeva che dal grido
pubblico. Fu primo pensiero il non riceverlo, ma
con quali armi contrasterebbe, con quali inciam-
pi ritarderebbe l’ uomo che procedeva sicuro por-
tato irresistibilmente dalle opinioni e dal popolo?
11 generale Nugent, senz’ aspettare gli ordini del
re, che pur era suo capo, lo aveva ricevuto sul
confine, e con riverente pompa militare lo scon-
tava sino allò rive dell’ Enza, che i Napoletani
guernivano. Mancava il tempo a’dubbii e al con-
siglio. 11 re sfrisse al generale Carascosa, coman-
dante dell’avanguardia, di andare incontro al
pontefice, e con tutti i mezzi di persuasione o
d’industria trattenerlo sul cammino o in Reggio.
Non appena il generale giunto al fiume, vi giun-
geva dall’altra sponda Pio VII, con seco popolo
innumerabile e devoto, ed una scorta magnifica
di cavalieri tedeschi, che benedetti e ringraziati
tornarono a Parma, mentre il popolo accresciuto
di altre genti proseguiva col papa verso Reggia
E poiché le carrozze non si arrestarono, il Car-
112 LIBRO SETTIMO — 1814
rascosa non entrò a parlamento e seguì la calca.
Non andava scorta ordinata di milizia napoletana,
ma soldati ed uflìziali confusi volontariamente
nella folla, ingrandivano la riverenza e le mara-
viglie dello spettacolo. Molti de’ popolani spinge-
vano la carrozza dov’era il papa, nè già per bi.
sogno, ma in segno di bassa servitù; e tra quelli
si scorgevano più zelanti e devoti alcuni ufbziali
di Napoli con abito militare.
In Reggio, il generai Carascosa, subito am-
messo alla presenza diPio, dopo atti di riverenza
ch’egli fece ossequiosamente, e l’altro accolse con
benignissimo aspetto (offrendo al primo incontro
la mano a baciarla, per allontanare il sospetto di
maggior culto), il generale dimandò qual fosse
il disegno di Sua Santità, ed egli: proseguire il
cammino verso Bologna Ma Sua Maestà
il re di Napoli ignora l’ arrivo della Santità Vostra,
nulla è preparato al ricevimento E nulla,
risponde, io desidero dalla Maestà Sua alla quale
spero i divini favori I cavalli delle poste
sono impiegati al militar servizio, e senza gli an-
ticipati provvedimenti potrebbe \ostra Santità
non trovarne che bastassero al suo viaggio ....
Gli chiederò alla carità di questi devoti cristiani
• che mi circondano Ma già. da lungo tempo
i cavalli de’ privati sono addetti all’ esercito
Proseguirò a piede. Iddio me ne darà la forza.
E dopo breve silenzio il generale dimandandogli
a quali gradi della milizia, e quando accorderebbe
l’onore della sua presenza; egli rispose, che vor-
rebbe veder tutti, ma incalzato dal tempo avreb-
be visto i soli generali domani alle nove ore
LIBRO SETTIMO — 1814 223
della mattina. 11 Carascosa ribaciò la mano, e
con egual riverenza si accomiatò; riferì al re,
motto a motto il discorso, e lo pregò di cedere
all impero delle opinioni. Al dì seguente all ora
stabilita, presentati al pontefice i generali del-
l’esercito, gli accolse con cortese semplicità, oflrì
la mano ad ognuno, s intrattenne in discorsi di
indizia, lodando la bellezza delle vedute schiere;
nè diede licenza, prima che di ognuno non ebbe
udito il dimandare o il rispondere.
E subito si partì. 11 re in Bologna dopo avere
ondeggiato fra pensieri varii e rigettato il buon
consiglio di due suoi ministri, di parteggiare coi
popoli per il papa, scelse il peggior avviso, il
mezzano, onorare il pontefice per corteggi, non-
dargli ajuti. Giunto quegli a Bologna e ristoratosi
dalle fatiche del viaggio, fece, egli primo, visita
al re intrattenendosi non breve tempo; dopo al-
cune ore la visita fu resa e più lunga. Toccarono
la restituzione degli stati della Chiesa, e 1 imo
tutto volendo, l’altro concedendo stentatamente,
fu concordato (senza scritto perchè ognuna delle
due parti voleva serbare intere le sue ragioni )
rendere al pontefice Roma e ’ 1 patrimonio di San
Pietro, il re di INapoli tenere il resto. Altra di-
scordanza era nel proseguimento del viaggio, il
papa indicando la strada Emilia; e Gioacchino,
a fine di trattenere i moti e gli affetti de popoli
die rimanevano a lui soggetti, bramando che
proseguisse per la 1 oscana. Ma Pio piu torte di
Gioacchino, nella scelta del cammino vinse per
risolutezza; posi come nella divisione de’ domimi,
conoscendo sè più debole perchè disarmato ©d
ff
I
1
Mmm
224 * LIBRO SETTIMO — 1814
ancora solo, aveva tollerato ch’egli tenesse la
maggior parte degli antichi suoi stali. L indomani
seguitò per la strada Emilia, e lentamente giunse
a Cesena sua patria, dove lunga pezza, sino a che
le guerre di Francia e d’Italia ebbero fine, restò;
e dipoi come in trionfo entrò in Roma il dì 24
di maggio di quell’anno ibi 4- Al dì vegnente le
milizie di Napoli ne partirono, nè i ministri di
lui vollero consegnato da’ ministri del re d go-
verno della città e delle ricuperale province, pre-
ferendo le perdite e 1 disordini al fastidio ed al
riconoscimento del passato dominio. Eia la super-
bia spuntava.
LX1II. 1 carbonari della Calabria erano conci-
tati dalla Sicilia; quelli di Abruzzo, daLissa, isola
dell’ Adriatico, che fatta emporio di commercio e
di contrabando era dagl Inglesi fortemente guar-
data. I Calabresi, sperimentati ai rigori del gene-
rale Manlies, macchinavano segretamente; ma gli, ,
altri inesperti ratto si mossero, così che al dì fis-
sato la rivoluzione proruppe simultanea e gene-
rale nella provincia di Tèramo, confine del regno.
Era disegno dei carbonari adunarsi armati nella
campagna, entrare nelle città, togliere di officio
i magistrati, e mutargli in altri, gridare caduto
l’impero di Murat e risorto quello di Ferdinando
Borbone, re costituzionale; correre le vicine pro-
vince, e avanzare nel Regno con gli ajuti di altri
settari e della fortuna. La più parte dei desiderii
si avverò : tutta intera quella estrema provincia,
fuorché la città capitale, fu ribellata; e procedeva
il cambiamento nel vicino distretto di Chieli, se
i provvedimenti dell intendente Montejasi, ed il
LIBRO SETTIMO — 18 W 225
sollecito muovere di alcune squadre di gendarmi
non avessero impedito ai rivoltosi di Teramo il
passaggio del fiume di Pescara. Sedizione sì vasta
non aveva costato nè delitti, nè fatiche: i magi-
strati di Gioacchino nella ribellata provincia era-
no usciti di ptisto chetamente; i novelli esercita-
vano senza vendette o superbia; le leggi erano
mantenute; la mutazione d’impero e di ministri
era avvenuta in un giorno: indizi tutti di univer-
sale consentimento, pericolo maggiore al gover-
no. Così stavano le cose in Abruzzo quando il
barone Tulli, fuggitore, venne nunzio a Gioac-
chino.
Essendo nell’esercito molti soldati abruzzesi,
uniti a reggimento, fu prima cura del re nascon-
dere tjuei casi. Dipoi consigliando i rimedii, chi
dei ministri inchinava al rigore, chi alle .blandi-
zie; il re, esacerbato, stava coi primi, ma il peri-
colo, a vederlo, era tanto grande che si adopera-
rono al tempo stesso perdoni e pene, premii e
minacce. Un decreto agguagliando le adunanze
di Carboneria a cospirazioni contro lo stato, pu-
niva di morte gli antichi carbonari èhe si adu-
nassero, come i nuovi che si ascrivessero alla set-
ta. La reggente mandava in Abruzzo le più fide
squadre, e due signori abruzzesi accreditati per
bella fama di politiche virtù, il cavaliere Dèlfico
e il barone Nolli, mentre il re inviava dal campo
il generale Florestano Pepe, autorevole per gra-
do, benigno per indole,
Ma quella sedizione senza nerbo di forze in-
terne o esteriori, impeto primo e sconsigliato di
accesi ingegni, da sè stessa indeboliva e cadeva.
Collctta, T . III . 15
I
22G LIBRO SETTIMO — 1814
Gli antichi magistrati di Murat ripigliavano le sedi
senza contrasto cedute; gl’intrusi le ricedevano
più facilmente, le squadre mandate di Napoli vi
giunsero dopo la calma; il Dèlfico, grave di anni,
si arrestò; ed al generai Pepe fu surrogato il ge-
nerale Montigny francese , violento , maligno.
Avvegnaché intesa da Gioacchino la improvvisa
vicenda, non più temendo dei ribelli, volle ad
esempio aspramente punirli; rivocò le blandizie,
afforzò il rigore, e molte morti, molte pene, la-
crime cd afllizioni furono il fine di quel fanciul-
lesco rivolgimento.
LXIY. Dalle cose d’Italia erano quelle di Fran-
cia assai «liverse; qua politica molta e poca guer-
ra, là politica quasi nessuna e guerra grandissi-
ma; i congressi europei oramai sciolti, i destini
del mondo in mano alla fortuna dell’ armi. In un
tempo che questa si mostrò lusinghiera a Buona-
5 arte l’ imperato r d’Austria scrisse a Gioacchino
i suo pugno per accertarlo delle ratifiche alla
fermata alleanza; e l’imperatore di Russia spedi
suo legato il conte Balachef a trattar pace col re
di Napoli. Mentre lord Bentinck venuto a chieder
la cessione di Livorno e Pisa onde formarne base
di guerra contro Genova, per i discorsi del conte
Mier e di altri ministri dei re alleati, abbandonò
quelle pretensioni , e temperando 1’ alterigia si
mostrò al re amico e riverente. Le quali cose por-
tavano in Gioacchino la certezza delle vittorie di
Buonaparte, raccontate nei bullettini, esagerate
dai Francesi che gli erano intorno, ed accreditate
dal conosciuto genio del capitano grandissimo e
dalle proprie speranze. Fece prova per l’ultima
%
LIBRO SETTIMO — 1814
volta di legarsi col viceré; ma questi più incitato
alla nemicizia dalle fortune di Buonaparte, -che
erano a Murat stimoli di concordia, rigettò le of-
ferte, scacciò V ambasciatore, e perchè giovava
alla vendetta ed alle difese sparger odio e diffi-
danza fra suoi nemici, trovo maniera di palesare
quelle pratiche ai commissari dei re alleati presso
Gioacchino.
E intanto il generale Grenier con quattordici
mila Italo-Francesi, valicato il Po a Piacenza,
ne austriaca rètta dal generale Nugent, e s
schiere per il ponte di Borgoforle assaltavano
Guastalla. In ambo i luoghi i Tedeschi vinti e
scacciati lasciarono sul campo quattrocento tra
morti e feriti, duemila e più prigionieri, due can-
noni, molti arnesi di guerra; e Grenier, messa
guemigione in Parma e Reggio, tornando alle
6ue linee per Borgoforte, abbandonò Guastalla:
INugent, riordinatosi dietro *i campi napoletani,
si trovò in riservarla legione del generale Carra-
scosa in avanguardia; quella del generale Am-
brosio nel centro. Per il movimento di Grenier
una compagnia napoletana, avviluppata fra bat-
taglioni francesi», fu prigioniera; ma nel giorno
istesso rilasciata con amichevoli dimostrazioni e
con armi: dono astuto e fallace.
E queste apparenze, e il non aver soccorso
opportunamente la legione tedesca da forze mag-
giori assalita, e i ritardi e le pratiche e gli scon-
sigliati discorsi del re, diedero tanto sospetto di
inganni che oramai gli alleati temevano di lui
come di nemico; i commissari apertamente si que*
attaccò nei campi della Nura e di P arma la le
228 LIBRO SETTIMO — 18R
relavano; Balaclief sospese le conferenze di pace,
e Gioacchino allora per accorrere al maggior pe-
ricolo (come usano gli uomini di animo incerto,
chiamando scaltrezza o bisogno la continua inco-
stanza) stabili di assaltar Reggio e ricondurre la
legione tedesca ai suoi campi di Parma e della
3\ura. Al dì seguente le preparate schiere ed al-
cuni battaglioni austriaci che il generale Nugent,
a ristoro di onore ed a vendetta, volle in avan-
guardia, scontraronsi col nemico sul ponte di San
Maurizio presso a Reggio, c si venne all' armi. Il
ponte chiuso con alberi abbattuti era difeso da
soldati c cannoni, e la sponda sinistra del fiume
da fanti, cavalieri e artiglierie. Cominciato il com-
battimento, il fiume valicato più in su del ponte
dai Napoletani guidati daL generale Guglielmo
Pepe, le barricale scomposte, allontanati i difen-
sori e le artiglierie, il ponte preso e preso il
campo: i nemici, ordinati ma solleciti, ripararono
in Reggio. Le due parti combatterono con forze,
animo cd arte uguale; il generale Severoli ita-
liano, capo degli Itali-Francesi, cadde come estin-
to troncatagli una gamba da palla di cannone,
altri cinquecento dei suoi furono morti o. feriti,
seicento prigioni, e degli Austro^Napoletani quat-
trocento tra feriti e morti. Il re giunse al campo
quando già la vittoria era per noi; e però se ne
debbe l’onore ai generali Carrascosa e Nugent
Chiuso in Reggio il nemico, valicato il canale del
naviglio dai Napoletani, già nostra la strada di
Parma e debolissime le mura di Reggio si poteva
con poca altra guerra espugnare la città e tener
prigioni quei presidii: ma il re concesse libera
LIBRO SETTIMO — 181* 229
ritirata, concordandone i patti i generali Livron
e Rambourg, l’uno per la nostra parte e l’altro
per la conti-aria, ambo Francesi. E così quel ine-
rito di alleanza del mattino fu perduto al cader
del giorno, e rimasero interi o accresciuti i so-
spetti e le querele.
LXV. Ed intanto cadute in peggio le cose di
Francia i commissari presso dei re divennero più
baldanzosi, Balaclief più schivo alla pace, ogni
cosa più contraria alle affezioni ed agl’interessi
di Gioacchino. Ed egli abbandonando come che
tardi le dubbiezze, volle congresso con Bellegar-
de, e concertarono le operazioni di guerra, con-
temporanee de' Napoletani sul Taro, de’ Tedeschi
sul Mincio, obhietto de’ primi Piacenza, de’ se-
condi Milano. Sì che- a’ 1 3 di aprile effettuati i
convenuti movimenti, il re con novemila soldati
passò il Taro, difeso da sei in settemila Italo-F ran-
chi; altra legione napoletana osservava il passaggio
di Borgoforte, ed altre squadre dello stesso eser-
cito ed austriache stavano in riserva; mentre che
in Sacca si faceva finta di gettare un ponte sul
Po per minacciare l’ala diritta del nemico, e
così giovare a Bellegarde che operava contro il
centro e la sinistra. Fu combattuto sul Mincio
senza effetto, non si scontrarono a Borgoforte;
il ponte a Sacca venne contrastato e impedito da
forze sei volte maggiori; restò la riserva inope-
rosa. Il Taro; combattendo, fu valicato; quattro-
cento de’ nostri morti o feriti; altretanti de’ con-
trarii e cinquecento prigioni. Il generale Gobert
austriaco, guidando schiere tedesche, lentamente
operò sul fianco destro del nemico sì che questi
230 LIBRO SETTIMO — 1814
Ì >olè ritirarsi, ed il re in argomento di zelo ne
lece pubblica lamentanza. 11 generale Mancune,
reggitore della contraria parte, ordinatamente si
raccolse al cadere del giorno in Sandonnino, e
nella notte a Firenzuola. I Napoletani pernottaro-
no sul campo, ed alla prima luce del vegnente
giorno traversarono Sandonnino, vuoto di guar-
die, procederono a Firenzuola, scontrarono il
nemico e lo spinsero con poca guerra oltre la
IXura, e sol dalla notte non dal fortificato con-
vento di San Lazzaro furono trattenuti. Lo in-
domani dopo caldo ma breve combattimento
quel posto e quel campo furono presi, il nemico
riparò in Piacenza, noi al di fuori disegnavamo
i modi di espugnar la città.
LXVI. E si era appena al meriggio del i5 di
aprile del i8i 4, quando un foglio del generale
Bellegarde, riportando la presa di Parigi, an-
nunziava sospesa in Italia la guerra, ed aperte le
conferenze di pace col viceré. Al tempo stesso
per la via di Piacenza, non più chiusa, giunse
messaggero un uffiziale di Francia, e tutte riferì
le infe Ilei sorti dell’ Impero, le sventure dell’ armi,
il tradimento di alcuni capi, la fellonia di un
ministro, la macchinazione di alcuni più conti e
più ambiziosi fra i liberali, gli atti e ’1 decreto
del senato, la fuga di Giuseppe Buonaparte, le
capitolazioni di Parigi, l’abdicazione dell impe-
ratore, il ritorno de’ Borboni al trono, e quel tu-
multo di consentimenti e di adulazioni che in
Francia (vergogna ed ostacolo alla vera grandezza
di un popolo) più che altrove subitamente •si ma-
nifesta a prò del potere e della fortuna. Stava Gioac-
LIBRO SETTIMO — 1814 2H
chino a passeggiare sul prato eli piccola casa di
campagna, quasi alle mura della città, ed io seco
ragionando delle fortificazioni di Piacenza e del
moelo di espugnarle, quando giunsero que due
messi. Leggendo i fogli impallidì, e tacito per
alcun tempo ed agitato passeggiava in disordine:
ma poscia a pochi che gli stavano intorno disse
mestamente ed in breve i casi della 1 rancia, co-
mandò che la guerra fosse sospesa, e subito tornò
a Firenzuola, indi a Bologna. Nè cessò la mesti-
zia, che anzi per parecchi giorni andava crescen-'
do, pensando alla grandezza del rovinato impero,
ed a’ passati travagli per innalzarlo, ed a' suoi
presenti pericoli ed aBuonaparte, non piu in sua
mente despota e superbo, ma congiunto, bene-
fattore e infelice.
LXY 1 I. Pochi dì appresso il viceré fece accordi
con Bellegarde e con Gioacchino: stabilirono che
dell’esercito italo-franco i Francesi ritornassero
in patria, gl’ Italiani serbassero il paese che allora
occupavano, ed era quanto è racchiuso tra il
piede dell’ Alpi, il Po ed il Mincio ; i Napoletani
prendessero le stanze prefisse ne’ trattati della
confederazione; le fortezze' oltre il Mincio, an-
cora guardate da’ Francesi, fossero cedute a re-
deschi di Bellegarde. Mentre Genóva investita
dagli Anglo-Siculi, e fatta consapevole degli av-
venimenti di Francia, erasi data per capitolazione
a lord Bentinck, e questi con la usata foga (leg-
gerezza che pareva inganno) la ordinava a repub-
blica, e ristabiliva leggi e magistrati a modo del
1797. In tutta Italia finì la guerra.
Se non che in que’ giorni stessi altra peggiore,
232 LIBRO SETTIMO — 1814
perchè civile, arse in Milano. Pure in quella cittì!
più favorita in Italia ila’ Francesi, il genio ingrato
e nemico della Francia trovò numerosi e potenti
partigiani. Cosicché, scomparse appena le milizie,
il popolo della città cresciuto di genti del contado,
a disegno raccolte ed armate, proruppe tumul-
tuosamente, abbassò, disfece tutte le insegne del
passato dominio, dispregiò l’autorità de’ magi-
strati, ucciso spietatamente il ministro Prina, e,
sconoscendo il viceré, nominò una reggenza fra
'cittadini; e questa inesperta e presuntuosa, spe-
rando libertà da’ sovrani del Word, mandò am-
basciatori a chiedere libera costituzione della
quale segnò i termini. Il principe Beauharnais
offeso nello impero, minaccialo nella persona,
non tornò a Milano, andò in Baviera presso il re
suo congiunto; governavano la città capo del re-
gno italico reggenti nuovi, alzati da’ moti tumul-
tuosi del popolo; nulla restò dell’antico, cliè i re
alleati per naturale riverenza alle passate gran-
dezze, o per prudente consiglio sino allora rispet-
tavano; e perciò Bellegarde, trasgredendo i patti,
spinse le schiere sino a Milano, ed il nome di
quel regno e le ultime speranze di quegl’italiani
disparvero. Disegni mal ponderati de’ liberali fran-
cesi avevano nociuto alla Francia, disegni simili
di egual gente nocquero all’Italia; e quelle im-
S ruilenze discendevano da’desiderii d’indipen-
enza surti P anno innanzi tra’ popoli.
Ma poiché le alleanze europee contro Buona-
parte ebbero pieno trionfo, gli spazii lasciati dal
nuovo invadeva l’antico, modesto agli atti, super-
bissimo ne’ proponimenti. 11 papaPioVII, posses-
LIBRO SETTIMO — I8T4 233
sore di Roma e delle province che dicevano Pa-
trimonio della Chiesa, aveva rivocale tulle le leggi
dell' impero francese, e ristabilite le antiche, lin
la tortura. Vittorio Emanuele, appena tornato al
trono del Piemonte, avea prescritto esser leggi e
costituzione dello stato quelle del 1770; Ferdi-
nando HI, ricondotto dalle armi del re Gioacchi-
no al trono della Toscana, avea richiamate le
maraviglioee per il passato secolo, non baste\oli
al nuovo, leggi di Leopoldo; ed un suo luogote-
nente che il precedette, abborrendo ogni cosa
francese, chiudeva le nuove scuole, aboliva le
case di arti e di pietà. Tutto il già regno Italico,
Parma, Modena, Lucca, le tre Legazioni, e le ter-
re chiamate Prcsidii della Toscana, erano occu-
pale da’ Tedeschi, e governate senza leggi certe,
ad occasione ed a modo di militar comando. Quei
Presidii, utili in pace a’ re di Napoli, non poca forza '
nelle guerre d Italia, e possesso di tre secoli, per-
duti per la rivoluzione di Francia, furono obliati
ne trattati tra Fouchè e Lecchi, e poi alla conse-
gna toscana fra Roccaromana e Rospigliosi; co-
sicché due dimenticanze disperderono il frutto
di tre guerre di Alfonso I di Aragona e di 1 * ilip-
po IV, e la continua prudenza de re successori.
Genova , vaneggiando di libertà , obbediva alle
vecchie sue leggi. Le Marche presidiale 6 coman-
dale da milizie napoletane, tolleravano governo
misto, altiero e bene spesso assoluto. 1 croio la
civiltà nuova, che poco fa copriva la quasi intera
Europa, serbava immagine di sé nel solo regno
di Napoli. .
LX\ 111 . Gioacchino, riparale come poteva le
234 LIBRO SETTIMO — 1814
sue cose d’Italia, e lasciate nelle Marche due le-
gioni sotto l’impero del generai Carrascosa go-
vernatore di quelle province, tornò in Napoli.
Furono grandi le feste, talune prescritte, altre
suggerite dall’ adulazione, tutte ingannevoli; pe-
rocché la caduta di Buonaparte e l’impeto del
vecchio sopra il nuovo, lasciando Gioacchino iso-
lato e straniero alla politica del tempo, suscitava
ne’ popoli sospetto che le sorti del regno sareb-
bero in breve mutate. Ed indi a poco, in confer-
ma di tali dubbiezze si lessero gli editti del ge-
nerai Bellegarde, nunzii del ritorno dell’antica
Lombardia all’impero d’Austria; e i trattati di
pace fermati a Parigi il 3o di maggio, ne’ quali,
non facendo motto del re di Napoli, si convocava
congresso di ambasciatori a Vienna per i casi
dubbii di dominio. Pompeggiava intanto ne’ di-
scorsi e negli editti de’ più potenti re la legitti-
mila, parola ne’ primi tempi variamente intesa;
ma poiché fu da principi deffinita la distruttrice
delle male opere di cinque lustri, conservatrice
delle buone, e sopra le vaste rovine della rivolu-
zione restauratrice benigna delle precedenti cose
e persone, era parola e principio pericoloso e con-
trario a Gioacchino. Egli nominò suoi ambascia-
tori nel congresso il duca di Campochiaro ed il
principe di Cariati; e ad occasione vi spediva ge-
nerali ed altri personaggi di fama e d’ingegno.
Ma volse i suoi maggiori pensieri alle cose in-
terne ; reputando che più de’ maneggi e de’ discorsi
valer gli dovesse il voto de’ soggetti e la forza del-
1 esercito, in tempi ne’ quali menavasi vanto del-
1 amore de’ popoli e della pace. Raccolse in quattro
LIBRO SETTIMO — 1814 235
adunanze i migliori ingegni napoletani , e lor disse
che per gli ultimi avvenimenti acquistata da noi
piena indipendenza politica, era suivdebito rior-
dinare il regno senza o soggezione o simiglianza
o gratitudine ad altro stato; così adombrando le
tollerate catene per nove anni. Chiamava in ajulo
il consiglio de’ più sapienti e più'amanli di patua,
che intendessero a riformare i codici, la finanza,
l’ amministrazione, l’esercito. Pregava di non cor-
rere ciecamente con la fortuna verso il passato,
ma considerare che le civili instituzioni della 1 i-
voluzione di Francia e dell Impero erano fiulto
in gran parte della sapienza de secoli.
E prima che il consiglio per la finanza propo-
nesse la riforma di alcun tributo, egli di parec-
chi più gravi alleviò il peso. Per nuove ordinanze
giovò al commercio esterno, così aggradendo ai
suoi popoli cd agli Inglesi, che soli liafiicavano
ne’ nostri porti; fece libero coll abolizione elei
cabottaggio (tal era il nome di un sistema ino e»
stissimo di dogana marittima) il commercio in-
terno; fece libera la uscita delle granaglie; tolse
alcuni dazi di entrata, altri scemò; non osava ban-
dire l’ assoluta libertà commerciale , impedito dalla
poca sua scienza nella pubblica ecconomia e dal
mal esempio della Francia e dell Inghilterra.
LXIX. Era stata per nove anni invidia e lamento
de’ Napoletani veder nel regno i Francesi primi
agli onori e a’ guadagni; e perciò il re, oggi in-
teso di piacere a’ suoi popoli, prescrisse concedei si
le cariche dello stato a soli Napoletani, o a.que
gli stranieri divenuti per legge cittadini; e non
essere cittadino se non a’ termini dello statuto eli
236 LIBRO SÈTTIMO — 1814
Bajona; e doversi chiedere la cittadinanza fra un
mese; e non chiesta, o non concessa, uscir di uf-
fizio. Quanti erano stranieri nel regno dimanda-
rono la cittadinanza napoletana; ed aperto l’esa-
me nel consiglio di Stato, pochi de’ consiglieri
mostravansi severi, molti facili; ma coll’andare
de’ giorni la severità prevaleva. E ciò visto, i Fran-
cesi, per disperazione fatti audaci, dicevano al
re. « Da voi pregati, lusingati da voi (rammen-
tando i tempi, i luoghi, le parole) siamo rimasti
con voi, nemico alla Francia; ed ora voi stesso,
felice in trono, discacciate noi senza patria infe-
licissimi, poveri, e solamente colpevoli della vo-
stra colpa r>. Rimproveri acerbi perchè veri.
L’animo del re tu commosso; clièad ogn’istante
al mal preso partito d’infingere e d’ingannare
egli pagava larghissimo tributo di dolori e di
danni. Venne in consiglio di Stato preparato a
difendere gli stranieri col renderne facile la citta-
dinanza, e disse: « Io parlo a voi questa volta
>■> come re a’ consiglieri, e come padre a’ figli; per-
v> ciocché nella quistione che proporrò, trovan-
55 dosi confusi interessi ed affetti, si competono i
55 giudizi della mente e del cuore. Da che le for-
55 tune di Francia mutarono, e giovò al regno
55 Tesser nemico di quell’impero, io benché fran-
5» cese, congiunto di sangue e debitore del trono
55 all’imperator Napoleone, seguendo il vostro in-
55 teressc e i consigli vostri, mi legai in guerra
55 co’ nemici della mia patria e della mia famiglia.
55 11 mio cuore, non vo’ nascondere il vero, è stato
55 assalito da contrarii affetti; ha combattuto in se-
55 greto per molti mesi, e combatte; i doveri di
LIBRO SETTIMO — 1814 • 237
« re hanno sempre vinto e vinceranno. E benché
« la quistione che or ora proporrò sia dentro me
« stesso decisa, se voi sarete contrarii al mio voto,
35 io non userò del sovrano potere , ma tolleran-
33 do questo nuovo dolore, seconderò il vostro
33 avviso. . ;
33 De' molti Francesi che in guerra o negli offii
33 cii di pace han servito tra noi , e che a mal grado
33 dispongonsi all’ andare, io a picciol numero, a
33 soli ventisei qui registrati (mostrò un foglio) ho
ss promesso che voi concederete la dimandata citi
33 tadinanza. Sono gli stessi che volendo partirsi
33 mesi addietro, io, travagliato sul Po, trattenni
33 con preghiere e lusinghe.» Non troverebbero in
3i Francia nè patria che da nemici abbandona-
33 rono, nè stima pubblica, nè la stessa misera
33 quiete dell’oscurità, giacché troppo noti per
33 fama ed opere.-Or io vi dimando per essi la
33 cittadinanza ; il concederla fia premio a’ servigi
33 che han reso alla nostra patria, pietà del loro
33 stato, condiscendenza alle mie promesse 33. E ciò
con amorevole gesto proferito, più altieramente
soggiunse: « È libero ad ognuno il rispondere 3?,
Il qual discorso avrebbe ottenuto pieno e soli
lecito effetto, se il continuo simulare del re non
avesse scemata fede a’ suoi detti, e se la quistione
di cittadinanza non legavasi all’altra maggiore
della costituzione, che aveva tra’ consiglieri non
pochi sostenitori, e contrarii i Francesi amici del
re, i nomi dei quali non dubitavasi che fossero
nel novero de’ ventisei. Due consiglieri più ani-
mosi sommessamente risposero, che, non essendo
in facoltà del consiglio mutare lo statuto di Bar
238 • LIBRO SETTIMO — 1814
jona, si tratterebbe della cittadinanza de’ventisei
per le vie di legge ; che intanto pregavano il re
con figliale rispetto ed amore a riflettere ch’egli
aveva non solamente promesso ma giurato a cin-
que milioni di soggetti il mantenimento dello
statuto; che in quei tempi di politica difficilissi-
ma rivocare i giuramenti e le promesse era troppa
fidanza nella rassegnazione dei popoli , e che do-
po dolori tanto vivi al suo cuore quanto profitte-
voli al regno, non volesse perderne il frutto, e
adombrarne il merito per fievoli cagioni. Uno dei
ministri per la opposta parte, in sostegno de vo-
leri del re, lungamente parlò, ed ebbe vivaci ri-
sposte; Taccesa disputa si prolungava, ma il re
la interruppe, dicendo: « Oramai le varie sen-
» tenze sono manifeste; si dicano i voti >\ Di ven-
totto consiglieri^ ventitré furono per la sentenza
del re, gli altri cinque per la opposta; e questi,
mal veduti dal principe , erano dal pubblico
laudati.
Vittorioso il re, propose di concedere cittadi-
nanza ad ogni straniero che avesse militato nel
nostro esercito; ed un suo ministro aggiungeva
che per merito d’ armi ogni stato diviene patria
a’ guerrieri. I due consiglieri, sfortunati nel pri-
mo arringo, opponevano che passato il tempo
della sgherreria militare, e le armi stesse dive-
nute civili, il più onorevole officio era servir la
S atria combattendo; ma il più vergognoso ven-
ere altrui, o per oro o per falsa gloria, la vita.
Eppure in quell’ adunanza di cittadini e di onesti,
non per sentimento ma per servitù, il voto del
re fu secondato da’ ventitré medesimi della prima
LIBRO SETTIMO — 1814 239
sentenza. E passando a’ nomi degli ammessi , la
lista de’ventisei fu trovata di trentotto, e quindi
estesa a piacimento; l’altra de’ militari, lunghis-
sima; non partirono che i volontari e i più miseri:
il re, che in consiglio era entrato modesto, ne
uscì altiero; e que’ fatti, divolgati, accrescevano
desiderio di porre alcun modo al supremo potere.
LXX. Le riforme proposte per lo esercito non
furono seguite, che ben altro in quel tempo era il
J iensiero e’1 bisogno di Gioacchino che diminuire
a, sua potenza. Egli scortamente Tacerebbe, chia-
mando nuovi coscritti, componendo nuovi reg-
gimenti di fanti e cavalieri, e meglio ordinando
tutte le parti della milizia. Fra i reggimenti uno
se ne volea comporre de’ militari che nati in
Napoli, tuttora al servizio della Sicilia, erano in-
vitati a tornare in patria, or che la pace europea
(diceva il decreto) rende ad ognuno le ragioni e
gli obblighi di cittadino. Ma nè quello invito, nè
H minacciato esilio a’ ripugnanti, potè vincere la
giurata fede a Ferdinando; così lo sperato reggi-
mento non fu mai composto. Abbonda il secolo
di tristi esempi e buoni. Già da un anno eransi
meglio ordinate le milizie civili, e prescritta per
la città di Napoli un^guardia detta di sicurezza,
che trovò molti ostacoli vinti dal costante volere
del re; erano dodicimila almeno, in sei batta-
glioni di fanti, ed uno squadrone di cavalieri,
con vesti, armi e fogge militari; possidenti e mer-
catanti i più ricchi, e professori di scienze, e
magistrati di ogni grado e di ogni età, abili o
inabili alla guerra; perciocché quella adunanza
valeva, non per forza d’armi, ma per rispetto
240 LIBRO SETTIMO — 1814
pubblieoe per esempio. Ed a viepiù confermarne
la memoria ed il gradimento, fu instituita e con-
ceduta a’ più meritevoli una medaglia di oro smal-
tato bianco, girata di un ramo di quercia, tra-
versala da due aste sostenitrici delle nazionali
insegne e della corona regia; la qual medaglia
da una faccia con la effigie del re, dall’altra col
motto: Onore e fedeltà, rètta da un nastro ama-
ranto, portavasi appesa al petto per segno e fregio.
LXXI. Ed il re ostentando altra forza più
conforme alla civiltà del tempo, perchè di po-
polo, praticò l’usato mezzo degli indirizzi. Agli
impiegati più alti e più dipendenti si chiesero
in segreto e se ne pattuirono da’ ministri del rei
sensi eie parole; 1 esempio si propagò ne’ minori,
cosicché le milizie, i magistrati e le amministra-
zioni, le comunità, il clero, le accademie e tutte
insomma le corporazioni dello stato, con fogli
che a disegno pubblicavano nelle gazzette, lo-
dando di alcuna virtù il re o il suo governo, fa-
cevano voti di durabilità ed offerta delle proprie
sustanze e della vita. Erano sensi veraci in parte,
e in parte suggeriti da adulazione, da esempio, e
supralutto, ne’ più veggenti, dal confronto del go-
verno Muratliano, misto dimeni c mali, col Bor-
bonico, del quale la cattività era sola e sperimen-
tata. Una molo sì grande di desiderii privati
pareva desiderio pubblico, e benché gl’ indirizzi
provocati fossero ormai usalo divisamente, pure
nel congresso di ^ ienna se ne tirò argomento a
prò di Gioacchino, sia che ogni molto nella
mente degli uomini ha possanza, sia che non
supponevasi tutta intera la napoletana società
menzognera e corrotta.
241
LIB110 SETTIMO — 1814
Tra numero sì grande d’ indirizzi due primeg-
giavano, l’uno dell’esercito stanziato nelle Mar-
che, l’altro della nobiltà; perchè due ceti così
potenti, soggetti e vicini alla monarchia, chiede-
vano i voti col dimandare al re, palesemente o
sotto velo, una libera costituzione; altri ordini
avevano adombrato il desiderio istesso. Ed al
certo de' mille e mille indirizzi, tra sentimenti
valsi e lusinghieri, uno prevaleva, ed era il vero:
conservare di Gioacchino la stirpe ed il governo,
ma frenati da leggi, e perciò il re ne’ discorsi e
negli atti prometteva di appagare quella brama
pubblica, e con ciò profondamente persuadeva
all’universale il bisogno di più libero reggimento.
LXXIJ. Ed altro segno di potenza fu creduto
il lusso della reggia, al quale inclinavano per
propria alterezza il re e la regina, per costume il
secolo, e per naturale imbecillità tutta la plebe
della umana specie; perciò continue in corte fe-
ste, cacce, tornei, ecf al campo di Marte militari
esercizi che mostrassero agli osservatori l’ esercito
ognor crescente di numero e di bellezza. Magni-
fica cerimonia fra tutte, al ritorno dall’ Alemagna
delle schiere napoletane, fece l’esercito stanziato
in città, che festeggiava que’ ritornati, tra’ quali
il generale d’ Ambrosio ferito nella battaglia di
Bautzen, il generale Macdonald in Lutzen, i ge-
nerali de’ Gennaro e Florestano Pepe feriti in
Danzica. r i
L’Italia intanto, aperta dopo diecianni a’ viag-
giatori , era piena d’ Inglesi e di personaggi di altre
nazioni, venuti curiosi, o mandati ad esaminare
lo stato de’ popoli e de governi, e sopralutto di
OoiLETTAj T. IH. *16
?
242 LIBRO SETTIMO — 1814
Napoli, acuì gareggiavano due re. Ogni forestiero
di fama o grado era ammesso alla reggia, ed ivi
per le delizie del luogo e la cortesia de’ principi
e le studiate blandizie de’ ministri della corte,
(comunque vi giungesse indifferente o nemico)
pigliava affetto a Gioacchino ed alla sua causa.
Ne’ diporti delle cacce e delle ville era prescritto
a’ cortigiani abito uniforme, con segni della casa
Murat, e'però di domestica servitù; e frattanto i
liberi e superbi Inglesi, i nobili Alemanni, i più
caldi sprezzatoli de’ re nuovi, io ho visti, e tutti,
non costretti, non incitati, ornarsi di quelle ve-
sti e menarne vanto e superbia. La regina d’In-
ghilterra, allora principessa di Galles, venne in
Napoli e fu accolta nella reggia come si conve-
niva al grado di lei*ed alle speranze che Gioac-
chino avea poste nella politica inglese. E colei
rendendole ricevute grazie, mostravasi riverente
a’ sovrani del luogo.
LXX1II. Ad una di cotali feste, in Portici, negli
appartamenti della regina Murat, giunse da Vien-
na l’annunzio, che la regina di Sicilia Carolina
d’Austria era morta nel castello di Hetzendorf la
sera del 7 di settembre di quell’anno i 8 i 4 5 cosi
all’ improvviso, che le mancarono gli ajuti del-
l’arte e gli argomenti di religione; perocché fu
trovata morta, sola, mal seduta sopra seggiola,
in posizione sforzata e terribile, con la bocca in
atto di profferir parola, e la mano stesa verso il
laccio di un campanello a cui non giungeva; e si
che a vederla dicevasi che non le fosse bastata la
forza e la voce a chiamar soccorso. Fu creduto
che ella morisse di dolore, perchè in quel tempo
ì — ?— ?
LIBRO SETTIMO — 1814 243
le sorli di Gioacchino erano, nel congresso, più
delle sue fortunate; e’1 giorno innanzi i ministri
di lei rammentando le ragioni della casa Borbo-
nica al trono di Napoli, ne avevano avuto in
risposta l’ acerbo ricordo delle esercitate crudeltà
del 99; ed a lei, poche ore innanzi del morire,
indiscreto cortigiano avea riferito (vero o falso,
ma in Vienna divolgato) il motto dell’ imperatore
di Russia: u non potersi, or che si curava dei
popoli, rendere al trono di Napoli un re carne-
fice (Ferdinando) ». Visse quella regina anni più
che sessantadue, de’ quali quarantasei sul trono.
Di lei rammenta la istoria atti di grandezza e di
crudeltà, avendo per natura animo eccelso e ti-
rannico; onorata nelle reggie straniere, superba
nella propria reggia, splendida, ingegnosa, fu
ne’ primi anni di regno ammirata da’ soggetti; ma
dipoi, per le rivoluzioni di Francia, destati in
lei sensi di vendetta e di timore, divenne ingiu-
sta, spietata, persecutrice di virtù, incitatrice e
sostegno alle più turpi azioni che giovassero al
dispotismo. Ella suscitò nel marito i primi so-
spetti contro i sudditi; ella compose lo spionag-
f io, la polizia, i tribunali di stato; per consiglio
i lei le ingiuste guerre, le finte paci, giuramenti
e spergiuri; da lei gran parte delle crudeltà del
99, da lei traevano principio ed alimento le di-
scordie civili che per otto anni travagliarono il
Regno; in lei trovavano speranza e adempimento
le ambizioni di tra Diavolo, Canosa, Guarriglia
ed altri tristi. Perciò di vita colpevole fu la fine
non pianta; e poiché morì in mezzo al congresso
de re, l’imperatore d’Austria, non volendo anneb-
Digitized by Googte
»'i\ LIBRO SETTIMO — 1814
biareJo splendore c la gioia della città, vietò il
• bruno, e la fortuna negò alla sua memoria per
fino le apparenze del dolore. Ma nella reggia di
Murat, la sua dignità non comportando che la
sentita allegrezza per la morte della nemica tra-
sparisse, i due sovrani si ritirarono, e la festa si
sciolse.
Altri più prosperi annunzi pervennero a Gioac-
chino. In certe nuove condizioni di alleanza fer-
male a Troye prima che Buonaparte cadesse,
l’Austria, la Russia, la Prussia e la Inghilterra
pattovirono di dare in Italia al re Ferdinando di
Sicilia il controcambio dei perduti domimi di Na-
poli. In altro atto di quei potentati, conchiuso più
tardi in Chaumont, erano confermati i patti del-
l’alleanza dell’Austria con Gioacchino. E poi nel
congresso di Vienna, contrastando quei re su la
Polonia, stando per una sentenza Russia e Prus-
sia, per l’altra l’Austria, Francia ed Inghilterra;
e le due parli lusingando i potentati stranieri per
aversegli amici, il re di Napoli chiesto di lega
dalla Russia per ambasciata, dall’ Austria per let-
tere di Francesco I, temporeggiando con l una
rispondeva all’ altro concordandosi alla sua po-
litica.
LXXIV. Ma presto le fortune mutarono. Cessate
nel congresso le contese, accusato il re Gioacchi-
no di mancamenti nella guerra d’Italia, sospettato
di nuove trame ed ambizioni, perseguito dal mi-
nistro di Francia Talleyrand, che ai doveri della
sua imbasciata univa lo zelo di purgar con l’odio
i prestati servigi a Napoleone ed ai napoleonici,
e sentiva cupidigia di ricevere dal re Ferdinando
LIBRO SETTIMO — 1814 243
un milione di franchi per pattovito premio del
trono di Napoli: Gioacchino, in tanti modi trava-
gliato, non più confidava nella alleanza austriaca;
udiva i suoi ministri a Vienna male accetti, i mi-
nistri del re contrario ammessi alle conferenze
del congresso; il principe di Mettermeli accenna-
re le compensazioni, per dare a lui non più come
innanzi al suo rivate ^ il re di Francia preparare
armi in sostegno del legittimo re delle Sicilie; i
principi italiani esagerare il timore di un vicino
come Murat, potente, ambizioso, usato alla guer-
ra ed a rivolgimenti. Ridotto perciò a confidare
nelle proprie forze, volle accrescerle, e diè ca-
f ione a nuovi sospetti e querele. E frattanto la
rancia e la Italia, semprepiù scontente dei no-
velli reggitori, per moti e minacce- davano ap-
prensione al congresso. L’imperatore d'Austria
chiese a Gioacchino di restituire al papa le Mar-
che, e quegli rispondendo rammentò i patti se-
greti della lega, a (Forzò di maggiori presidii quelle
province, ed attese ad accrescere le fortificazioni
di Ancona. L’imperatore nei suoi stati di Milano
e \enezia puniva i cospiratori o i contumaci, e
il re accoglieva i fuggiaschi e i disertori, gli or-
dinava a reggimento. 11 papa dolevasi dei secreti
maneggi di un console napoletano, cavaliere Zuc-
cheri, che il re scusava; e quando, palesate le
trame, il papa minacciò il console, venne di peg-
gio minaccialo dal re, che mosse altre schiere
verso la frontiera romana e spedì nelle Marche
un Maghella suo ministro a concitare, coi segreti
modi della polizia e delle sètte, i popoli contro
il pontefice. E dall’isola d’Elba Buonaparle, de-
w
246 LIBRO SETTIMO — 1814
]>osta l ira, comunicava amichevolmente col co-
gnato e con la sorella; e la principessa Paolina
Borghese veniva in Napoli e quindi tornava al-
l’Elha, ed altri men chiari ma più arditi perso-
naggi giungevano da Longone e Parigi alla reg-
gia di Murat trasfigurati, ma sospetti agli amba-
sciatori dei re alleati : essi non credendo a’ ministri
di Napoli, che in va rii modi male onestavano
quelle pratiche- Perciò il congresso di Vienna,,
informato di ogni cosa, semprepiù diffidava di
Gioacchino, e Gioacchino del congresso.
LXXV. Così nella reggia, lieto in viso, agi-
tato nell’animo, infaticabilmente operoso, passò
Gioacchino alcuni mesi, nel mezzo de’ quali si
udì che Ferdinando di Sicilia avea tolta per mo-
glie una sua soggetta Lucia Migliaccio, vedova
del principe di Partanna, madre di molli figli,
di nobile stirpe, di volgare ingegno, e per anti-
che libidini famosa. Ella moglie di altrui piacque
a Ferdinando di altra donna marito, ed oggi, per
fortuna vedovi entrambo, placar vollero i rimorsi
della coscienza con matrimonio tardivo. Lo sa-
crarono privatamente come in segreto nella cap-
pella della reggia, cinquanta giorni poi che fu
nota la morte di Carolina d’Austria, duranti an-
cora nelle chiese dell’isola ed in» qualcuna della
città per la defunta regina gli uflicii funerei.
Eri altre cose sapevansi della Sicilia. Il re Fer-
dinando avea ripigliato il governo de’ popoli,
giurata la costituzione dell’anno ia, aperto, di-
scòfilo, riaperto il parlamento, ragionando da re
benigno, risoluto ad osservare e sostenere quel
novello politico reggimento. Delle quali cose ral-
Digitized by GoogU
LIBRO SETTIMO — 1814-15 247
legravasi la Sicilia, e la fama narrando ed esa-
gerando viepiù accendeva i nostri desiderii e la
speranza di governo migliore. I carbonari tumul-
tuavano, c Gioacchino temendo che opinioni così
numerose, a lui contrarie, distruggessero la im-
magine della unanimità ostentata con gl’indirizzi,
ammollì o finse di ammollire lo sdegno, propose
accomodamenti alla sella, la inanimì, la fece au-
dace. Lo stato morale delle due Sicilie nuoceva
in doppio modo a Murat, che qui decadeva la
sua potenza e’1 suo credito, là il credito e la po-
tenza del nemico cresceva. Perciò egli che un.
mese avanti aveva bandito libero il commercio
con quell’isola, ora, vedendo le sperate insidie
convertirsi in pericoli, per novelli decreti lo im-
pedì. 11 re Ferdinando imitò F esempio, i due stati
tornarono come nemici.
CAPO QUINTO
.Fugge dall’Elba l’ imperatore Napoleone. Gioacchino muove
guerra in Italia; vinto da' Tedeschi abbandona il~ Regno.
Ferdinando Borbone ascende al trono di Napoli.
LXX VI. Le feste in corte al cominciar dell’ anno
i8i5 furono di tutte le precedenti più splendide,
meno liete, perchè in Gioacchino ì sembianti di
sicurezza non velavano abbastanza le agitazioni
dell’animo, nè l’apparente riverenza de’ ministri
stranieri copriva la loro segreta avversione, e fra
le allegrezze della reggia trasparivano le incer-
tezze del futuro e le inquietudini. Gli apparecchi
di guerra a comune maraviglia crescevano, i
243 LIBRO SETTIMO — 1815
moti nella casa erano più grandi e più concitati,
10 spedir de’ corrieri continuo, l’arrivo, la par-
tenza de’ forestieri frequente quanto non mai.
Ed ecco, dopo alcuni giorni di straordinario com-
movimento, giungfe nuova che l' imperatore Na-
poleone, imbarcato il dì 26 di febbraio a Porlo
Ferraio, con mille soldati veleggiava verso Fran-
cia. 11 messo che a Gioacchino recava l’avviso
della partenza, perocché il disegno gli era noto,
giunse in Napoli nella sera del 4 di marzo, men-
tre ne’privali appartamenti della regina, con po-
chi cortigiani, ministri ed ambasciatori stranieri,
stava il re a diporto. Andò con la moglie, chia-
mati ad altra stanza, ed indi a poco tornando
riferì con allegrezza la ricevuta notizia e sciolse
11 circolo.
Al dì seguente mandò lettere per solleciti messi
alle corti d’Austria e d’Inghilterra, dichiarando
che^ felici o sventurate le future sorti dell’ impc-
rator Napoleone, egli, stabile nella sua politica
non mancherebbe alle formale alleanze; le quali,
dichiarazioni erano inganni, però che sensi con-
trarii chiudeva in cuore. Sconfidava dell’ Austria
e del congresso, c ne ricordava i mancamenti
e le minacce; riposava nella" fortuna di Buona-
parte, e già sembra vagli di vederlo sul trono,
{ >otente e primo in Europa; gli premeva il cuore
a memoria delle recenti offese fatte alla Francia
per la guerra d’Italia, e sperava di ammendarle
per opere che giovassero all’ardita impresa del
cognato. Ed in mezzo a questi pensieri spuntava
l’ambiziosa voglia d’impadronirsi della Italia; e
prendere quel destro a farsi grandissimo, per poi
Digitized by Gc
LIBRO SETTIMO — 1815. 2»
patteggiare dopo gli eventi con l’ Austria o con la
Francia, qualunque restasse vincitrice. Sorpren-
deva i Tedeschi, non temeva per lo armistizio
gl’inglesi, nè gli alleati, solamente rivolti alla
guerra di Francia. Ciò che mancava a’ suoi dise-
gni lo sperava dalla fortuna, ed a tutte le obbie-
zioni del proprio senno rispondeva co’ ricordi
della sua vita.
Ma trattenevano il proponimento i ministri, i
consiglieri, gli amici, la moglie; il qual contrasto
lo indusse a convocare un consiglio, non per se-
guirne le sentenze, ma sperando di sedurre le
altrui opinioni, persuader tutti alla guerra, spe-
gnere le contrarietà , muovere all’ impresa per una-
nime sentimento. Palesò allora per la prima volta,
e forse amplificò i suoi timori dal congresso, le
speranze e i maneggi nel! Italia-; rappresentò l’ e-
sercito di ottantamila soldati, e quattordici bat-
taglioni di milizie provinciali, quattromila guar-
die doganiere, duemila forestieri, ed una milizia
civile numerosissima : tutto il regno levato in ar-
mi. Disse l’ Italia intorno al Po preparata e som-
mossa in suo favore, citò inorai de’ partigiani e
le forze; un di questi accertava avere assoldati
dodici reggimenti, e tener pronti dodicimila ar-
chibugi; altro in distanza del primo nutrir quattro
reggimenti armati; un terzo, di cui taceva il no-
me, personaggio alto .e potente, trarre seco il
maggior nerbo del già esercito italiano ed unirlo
a’ISapoletani per la comune causa della indipen-
denza; soccorsi che i partigiani di Gioacchino,
millantando, avevano esagerati; ed erano creduti
in parte da lui, nulla o minimamente dal con-
siglio.
>
i
»
I
Digitized by Google
250 LIBRO SETTIMO — 1815
Il re proseguendo diceva, che negli attuali moti
di Europa nè si doveva scemare l’ esercito nè
con le entrate pubbliche di Napoli si poteva man-
tenerlo; o dunque abbisognavano nuove taglie,
0 farlo vivere sopra altre terre ed altre genti. Poi
ragionando della politica europea rappresentava
1 pericoli della civiltà, non solo temuti ma speri-
mentati, e rassegnava in argomento tutti gli stati
d’Italia; il retrocedere del Piemonte, la ingan-
nata e oppressa repubblica genovese ,* il regno
italico disciolto, i Lombardi abbieltati, tutta l'an-
tica Romagna minacciala della barbarie papale,
ed in Roma la tortura rialzata. Si poteva confe-
derarsi a’ nemici di Buonaparle, sospirando ei
diceva, quando accertavano voler la Francia fre-
nata non oppressa, e le sorti de’ popoli migliorate,
e gli antichi re ammansiti, e non perduto il fruito
de travagli di trent anni, e de’ pensieri di due
secoli; ma che oggi, vista scopertamente la poli-
tica del congresso, il combattere per quelle parti
saria misfatto di offesa civiltà.
Eppure tante ragioni e speranze non lusingavano
il consiglio, il quale componendosi di Napoletani
e Francesi, vedendo nella guerra pericoli per la
Francia, pericoli maggiori per Napoli, ed in Gioac-
chino passione più che senno ed ambizione, non
politica di re italiano, concluse: che si attendes-
sero le risposte da Vienna e Londra alle lettere
del 5, si scoprissero dell’Austria (or che il tempo
e gli avvenimenti la stringevano) le vere inten-
zioni sul trono di Napoli; si aspettasse la fine della
impresa di Buonaparte; e la decisione del con-
gresso europeo su le cose di'Francia. A questo.
Iloogtó
LIBRO SETTIMO — 1815 251
il consiglio si sciolse ; ma nel re non scemò il pro-
f ioni mento di guerra; gli apparecchi incalzavano,
e nuove leggi riformatrici del regno cadevano,
la speranza di costituzione mancava, tutti gli at-
tesi benefizi pubblici erano spenti o allentati, ed
un gran pericolo soprastava. Manifestato il pen-
siero del re, le opposizioni furono maggiori, pub-
bliche, vane; già i destini di Murat si compivano:
a’ dì i5 marzo i8i5 palesò la guerra.
LXXVII. La idea che oggi dicono piano di guer-
ra, tenuta occulta da Gioacchino, si mostrò com-
battendo. L’esercito destinato all impresa, ben-
ché per grido di cinquantaduemila soldati, era
nel fatto di trentacinquemila, e cinquemila ca-
valli e sessanta cannoni. Si esagerava il vero per
gli usati inganni, e per rassicurare i popoli d’I-
talia che si speravano partigiani. Nè maggiore
poter essere, perchè abbisognavano molte schiere
nel Regno a difenderlo da’ temuti assalti e maneg-
gi del re di Sicilia; e perchè la milizia napoletana
non era veramente così poderosa come Gioacchino
affermava, nè tutta buona alla guerra. Il quale
esercito attivo era diviso in due parti, guardia e
linea; quella componendosi di due legioni, una
di fanti, altra di cavalieri (seimila soldati); que-
sta di quattro legioni, una di cavalieri, tre di
fanti (ventino vernila combattenti): comandava-
no le legioni della guardia i generali Pigna-
telli, Stróngoli e Livron; quelle della linea i ge-
nerali Carrascosa, d’ Ambrosio, Lecchi e Rossetti;
il generale Millet era capo dello stato -maggiore,
dirigeva il Genio il generale Colletta, l’ artiglieria
il generale Pedrinelli; teneva il comando supre-
252 LIBRO SETTIMO —, 1815
mo il re. L’artiglieria, i zappatori, la cavalleria,
armi che richieggono studio d’arte e lungo uso
di guerra, erano meno buone della infanteria.
De’ fanti tre reggimenti venivano dagli uomini <li
carceri e di galee; dieci di venticinque generali,
tredici di ventisette colonnelli erano francesi, e
le recenti discordie tra stranieri e nazionali ave-
vano lasciato germi scambievoli d’ odio e sospetto.
La disciplina era debole e varia, le armi scarse,
le amministrazioni poco fedeli, nulla il tesoro,
aspettando lo fornissero i tributi de’ paesi vinti.
A’ 22 di marzo mossero quelle schiere formate,
come ho detto, in due eserciti, de quali l’uno
(due legioni della guardia) per la via di Roma, e
l’altro (quattro legioni) per le Marche. Si chiese
al pontefice amichevole passaggio, e lo negò; si
ripeterono, e pur vanamente, le inchieste; proce-
deva intanto l’ esercito per le vie di Frascati, Al-
bano, Tivoli e Foligno. Ed allora il papa, o che
temesse d’insidie, o che volesse simularne il pe-
ricolo, nominò una reggenza al governo, e pre-
cipitosamente, come di fuga, passò a Firenze,
indi a Genova; molli cardinali lo seguirono, dipoi
Carlo IV re di Spagna, ed altri personaggi di fa-
ma. Le quali sollecitudini, benché derivassero da
zelo di parte o ambizione, si dicevano da neces-
sità o prudenza. Accresceva pietà il veder Roma
deserta, e i sacerdoti fuggiaschi nella settimana
Santa, dopo cominciate ed interrotte le cerimo-
nie divine. Ma l’esercito napoletano, non toccan-
do la città, rispettando il governo pontificio nelle
terre che attraversava, pagando al giusto i viveri,
serbò disciplina severissima.
liÌBfiflIìYG^
LIBRO SETTIMO — 1815 253
LXXVIIT. 11. re Gioacchino in quel mezzo, re-
catosi a<l Ancona per meglio provvedere alla guer-
ra, faceva ripetere da’ suoi ministri al congresso,
ch’egli, fedele a’ trattati, confermava i patti del-
l’alleanza con l’Austria; ma che fra tanti moti e
nemicizic credeva nacessario alla sicurezza dei
suoi stati avanzare con 1 esercito verso il Po. A ano
infingimento, perocché agli antichi sospetti erano
sopragiunti gli svelati maneggi co ribelli della
Lombardia, e l’ajutata fuga di Buonaparte, e la
gioia per ciò dissimulata invano nella reggia, e
È li arditi discorsi, e l’esercito accresciuto e mosso.
quindi l’imperatore d’Austria ordinate alla
guerra e spedite in Italia nuove schiere, ne fece
capo il generale Frimont, dal cui cenno dipen-
devano i generali Bianchi, Molir , Neipperg e W ied:
quarantottomila fanti, settemila soldati di caval-
leria e del treno con sessantaquattro cannoni. Di
tutta quell’oste il maggior nerbo accampava die-
tro al Po, e la minor parte sull’ altra sponda, avan-
zando i reggimenti a scaloni sino a Cesena; pic-
cola brigata guidava in Toscana il generai iNugent;
quattro ponti sul Po (a Piacenza, Borgoforte, Oc-
chiobello e Lagqscuro) erano pér i Tedeschi mu-
niti e guardati; ogni altra parte del fiume custo-
dita ed invalicabile; guernivano di poche schiere
la valle di Comacchio ed il ponte di Goro. I campi
dietro al Po appoggiavano alla fortezza di Pizzi-
ghetlone, Mantova e Lignago; e questa fronte o
cortina aveva innanzi come bastioni le altre due
fortezze di Alessandria e Ferrara. Quello esercito
stava dunque in fortissime posizioni, che compo-
nevano, per natura di opere, posseqte linea di
254 LIBRO SETTIMO — 1815
difesa; o, se le fortune della guerra mutassero,
base di operazione contro l’esercito napoletano.
LXX1X. La guerra, oramai certa, fu denun-
ziata il 3o marzo per editti e combattimenti. Un
decreto di Gioacchino aggregava le provincie
delle Marche e i distretti di Urbino, Pesaro e
Gubbio al suo regno, cosicché n’era il confine
non più il Tronto ma il Foglia: e un editto con-
citava i soldati alla guerra, dicendo nemici gli
Austriaci; motivo a combattere la infedeltà del
governo d’Austria; obbietto la indipendenza ita-
liana; stimolo all’esercito la gloria, l’onore, le
ricompense, i ricordi; e ajuto a lui tutte le armi
d’Italia. Altro editto agl’ Italiani numerava le loro
sventure, rammentava i beni della indipendenza,
prometteva libera costituzione, diceva mossi a
combattere ottantamila Napoletani, invitava i forti
alle armi, i sapienti ai consigli; eccitava l’odio,
la vendetta, le speranze, l’ambizione. Ma in que-
sto invitp alla italiana indipei
nome francese di Murat era
francese.
E mentre i fogli si spandevano per tutta Italia,
la legione del 'generai Carrascosa, «vanguardia
dell’esercito, assaltava Cesena dove stavano due-
milacinquecento soldati d’Austria. Cesena, ben-
ché cinta di muri, non può resistere alle artiglie-
rie; e perciò, investita perle porte di Rimini e del
fiume, fu dopo breve combattere abbandonata
dai difensori che per la porta di Cervia ordina-
tamente si ritirarono a Forlì, e quindi ad Imola
e a Bologna. Giunsero i Napoletani ai 2 di aprile
incontro a questa città, che novemila Tedeschi,
denza appresso al
sottoscritto Millet
LIBRO SETTIMO — 1815 255
rètti dal generai Bianchi guardavano. La seconda
legione napoletana era au Imola, la terza a Porli,
Luna dall’altra distante di molte miglia; e però
se Bianchi, più forte, attaccava quella prima le-
gione, le speranze del combattimento erano per
lui; ma sia prudenza o ricevuto comando egli
abbandonò la città, dirigendo tremila dei suoi
verso Cento, e guidandone seco altri seimila per
la via di Modena. I Napoletani entrarono in Bo-
logna nel giorno istesso, e vi si fermarono per
attendere 1 arrivo e l’avvicinamento delle altre
schiere.
LXXX. A dì 4 procederono, la prima legione
verso Modena, la seconda verso Cento, la terza
giungeva in Bologna. La prima scontrò il nemico
ad Anzola, e combattendo lo spinse dietro la Sa-
mogia, quindi dietro al Ranaro, fiume che mette
in ro, e si valica su di un ponte detto di Santo-
Ambrogio, allora munito d’opere e di cannoni
e soldati, distesi per lungo tratto della sponda.
Giungevano al fiume i Napoletani schierati a bat-
taglia. 11 generale Carrascosa per sorprendere l’ ala
diritta del nemico, o per accrescergli cure e pe-
ricoli aveva spedito per vie nascoste un battaglio-
ne a Spilimberto, dove le acque per larghissimo
ghiaroso letto si guadano; prescrivendo al capo
che quando sentisse ardente la battaglia marciasse
sollecito sopra il nemico: il generale divisava
muovere per la stessa parte il maggior nerbo della
sua schiera, e battere la linea nemica dal fianco
destro.
Ma il re giunse al campo, ed avido di vittoria
sospese quei movimenti obliqui, e avanzò di fron-
■
■
556 LIBRO SETTIMO — 1815
te agli assalti: tre volte attaccato il ponte, torna-
rono perdenti gli assalitori; il generai Pepe con
due battaglioni, guadato il fiume, incontrando
forze maggiori, di assalitore assalito, a fatica re-
siste; il generale Carrascosa che ne osservava il
pericolo con altra schiera giunse all' opposto lito,
ed anch’egli incalzato da nemico più forte non
trovò scampo che nel fiume sotto un arco del
ponte; il generai de Gennaro, correndo al soc-
corso di entrambo, sostenne appena gli assalti,
non vinse; il battaglione mandato a Spilimberto,
sentito il romore della battaglia, obbediente al
ricevuto comando, marciò sopra al nemico, e fu
scemato di molti e molti, morti o prigioni Tutta
la linea combatteva, la fortuna mostravasi con-
traria ai Napoletani; espugnare il ponte era ne-
cessità.
11 re ne diede il carico al generai Filangeri, e
gli affidò fanti, cavalli, artiglierie che il generale
ordinava a colonne, mentre molti cannoni bat-
tendo le sbarre del ponte le scomponevano. E
visto aperto un varco, comandando che la pre-
parata colonna di cavalleria passasse il ponte,
egli, il primo seguito da ventiquattro soldati a
cavallo prorompe su la sponda nemica da molle
schiere difesa, ed inatteso giungendo, disordi-
nandole, vincendole procede. Ma la colonna che
dovea secondarlo non muove; perocché il gene-
rale Fontaine che la guida, o per timidezza o
per invidia d’onore come francese, non obbedi-
sce al ricevuto comando. I Tedeschi osservando
il piccolo numero degli assalitori tirano sopra
quelli, pochi ne cadono, retrocedono alcuni, otto
-rT^io-g#.
LIBRO SETTIMO — 1815 257
soli col generale, certi del vicino soccorso, valo-
rosamente combattono. Alfine non mai ajutati, e
colpiti da mille offese, cadono tutti e nove, otto
estinti, e ’1 Filangeri, come estinto, gravemente
ferito. >.
Accorse il re valicando per il ponte con quanti
aveva fanti e cavalli} ed allora il nemico già me-
nomato per morti, e scorato dall’impetuoso come
che infelice assalto di piccol numero di cavalieri,
sonando a raccolta, imprese a ritirarsi} i batta-
glioni Napoletani restati lungo tempo a difesa su
la sponda del fiume, e ’l generale Carrascosa con
altri pochi, ritornati con più vigore ad offendere.
Uccisero al nemico molti uomini, molti presero}
impedirono al generale tedesco Stefanini, già fe-
rito, di unirsi co’ suoi battaglioni al grosso del-
l’esercito, e ’1 prendevano se avessero avuti cavalli
meno stanchi o più giorno a combattere. I Tede-
schi, fuggendo , traversarono Modena } i Napoletani
vi entrarono e ristettero. In quella battaglia lenta,
male ordinata, il nemico perdè mille soldati morti
o feriti o prigioni} noi settecento: reggeva i Te-
deschi il generai Bianchi*, i Napoletani, il re. Del
generale Filangieri il dubbio ai morte ed il non
più combattere in quella guerra furono all’eser-
cito napoletano cordoglio e danno.
LXXXI. Nello stesso giorno e ne’ due seguenti,
la seconda legione napoletana prese Ferrara , mille
Tedeschi che presidiavano la città ripararono
nella cittadella} la terza guernì Cento e San Gio-
vanni} la prima occupò senza contrasto Reggio,
Carpi e tutto il paese tra il Panaro e, la Secchia.
A 5 dì 7, appena chiaro il giorno, la legione secon-
CoLLETTA, T. III. 17
258 LIBRO SETTIMO— 1815
da investì il ponte di Occhiobello, forte per mu-
nimcnti e soldati; riuscì vano l’assalto, nè dal
combattere di un giorno derivò benefizio a’ Na-
poletani fuorché spingere il nemico nella testa-
di-ponte. Al dì vegnente fu visto che bisognavano
per espugnarla le artiglierie di maggior calibro,
non bastando quelle di campo; ma l’indole ira*
petuosa del re ed il bisogno di sollecite vittorie
non soflerendo «ritardi, e sperando che il nemico
mal difendesse quel posto, sei volte la legione
assaltò, ed altretante respinta, perdè non pochi
soldati, molti uffiziali furon feriti, il re sempre
esposto a’ pericoli; e la fama andò per la Italia
divolgando ed amplificando, col nessuno succes-
so, i danni e i rischi di que’due giorni. La legione
accampò dove aveva combattuto, aspettando le più
grosse artiglierie, il re tornò a Bologna per gravi
cure di guerra e di governo.
LXXXlI. Ivi alfin seppe i casi delle due le-
gioni della Guardia mandate in Toscana sotto i
generali Pignatelli-Stròngoli e Livron, pari di
grado, pari di autorità, senza che l’uno avesse
impero su l’altro, tal che operarono per accordi
non per comando, bizzarra e nuova composizione
di esercito. Giunsero quelle schiere (seimila tra
fanti e cavalieri) nei dì 7 ed 8 di aprile in Fi-
renze, avendo per fallato cammino perduto un
giorno, ritardo grave nelle sollecitudini di quella
r erra. Dovevano traversare la Toscana, e con
presenza e i discorsi sommoverla a prò nostro,
impegnare le sue milizie ad unirsi a noi per la
causa d’Italia, combattere e vincere pochi Tede-
schi rètti dal generai Nugent, e così accresciute
LIBRO SETTIMO — 1815 239
di grido e di soldati recarsi per Pistoia e Mo-
dena. All’entrare in Firenze de’ primi squadroni
napoletani, il gran duca Ferdinando III si riparò
a Pisa, ed il generale Nugent a Pistoia con tre-
mila soldati, de’ quali mille e più Toscani, che
non di proprio grado ma per obbedienza segui-
vano i Tedeschi. Frattanto a Livorno erano ap-
parecchiate per ultimo scampo le navi, non spe-
rando il generai Nugent di resistere a schiere
due volte più forti.
I Napoletani, perduto in Firenze un altro
giorno, e mossi il di 9 verso Pistoia, affronta-
rono a Campi piccola mano di Tedeschi e la fu-
S arono; numero maggiore ne stava a Prato, che
opo breve resistenza ordinatamente si ritirò: i
Napoletani diedero due giorni al piccolo cammino
di dieci miglia toscane. La mattina del dì 1 1 le
legioni avanzavano sopra Pistoia. Pistoia è delle
antiche città d’Italia cinte di mura, ma, per molti
originari difetti e per lo abbandono che deriva
da lunga pace, inabile a resisterei i Tedeschi vi
stavano a ricovero non a difesa, presti ad abban-
donar la città quando le vedette avvisassero l’ap-
pressamento de’ Napoletani. Ma questi, dopo sei
miglia di cammino, inopinatamente si arrestarono
per aspettare le mosse del nemico e i rapporti
delle genti mandate a scoperta. E mentre 1 rede-
schi non muovono avendo a felicità quel loro
insperato riposo, voci vaghe e bugiarde dicevano
che si affaticassero a novelle /orticazioni ; e che,
lasciato in città bastevole presidio e buona riserva
in Pescia, marciassero con due squadre nume-
rose e gagliarde alle spalle de’ nostr i, per Poggio
2(50 LIBRO SETTIMO — 1815
a Caiano e Fucecchio. Onde i due generali, cre-
duli a quelle nuove, levato il campo da Prato,
si raccolsero a Firenze. Narrerò a suo luogo i loro
fatti nel resto della guerra.
LXXXI11. Tali cose in Bologna seppe Gioac-
chino, e vidde che al maggior uopo gli mancava
la Guardia, riserva dell’esercito. Pochi giorni
avanti, quando stava sul Fo assaltando Occhio-
bello, avea ricevuto un foglio di lord Bentinck,
scritto da Torino il 5 aprile, nel quale l’altiero
Inglese diceva: « Che per i patti della confedera-
si zione europea e per la guerra mossa dal re
si all’ Austria, senza motivo, senza cartello, egli,
s> tenendo rollo l’armistizio tra Napoli eia Inghil-
si terra, con tutte le sue forze di terra e di mare
s> ajuterebbe l’Austria ». Minacce terribili a Gioac-
chino, pensando allo stato interno del Regno ed
agli apparecchi ostili del re di Sicilia. Le speranze
ne’ rivolgimenti d’Italia erano anch’esse svanite,
perocché gli editti e i discorsi del re non altro
avean prodotto che voti, applausi, rime pubbli-
cate, orazioni al popolo, ma non armi c non
opere; ossia molti per lo avvenire cimenti di po-
lizia, nessuno di guerra. I dodici e i quattro reg-
gimenti promessi, erano per vanto, non veri; si
aprì registro di volontari e restò quasi vuoto; i
tenuti in prigione da’ Tedeschi per colpe o so-
spetti di stato, fatti liberi da noi, tornavano quieti
alle case, ammaestrali non irritati dal carcere; la
lìdanza che le milizie italiane si unissero alle no-
stre era allatto perduta, da che un reggimento
modenese afforzava i Tedeschi di Bianchi, e due
di Toscana i Tedeschi di Nugent; nè quelle al-
261
LIBRO SETTIMO — 1815
leanze^ nè la nemicizia per i Napoletani erano
volontarie, ma le sforzava condizione de’ tempi
e calcolata misura de’ pericoli e de’ successi:- con-
sigliataci benevoli di vivere modesto e riposato,
ma contrarie alle imprese ed a’ rivolgimenti. Per-
ciò i tumulti italiani del i8i4j che per lo passato
avevano servilo a precipitare i consigli di Gioac-
chino, nel presente operavano scandalo e danno
comune. Sì che meno infelici sarebbero le no-
stre genti se avessero il cuore libero come il lab-
bro, o servo il labbro ed il cuore
Considerazioni sì gravi ed inattese indussero il
re a radunare in consiglio i suoi ministri ed i
primi de' generali: essendo antico fallo nelle av-
versità di fortuna dimandare consiglio a’ minori;
ossia attenuare in questi le persuasioni e l’obbe-
dienza quando si vorrebbero e maggiori e più
cieca; ed eccitare in parecchi, per la inevitabile
varietà delle sentenze, il desiderio quasi direi di
alcun danno, per poi menar vanto del proprio
ingegno a biasimo de’ contraditori. Espose il re
al consiglio i primi disegni, rammentò le prime
venture, e dipoi la mancata spedizione della To-
scana, la tregua rotta dall’Inghilterra, eie tradite
promesse de’ popoli e partigiani d’Italia, proseguì
discorrendo il numero e le posizioni del proprio
esercito, ciò che sapeva de’ Tedeschi, gli appa-
recchi ostili del re di Sicilia, ed i moti interni
del Regno; dimandò libero consiglio: e i consi-
glieri osservando l’esercito spicciolato tra Reggio,
Carpi e Ravenna (cento miglia italiane), senza
seconda linea, senza riserva, di modo che un
impeto ed una fortuna potea decidere della guer-
•f>2 LIBRO SETTIMO — 1815 1
ra , e vedendo le forze e le posizioni nemiche assai
più potenti delle proprie, deliberarono di tenere
i luoghi attualmente occupati, solo per aver tem-
po da mandare indietro gli ospedali e i bagagli; ,
e che, non deposta la prima speranza, si cercas-
sero altri campi e terreno più adatto a combat-
tere schiere maggiori.
Allo sciogliere dell'adunanza il re ordinò: che i
le tre legioni fortificandosi ne' campi, ristessero
dall' assaltare il nemico, o, assalile, il trattenes-
sero volteggiando, non combattendo; che fusse
di Toscana richiamata la inoperosa Guardia per
le vie più brevi di Arezzo e San Sepolcro; si sce-
gliessero nuovi campi dove i monti Apennini,
accostando al mare Adriatico, con le ultime pen-
dici toccano il lido; e si raccogl ‘lessero in Ancona
tutti gl’impedimenti dell'esercito.
LXXXIV. I Tedeschi su la riva sinistra del Po li
crescevano di nuove schiere spedite con gran ce- |
Ieri là dall’ Alemagna, sì che i ventiquattro mila i
combattenti del cominciar della guerra in tre set-
timane doppiarono;, aumentarono i presidii e i
provvedimenti di tutte le fortezze transpadane,
Venezia si affaticava alle difese; e di tante solle-
citudini erano motivo la troppo temuta dall’ Au-
stria, come già troppo sperata da Gioacchino, ita-
liana rivoluzione. Quindi maravigliava della nostra
lentezza 1 esercito tedesco; ma dipoi, sapute le ra-
gioni, assaltò Carpi guernito da tremila ÌNapole-
tani che il generale Guglielmo Pepe reggeva. Il
primo impelo andato a vuoto, i Tedeschi acci e*
sciuti di numero e tornati alla città, la espugna-
rono; fecero prigioni quattrocento de nostri, altri
Digitized by Google
LIBRO SETTIMO— 1815 263
cento ne uccisero ; perderono de’ suoi quasi altre-
tanli, ed inseguirono per lungo spazio il generai
Pepe che disordinatamente si ridusse a Modena.
11 campo napoletano di Reggio per la caduta di
Carpi stava in pericolo; ma il re facendo muovere
sopra Mirandola la legione ch’era in Cento, il
nemico, minacciato sul banco, si arrestò; e le schie-
re di Reggio unite alle altre di Modena, insieme
ritirandosi accamparono dietro al Panaro. La le-
gione terza, abbandonata Mirandola, tornò alle an-
tiche stanze; e il nemico rincorato dal riacquisto
di molte terre, attendendo ad ordinarsi a guerra
offensiva, passarono cinque giorni senza com-
battere. j
Ma il i5 di aprile un reggimento napoletano
e piccolo squadrone di cavalleria, accampati a
Spilimperto con mala guardia, furono attaccati
così alf impensata che mancando tempo al consi-
glio di resistere o trarsi addietro, fuggendo e la-
sciando pochi prigioni, ripararono confusamente
dietro alla prima legione a Sant’ Ambrogio. Col
cadere di Spilimperto venendo in dominio del
nemico le due sponde del Panaro, non più quel
fiume era difesa per l’esercito napoletano; e frat-
tanto finiti i movimenti ordinati per il consiglio
di Bologna, vuotati gli ospedali e i magazzini, e
indietro apparecchiati viveri e campi, u re pre-
scrisse che la prima legione accampasse dietro al
Reno, la seconda marciasse per Budrio e Lugo
sopra Ravenna, la terza per Cotignola sopra Forlì.
£ d’altra parte i Tedeschi, baldanzosi per i facili
successi del mattino, assaltarono nel mezzo gior-
no la prima legione sul Reno. Di questa facendo
264 LIBRO SETTIMO — 1815
parie i soldati fugati a-Spilimperto, dimandarono
tumultuosamente di combattere; e’1 generai Car-
rascosa, viepiù concitando il generoso rossore ,
gli mosse contro il nemico, e lo vinsero. Ma quello
indi a poco venne più forte, sì cbe metà della
legione schierò a battaglia tra 1 nemico ed il fiu-
me, e metà come in riserva nell’ altra sponda. Tre
volte i fanti Tedeschi assaltarono, tre volte re-
spinti, una quarta' più impetuosamente i cavalli
ungheresi, e furono ancor essi trattenuti e fugali.
Dopo tre ore di combattimento, i Napoletani man-
tennero il campo, i Tedeschi se ne scostarono di
alcune miglia: cinquanta de’ primi, duecento e
più de’ secondi vi furono morti. La notte, il re
andò ad Imola; e tutto l’esercito, abbandonata
Bologna, marciò in ritirata, senza che il nemico
disturbasse il cammino.
LXXXV. 11 re fermatosi un giorno ad Imola,
intese cbe l'oste intera tedesca destinata alla guer-
ra offensiva contro noi, e se felice alla conquista
del regno, componevasi di quarantaseimila sol-
dati in due eserciti, l’un de’ quali (trentamila uo-
mini) guidava il generai Bianchi per la via di Fi-
renze, l'altro (sedicimila) sotto al comando del
generai Neipperg seguiva il nostro cammino per
la strada Emilia , e cbe reggitore supremo di quella
guerra era non più Frimont ma Bianchi. Questi
avvisi bastavano a palesare la mente del nemico;
il quale, credendo che Gioacchino ritirasse l’eser-
cito e disperato cercasse non più combattimenti
ma salvezza, disegnava di ritardarlo con le schiere
di Neipperg, precederlo sul Tronto con quelle di
Bianchi, stringerlo nel mezzo, ed averlo prigione
o romperlo combattendo.
Digitized by Googl
LIBRO SETTIMO — 1815 265
Ma dall opposta parte il re si rallegrò vedendo
separati i due eserciti nemici dalla catena degli
Apennini; e sè poco men forte di Bianchi, assai
più forte di INeipperg, e quei due raggirarsi fra
linee esteriori, stando nel mezzo l’esercito napo-
letano intero e libero di affrontare or l’uno or
1 altro. Ma per farsi maggior profitto di quegli
errori del nemico, bisognava combattere i due
eserciti quando erano tra loro a maggior distan-
za; e venire a giornata prima con Bianchi che
con Aeipperg. Le quali condizioni si avveravano
a dintornidiMacerata, allora Bianchi trovandosi al-
lo scender de’monti verso T olentino, Neipperg alle
opposte pianure del Cesano, e noi nelle forti po-
sizioni del mezzo, con Ancona nostra sul fianco.
Si trascuravano i monti, gagliardi alle difese, di
Colfìorito e Camerino, perchè il disegno di quella
guerra consisteva non già nel trattenere il nemi-
co, ma vincerlo, essendo l'indugio contrario a
noi; e perchè se quei monti erano presi da noi,
tornava intero l’esercito tedesco, e rimaneva lon-
tana ed inabile a soccorrerci Ancona.
Era dunque in Macerata il fine della guerra;
ma per giungervi facean d’uopo a’ Napoletani
venti giorni di cammino e di travagli. 11 re tenne
chiusi quei pensieri; fuorché (comandato prima
il segreto) al generale del Genio, del quale abbi-
sognava per riconoscere i campi opportuni al
combattere, ed il terreno da percorrere; condi-
zioni necessarie a governare il cammino dell’e-
sercito, cosi da farlo giungerla Macerata, quan-
do Bianchi appena era in Tolentino, ed appena
Neipperg al Cesano; chè il più tardi come il più
266 LIBRO SETTIMO — 1815
presto distruggeva la pienezza de’ suoi disegni.
\ alevasi in quelle mosse geometrica misura, e
tal si tenne di modo che la ritirata dal Po, o^tù
oscura o schernita, si citerebbe ad esempio di
strategia se fosse stata fortunata quanto saggia. *
LXXX\ 1. Marciò l’esercito da Imola aTaenza,
indi a Forlì, indi a Cesena, senza fatti di guerra,
perchè IVeipperg osservava quei movimenti e gli
seguiva in distanza. Della Guardia sapevasi che
viaggiava verso Foligno, dapoichè i suoi generali
sempre più creduli alle false voci ed alle appa-
renze di guerra, che il generai INugent scolta-
mente simulava, abbandonarono Firenze; e‘J pre-
cipitoso partire fu cagione che lettere del re ed
un u/hziale della sua casa che le recava cades-
sero in mano al nemico. Ritornavano quelle due
legioni per Arezzo e Perugia, a gran giornate,
senza Fonor di alcun fatto d’arme, o di fortuna
odi sventure; e dell onta de capi vergognose. Per
attenderle, e per dare al generai Bianchi tempo
convenevole al suo lungo cammino, il re fermò
1 esercito dietro al Ronco, accampando l’avan-
guardo a Forlimpopoli, il centro tra Bertinoro ed
il Savio, la riserva in Cesena e Cesenatico.
Così per due giorni. Al mattino del terzo, ISeip-
perg smascherò dodici cannoni messi in batteria
6U la sponda del Ronco, e fece guadare il fiume
da due battaglioni di fanti ed uno squadrone di
cavalleria; che tosto assalito da schiere maggiori,
lasciando sulla nostra sponda quaranta morti o
feriti, trenta prigioni, si ritirarono. Poi a notte
bruna, o in ora tarda, ed a poca distanza del cam-
po napoletano, guadavano lentamente sette bat-
LIBRO-SETTIMO — 1815 267
taglioni tedeschi e due squadroni di cavalli} il
primo battaglione che giunse al lido si ordinò in
quadrato, gli altri sei lo seguivano: i cavalieri ar-
rivando spiegavansi a battaglia. Una pattuglia del
campo gli scoprì; ed allora il comandante de’ Na-
poletani, maggiore Malchevski, polacco a nostri
stipendii, animoso ed esperto alla guerra, fece
disegno d’ingannare nelle tenebre il nemico ve-
nuto ad ingannarlo; condusse un de’ suoi batta-
glioni chetamente sul fianco diretto de’ Tedeschi,
e lo schierò a martello nel fiume; con un secon-
do battaglione e trecento cavalli, e grida, spari
e batter d armi gli assaltò nella fronte trovandoli
in parte ordinati e parte in cammino. Eglino ben-
ché sorpresi combattevano; ma non vedendo per
la oscurità nè la nostra linea nè la propria, ed
avendo perduta la forma e la idea delle ordinan-
ze, sentivano il combattimento cosi di fronte come
alle spalle ed a’ fianchi, e parevano colpi del ne-
mico i colpi propri. Si ruppero infine, e disordi-
natamente rivalicarono il fiume; ma poiché com-
battendo e perdendo eransi arrestati, s imbatte-
rono sotto la linea del battaglione napoletano
messo ad agguato nell’acqua; al quale, credulo
amico, confidentemente avvicinandosi e dando
voce di riconoscimento, scoperti tedeschi, ebbero
in risposta più offese, più morti e più danni. Cin-
quecento morirono, e appena cinquanta dalla no-
stra parte; erano quattromila i perdenti, mila e
quattrocento i vincitori: del maraviglioso suc-
cesso cagioni la notte, e l’ ardila pruova del Mal-
chevski.
11 re avvisato di quello ardire, nuovo alla pru-
SG8 LIBRO SETTIMO — 1815
«lenza «li Neipperg, immaginando che necessità
10 spingesse a combattere, sperò battaglia per il
jlì vegnente. Egli non poteva cercare il nemico
ne’ suoi campi, perocché quello ritirandosi lo
avrebbe menato lontano dalla frontiera del Regno,
e dato tempo ed agevolezza alle opere di Bianchi,
degl’inglesi e «lei re di Sicilia, ma desiderava
di essere attaccalo dal i\eipperg,conlidando, mer-
cè il maggior numero di combattenti e la mag-
gior arte di vincerlo. Perciò nella notte stessa levò
11 campo della sponda del Ronco, sguarnì For-
limpopoli, retrocedè, e sebbene ordinato a batta-
glia, parte delle sue schiere mostrò, parte nascose.
Dalle quali apparenze non adescato il Tedesco fece
passare quietamente l’intero giorno della sperata
guerra. Al dechinare del sole il re mandò a Neip-
perg un suo ulliziale, che, sotto specie di chieder
pace o tregua, espiasse ne’ campi la cagione delle
ardite mosse della notte e del troppo senno del
giorno. L’ufKziale subito accolto e trattenuto ne-
gli alloggiamenti del generale tedesco, nulla sco-
prì e recò a Gioacchino risposte cortesi ma con-
trarie agli accorili.
LXXXVII. L esercito napoletano, già impove-
rita Cesena di vettovaglie, passò a Rimini. Gli or-
dini furono mutati: la legione prima andò in re-
troguardia, la terza al centro, però che il capo di
«piesta, generai Lecchi, si mostrava scorato, e,
come avviene, trasfondeva ne’ soggetti il mal con-
cepito terrore; era il Lecchi bresciano, chiaro nelle
guerre d Italia e «li Spagna, ma col mutar di età
e di fortuna mutò di animo. La retroguardia «lo-
vea sola trattenere tutto l’esercito del Neipperg
LIBRO SETTIMO — 1815 289
quanto il resto delle schiere napoletane si affron-
terebbe con Bianchi ; e perciò abbisognavano squa-
dre obbedienti a buon reggitore. Restammo a Ri-
mini due giorni; nel qual tempo il generai Napo-
letani lasciato a Cesenatico con mille e ottocento
•
soldati tra fanti e cavalieri, sorpreso da forze mi-
nori e caccialo dagli alloggiamenti, riordinò i fug-
gitivi a distanza del nemico; e, ritornando agii
assalti, ripigliò le perdute posizioni, con perdita
di non pochi morti o feritie trecento prigioni- 11 ge-
nerale senz’abito, ma che aveva del suo grado le
armi c ’l cappello, incontratosi nelle anguste vie
del villaggio ad un capitano di cavalleria unghe-
rese, l’un 1 altro, scoperti appena, s intimarono
di arrendersi; passarono dalle voci al combattere:
e il generale a piede uccise il nemico a cavallo.
Le sue schiere nella notte sloggiarono; e ritiran-
dosi dietro al Rubicone, accamparono presso Ri-
mini.
Tutto l’esercito di Napoli, marciando' o arre-
standosi, come esigevano le strettezze del vivere
o T avvicinarsi del generai Bianchi, passò da Ri-
mini a Pesaro, indi a Fano, a Sinigaglia, ed il 2 y
aprile ad Ancona: il re, il 3o andò a Macerata
dov’ erano arrivate il giorno innanzi le due legioni
della Guardia, le quali da lunge per le sue fogge
scoprendolo, si posero a mostra, e con voci fe-
stive lo accolsero; sperando, lui capo, riscattare
le vergogne de’ non propri falli in Toscana. Lo
atteso in sin da Imola giorno di Macerata essendo
giunto, era vicina la battaglia; ma prima di rap-
presentarla, uopo è che io descriva i campi, e
rassegni le schiere combattenti, e dica delle due
parti le ragionevoli speranze e i timori.
270 LIBRO SETTIMO — 1 8 1 5
LXXXVIII. L’esercito del generale Bianchi era
così diviso: sedicimila soldati accampav;yio in Ca-
merino e Tolentino; quattromila correvano Ma-
telica, Fabriano e tutto il paese che dagli Apen-
nini scende a Monte-Milone; altri cinquemila in
tre squadre, sotto il comando del generai Nugent,
mostravansi a Rieti, a Ceperano ed a Terracina,
lungo la frontiera del Regno, per imprese non di
guerra ma civili sperando nella incostanza dei
n ioli e nella debolezza de' governi nuovi.
1 generale Neipperg con tredicimila u
guardava il corso del Metauro, occupava Pergola
poderosamente , correva la pendice de’ monti ,
spingeva i suoi posti sino al Cesano. I resti del
Bianchi e del ÌNeipperg, mossi dal Po, stavano
per le comunicazioni o agli ospedali.
Quegli eserciti alemanni avevano basi diver-
f enti: ì due quartieri-generali a Tolentino ed a
ano disiavano fra quattro giorni di faticoso cam-
mino; Sconcerti si praticavano per Sasso-ferrato,
sopra strade alpestri; punto obbiettivo di Bianchi
era Macerata, di ÌNeipperg lesi: speranza comune
chiudere nel mezzo T esercito napoletano , ed
averlo prigione o romperlo. La disciplina in tutte
quelle schiere ammirabile, l’obbedienza cieca, il
sentimento ancora incerto ne’ capi, ma certo di
vittoria ne minori.
LXXXIX. L’esercito napoletano campeggiava
liberamente tra i Cesano ed il Chienti: la prima
legione tratteneva JNeipperg; altre quattro erano
a Macerata; aveva Ancona pochi presidii; tutta T o-
ste era forte di ventiquattro mila soldati. La di-
sciplina debole, necessario effetto de’ passati di-
Digitized by Google
4 **
LIBRO SETTIMO — 1815
271
sordini e del comandar molle del re; l’ allupo ab-
battuto, non essendo bastato a sollevarlo l’arringa
scritta del dì 29, nella quale il re diceva clie la
desiderata battaglia era vicina; che insino alloca
le mosse dell’esercito, benché apparissero di ri-
tirata, erano state a disegno; che il nemico più
forte di numero sul Po era menomato camminan-
_ do, così che il vincerlo era certo e facile. Gran
parte rivelava de’ proponimenti e delle speranze,
ma senza frutto perchè non creduto.
Incontro alle partite di Nugent stavano il ge-
nerale Montigny con tremila soldati negli Abruz-
zi, ed i generali Manhes e Pignatelli-Cerchiara
con la quarta legione, di cinquemila uomini, nel
resto della frontiera: le fortezze del Regno erano,
sebben debolmente, presidiate; le milizie civili
ordinate; le intenzioni del popolo non ben salde,
ma, poiché incerte, prudenti. Del re e de’ primi
dell’esercito non erano gli animi abbattuti, nè
temerarie le speranze : il re disegnava con quattro
legioni (sedicimila soldati) affrontare Bianchi e
romperlo; dietro alle vinte schiere spingere due
legioni; unire le altre due a quella del Carrascosa,
attaccare ISeipperg e disfarlo; avviluppare le co-
lonne vaganti nella pendice degli Apennini; e
dagli eventi prendere consiglio per il resto della
guerra : nel primo combattimento con Bianchi egli
era di egual forza, in tutti gli altri maggiore. Quale
oggi intorno a Macerata, tali un dì furono le or-
dinanze dell’esercito austriaco e del piemontese,
rotti in Millesimo; e de’ due eserciti di Vurmser
'disfatti intorno a Mantova; e de’ quattro, sì famosi
nella storia, contrastali e vinti dal solo esercito
s
Digitized by Googte
t '
172 LIBRO SETTIMO — 1815
del Gran Federico in Boemia. Ma diversi daino*
stri erano i fati.
XC. l’asso il x.°di maggio in riconoscimento e
pfovvidenze. A’ a , le legioni d’ Ambrosio e Livron
mossero da Macerala verso il nemico; la legione
l’ignatelli-Slróngoli restò di riserva in città; la
legione Lecchi vi arrivava da Filottrano; Carra-
scosa fronteggiava Neipperg sul Cesano. Alcuni
Tedeschi di Bianchi allo sbocco delle nostre le-
gioni si ripararono da’ dintorni di Macerata nei
campi diMonte-Milone, tra 1 Potenza e TChienti;
e di là furono, dopo non poca zuffa, discacciati.
Ma, ordinati a scaloni, retrocedendo ingrossavano;
sì che i Napoletani, avanzando, incontravano mag-
gior pericolo e fatica. Uno de’ nostri reggimenti,
il terzo-leggero, assalì di fronte una posizione
forte, fortemente guernita, e fu respinto; vi ac-
corre il re, incoraggia i soldati, dietro di lui gli
riconduce al nemico: e, perditore, si arretra: il
generale d’ Ambrosio è ferito; il posto non espu-
gnato di fronte, è subito raggirato, e preso. Pro-
cederono le schiere napoletane per nuovi felici
fatti d’armi sino a vista di Tolentino; ma poiché
il giorno mancava, posero il campo dov’era stata
la guerra. 1 Tedeschi, che avevano combattuto
validamente nelleprime ore, debolmente nel resto
della giornata, perderono seicento uomini, metà
morti o feriti, metà prigioni; ebbero i Napoletani
cento feriti o morti: le forze combattenti erano
eguali, ottomila soldati da ogni parte. Parve au-
gurio felice: andarono corrieri a Napoli per dar
quelle nuove amplificandole, ed al generale Car-
rascosa per dirgli di tenersi in punto di attaccar
LIBRO SETTIMO — 1815 273*
Neippcrg. Il qual INeipperg, ignorando per le di-
sianze i fatti di Macerata , nulla operava per aju-
lare l’esercito compagno.
Fu lunga l'alba del 3, coperta da nebbia den-
sissima che nascondeva i due eserciti. Nella notte
nuove schiere tedesche vennero a Tolentino; e per
la opposta parte la legion Stróngoli giunse al cam-
po, quella di Lecchi restò in Macerata per la spe-
ranza di volgerla contro INeipperg, bastando tre
legioni, nella mente del re, a vincer Bianchi. Ma,
diradata la caligine, fu visto fortissimo il nemico
(sedici mila uomini almeno) schierati sopra i colli
che fan cortina alla città, poggiando il fianco de-
stro al Chienti, il sinistro ad un monte aspro e
difficile, ed avendo innanzi al centro due poggi,
quasi sporgenti nelle nostre linee. Le quali, obli-
quamente ordinate dirimpetto al nemico, appog-
giavano anch’esse la sinistra al fiume, la diritta
al monte; dodicimila soldati. E frattanto il re non
} >erduta speranza di vincere il nemico più forte
asciò in Macerala la terza legione; ed egli primo
cominciò le offese.
Comandò che da’ poggi più vicini fusse cac-
cialo il nemico, e la Guardia speditamente lo di-
scacciò. Le due ale della nostra linea mossero
per meglio ordinarsi col centro, e Bianchi a quelle
viste chiamò dall'ala diritta parecchi battaglioni
a rinforzare il suo fianco sinistro minacciato e
men forte, il quale passaggio fu creduto da Gioac-
chino principio di ritirata, ma presto conobbe
ch’era novella ordinanza minaccevole a noi. Le
foruiazioni de’ Tedeschi erano più a difesa che
ad offendere, e le nostre in contrario; ma Gioac-
Cou.etta, T. III. 18
za
274 LIBRO SETTLMO — 1815
chino, indebolitala presunzione del mattino, non
osava di affrontar la pugna e per due ore i due
eserciti rimasero guardinghi e inoperosi. Alfine
mosse il Tedesco ed assaltò quei poggi medesimi
debolmente difesi poco innanzi: fiala destra se-
condò vigorosamente gli assalti, la sinistra, per-
no di forze, restò ferma; poiché il nemico dise-
gnava cambiar fronte, gettar noi nelle valli del
Potenza, impadronirsi della grande strada, ta-
gliarci da Macerata, da Ancona, dagli Abruzzi.
Ma i nostri battaglioni della Guardia combatte-
vano valorosamente, e si che tre volte si rifecero
le colonne degli assalitori, tre volte de’nostri.
Guerreggiavano nella sottoposta pianura con pro-
dezza eguale e con fortuna poco varia e vicen-
devole, ed ivi tra' molti Napoletani fu ferito il
generale Campana, che in quel giorno e nel pre-
cedente avea bravamente combattuto. Le condi-
zioni de’ due eserciti erano mutate da che i Te-
deschi, deposto il pensiero, e’1 bisogno di difen-
dersi, assalivano.
In mezzo al combattimento il re spedì ordine
al generale Lecchi in Macerata di far marciare
metà della sua legione per la sponda diritta del
Chienti onde afforzare il nostro fianco sinistro,
minacciare il destro al nemico ed occupar To-
lentino; ma Lecchi ritardò il partire, e’1 generale
Maio, capo delle schiere che alfine mossero, ti-
mido ed inesperto, lento al cammino, con lo
sperato soccorso non giungeva. Il generale di
Aquino, che dopo la ferita del prode in guerra
generai d’ Ambrosio guidava la seconda legione,
diffidando della impresa, o contumace per indole.
ite
LIBRO SETTIMO — 1815' 275
disobbediva al comando di avanzare i suoi reg-
gimenti, sino a che minacciato ubbidì; e benché
andasse in terreno montuoso, difficile a’ fanti}
impossibile a’ cavalli, formò le sue genti a qua-
drati, e distaccò spicciolate su la fronte del cam-
po tre compagnie leggere; le quali avanzando
fino al piano, non richiamate, nè sostenute, op-
presse da’ cavalieri nemici, furono senza contrasto
prigioni. Yidde il re quelle perdite, e corse con
più impeto che senno alla vendetta; mentre ai
precedenti disordini, che area pur visti , era stato
paziente e trascurato. Ordinò che la legione di
Aquino assaltasse il fortissimo fianco sinistro del
nemico; ed Aquino, marciando in quadrati per
quei terreni alpestri ed impediti, giunse al piano
con le sue genti disordinate e confuse. Lo conob-
be il nemico ed andò ad assaltarle, lo conobbero
le assalite schiere, e trepidarono; il primo qua-
drato dopo breve contrasto si scompose, e, senza
comando di ritirarsi, sparpagliato e ribelle tornò
alla collina; un secondo quadrato seguì l’esempio,
gli altri due eh’ erano a mezza costa furono con
ordine richiamate. Tutte quelle schiere sostenute
da poderosa batteria di cannoni si ricomposero,
il nemico ritornò intero al suo campo, noi per-
demmo di morti e feriti pochi uomini, tra’ (piali
ucciso il duca Caspoli ordinanza del re, adulto
appena, bello della persona, animoso in guerra,
caro alle squadre. Ma nostro danno maggiore fu
l’ esempio a due eserciti della temenza e contu-
macia di una legione, '■tal che il nemico Se inse-
guiva i fuggiaschi avrebbe presa o dispersa l’ala
diritta della nostra linea, disfatto il resto, e per
27 G LIBRO SETTIMO — 1815
arti ed armi finita in quel giorno la guerra. Ma
il destino negava ogni gloria a' Tedeschi e ser-
bava a’ Napoletani altri dolori e vergogne.
Gli Alemanni irresoluti, inostri discorati, san-
guinoso il combattere ma inutile, due mila delle
due parli giacenti sul campo morti o moribondi,
cadente il giorno, stanchi i soldati, cessarono
6enza accordo ma per comune bisogno le offese,
e i due capitani ordivano per il dì vegnenté nuova
guerra. Quando il re scoperta su le alture di 1 e-
triola la mezza legione del generai Maio, andan-
dole incontro per disegnare il campo, vidde in
lontananza due corrieri frettolosi. Gli aspettò, e
seppe che gl inviava, 1 uno dagli Abruzzi il ge-
nerai Montigny, l’ altro da Napoli il ministro della
guerra, portatori di lettere da consegnare nelle
sue inani. Montigny riferiva le sventure di Abruz-
zo, presa Antrodoco da dodicimila Tedeschi, da-
tasi l’Aquila, ceduta a patti la cittadella, sciolte
le milizie civili, sommossi i popoli per la parte
de’Borboni, voltato de’ magistrati lo zelo ed il
giuramento, e lui con pochi respinto a Popoli.
Riferiva il ministro la comparsa del nemico sul
Liri, lo sbigottimento de popoli, i tumulti di al- ,
cuni paesi della Calabria. Alle quali nuove Gioac-
chino smarrì il senno j e credendo il regno vicino
a perdersi , stabilì di accorrere al maggior peri-
colo, e (con improvvido, ma suo consiglio) riti-
rar l’esercito nelle proprie terre.
Dispose la ritirata. Il generale Millet scrisse al
generai Pignatelli di subito ridurre la sua legione
a Monte-Olmo, ed indi a poco, riconosciuto 1 er-
rore del subito , lo avvertì a voce per altro mes-
Dtgt!i2etf by Google
LIBRO SETTIMO — 1815 277
?o di non muovere innanzi della notte. Ma vo-
lendo il Pignalelli seguir l 1 ordine scritto e primo,
il capo del suo stato-maggiore, un colonnello
della Guardia, altri uffiziali di grado e di espe-
rienza, lo pregavano a non dicampare scoperta-
mente, a fronte di nemico più forte e felice; pen-
sasse che la sua legione era il perno del campo,
riguardasse le altre star ferme, ed il re colà presso,
che richiesto, direbbe quale de’ due comandi fosse
il vero. Ma quei consigli, quei prieghi, la ragion
militarcela prudenza, nulla poterono; e di chiaro
giorno, a tamburi battenti, la fortissima posizione
mal difesa allo spuntare del sole, disputala al
meriggio, cagione di morte a tanti prodi, fu, al
tramontare abbandonata da noi, occupata dal ne-
mico senza guerra. Divennero allora i nostri pe-
ricoli gravi ed urgenti: la linea divisa nel centro,
ogni ala presa di fianco, la ritirata delle altre
legioni non preparala, la prigionia dell’esercito
cel ta e vicina se il nemico andasse celere agli
assalti, o lento il re ai rimedii. Ma questi, animato
dalla grandezza del caso, spedì molti ordini,
comparve in tutti i luoghi, capitano e soldato
infaticabile, comandò, eseguì, ed in brevissimo
tempo tutte le sue squadre ordinate a scacchiera,
combattendo., riconduceva. Egli, ultimo sbarrò
di sue mani, con alberi tagliali, l'entrala di una
stretta, mentre uno squadrone di cavalleria ne-
mica facea sopra lui e di pochi suoi seguaci fuoco
vivissima E fu così vicino il pericolo e così visto,
che il generale Bianchi punì il capo dello squa-
drone di non aver preso il re. Era già notte,
riposarono i Tedeschi ne’ felici campi della vitto-
ria, andavano i Napoletani a Macerata.
.1
278 LIBRO SETTIMO — 1815
XCI. Superato il più imminente pericolo, di-
segnati i campi per la notte e le mosse del ve-
gnente giorno, Gioacclnno alloggiò in Macerata.
É mentre stava pensieroso ed affli Ito, un a j utante
di campo del generale Aquino in quel punto ar-
rivato, ansio di parlare al re, gli disse ch’egli
veniva nunzio della morte o prigionia del suo
generale, e del generai Medici, non che del dis-
facimento dell’intiera legione seconda nel com-
battimento poco innanzi accaduto. Era un nuovo
scontro co’ Tedeschi inatteso, e per le posizioni
di quelle schiere non credibile, sicché il re ma-
ravigliato dimandava le particolarità del successo;
allorché giunsero i generali Aquino e Medici che
Ungendo aver per la notte smarrita la diritta via,
imbattutisi nel campo nemico avevano perduti
molti soldati mefrti o feriti, più prigioni, disperso
il resto. Rè quel racconto era compiuto, che giun-
sero Pignatelli e Lecchi, e l’uno disse che la sua
legione era sbandata, l’altro che il generai Maio
tornava disordinatamente, avendo abbandonato
il prefissogli campo di Petriola, perocché della
intera terza legione era l’animo abbattuto e con-
trario. Pareva ribalderia concertata, ma era co-
mune indisciplina, palesata nel pericolo, fatta
sicura dalle avversità e da’ disordini..
11 re adunò consiglio. Esaminate le particolarità
di quei racconti, apparve chiaro che i soldati af-
faticati e male usati all’obbedienza, sparsi per le
campagne e i villaggi, andavano in cerca di vitto,
di ricovero c di guadagno; e che i generali, scon-
tenti e stanchi di quella guerra, mentivano il
proprio difetto nel guidarli. Era frattanto verta*»
Digitized by Cìoogle
LIBRO SETTIMO — 1815 279
simo che, disertali i campi e confuse le ordinanze,
*i destini di quella moltitudine stavano in potestà
della fortuna. Si sperava col giorno adunare gli
sbandati, ricomporli e menarli al Tronto; e per
lo abbandono diPetriola si volea nella notte spe-
dire a Mont-Olmo la metà della terza legione;
ma il capo di lei, generai Lecchi, diffidava che
ella obbedisse, e se il re volgeva il pensiero alle
legioni seconda o della Guardia, i due generali
rammentavano di esserne stati abbandonati, e
che pochi soldati chea stento adunerebbero nella
notte andrieno disuguali e svogliati alla guerra.
Allora il re, fastidito di quelle tristizie, comandò
che la brigata Carafa della terza legione subita-
mente marciasse, e quella ( a mentita e scorno
de’ detrattori) tacita ed obbediente si partì.
Col giorno, che indi a poco spuntò, palesati
della notte i mendaci racconti e i timori, fu visto
che la seconda legione non aveva smarrita la
strada, non incontrato il nemico; che la Guardia
era stata spicciolata, confusa, non fuggitiva; che
la terza legione si teneva unita, che la cavalleria
era rimasta all’assegnato campo, che gli artiglieri
e gli zappatori serbavano piena ordinanza; e che
infine il nemico, riposato ne’ campi di Tolentino,
veniva, formato a colonne, sopra Macerata. Invero
del nostro esercito era perduto l’ordine, l’animo,
le speranze, e fra tanti esempi di ribalderia im-
punita, si vedevano rotti gli ultimi freni della
obbedienza. Ma (dicasi la verità tutta intera) la
corruzione scendeva da’ capi agl' infimi.
XC1I. Tali quali erano quelle schiere si forma-
rono in due colonne, che per la sponda sinistra
280 LIBRO SETTIMO — 1815
del Olienti, sopra due strade parallele al Ru me,
marciar dovessero per Civita e Fermo; mentre la"
brigata Carafa anderebbe sull’ altra sponda per
Mont-Olmo e Santa Giusta. Al generai Carrascosa
erasi scritto il giorno innanzi, fra gl’infortuni
di Tolentino, di lasciare un reggimento in presi-
dio della fortezza di Ancona, e col resto della le-
gione accelerare il cammino così che giungesse
nella sera del 4 a porto di Civita. Qui r esercito
si unirebbe, e fisserebbonsi gli ordini di ritirala
per la frontiera del Regno. Cominciò il movimento
da Macerala: era il re nella colonna del centro,
che, giunta al piano, trovò impedita la strada da
ottocento fanti tedeschi, con tre cannoni e seicento
cavalli disposti a battaglia, mentre che squadre
S iù numerose assaltavano la città per le vie di
lonte-Milone e Tolentino. 11 re per disgombrare
il cammino fece due volte caricare il nemico dalla
cavalleria della Guardia, che fu respinta; i Tede-
schi di ognintorno avanzavano; la brigata Cara-
fa, che «accampata a Mont-Olmo dominava alle
spalle del nemico, tenevasi questa invisibile, non
desta dal vicino romore di guerra, e come incu-
riosa de’ successi; il tempo stringeva, era per noi
necessità aprire un varco, o ceder l’armi. 11 re
pose incontro a’ Tedeschi un battaglione del sesto
reggimento (fra le indiscipline della terza legione
disciplinato), ed alcuni cavalli della Guardia, con
lui stesso a sostenere le offese del nemico; e die-
tro quella linea fece sboccare la intera colonna,
e l’altra che da Macerala incalzata di fronte ap-
pena usciva. Furono morti alcun de nostri, e più
feriti, tra' quali il colonnello Russo prode in guer-
ra: l’esercito fu salvo.
Digitized by Guoglc
LIBRO SETTIMO — 1815 281
Andavamo sicuri quando fu visto con maravi-
glia uscir di Mont-Olmo, a guerra finita, il ge-
nerale Carafa con la sua brigata di tremila uomini;
ed. allora il re con fogli e per nunzi gli prescrisse
di fermare in Santa Giusta dove troverebbe viveri
e campi. Le altre due colonne giunsero a porto
di Civita, e s’incontrarono alla legione Carrasco-
sa, che ordinatamente veniva di Ancona. In Ma-
cerata alloggiò 1 esercito di Bianchi. INeipperg,
non più trattenuto gli si congiunse per lesi e
Filotrano. Quei due generali tornali sopra una
stessa base, mutatoobhielto, geometrizzavano nuo-
ve linee, e davano, loro mal grado, tempo a noi
di ristorare i danni ed afforzarci, se non avessi-
mo avute in noi stessi le cagioni ognora crescenti
della mina. La Guardia , che dovea per Comando
accampare a porto di Civita, scomposta proseguì
verso Fermo e si disperse; la seconda e terza le-
gione alloggiarono confusamente e ribellanti; la
brigala del generai Carafa. per timidezza di lui, non
arrestatasi a Santa Giusta, andò inattesa a fer-
mo; mancò di viverle di campo; le mormorazioni,
sino allora sommesse di alcuni capi, divennero
più forti e più estese. Si voleva in tanta estremità
di casi e di pericolo estrema rigidezza d’ impero
e di pene; ma cento falli vecchi e nuovi, e gli
usi, 1 animo, il cuore di Gioacchino, sopprime-
vano i concetti arditi, o ne impedivano l’adem-
pimento.
A’ descritti mali si. aggiunse notte, per copiosa
S loggia ed aspro gelo, sì cruda, che non pareva
i primavera e d Italia, ma dell orrido verno della
Svizzera:le diserzioni furono assai; i torrenti, fatti
282 LIBRO SETTIMO — 1815
inguadabili, trattennero per alcune ore l’esercito;
e l’impedimento fu pretesto a scompigli e fughe
maggiori. La cavalleria, gli artiglieri, i zappatori
peccarono ancor essi d'indisciplina; la stessa pri-
ma legione vacillò, si tenne per sola virtù del
capo all’obbedienza. Andavamo per bande a Pe-
scara, dove confidavamo rincorare gli animi die-
tro i ripari della fortezza; ma i danni furono mag-
inanimiva le diserzioni.
XCIli. Il re giungendo in Abruzzo chiarì i fatti
del generai Montigny. Egli che doveva difendere
con mila e seicento soldati le fortissime strette di
Antrodoco, il dì i.° maggio, all’avviso che il ne-
micoavauzava,le abbandonò riparandosi all 1 Aqui-
la. La inattesa fuga del generale ingrandì la comune
idea del pericolo e la prudenza inseparabile dei
magistrati civili; la qual prudenza, chiamata da
lui tcadimenlo al governo di Murat, accrebbe i
suoi timori; così che all' avvicinare *del nemico
abbandonò la città, e solamente piccola non de-
bole cittadella fu preparata all assedio. 11 Tedesco
maravigliando credeva che il favore del popolo
S ii spianasse il cammino, spedì al comandante
el forte ambasciate di cedere; e quegli a nemici
non visti, e certamente privi di mezzi di assedio,
perocché le strade che percorrevano sono impos-
sibili alle artiglierie, diede la cittadella provvista
d’uomini, d armi e di viveri, a solo patto di vita
e di alcune ridicole pompe, che sotto il nome di
militari onori sono vergogne. Montigny, sul cam-
mino di Popoli informato di quei casi, scrisse al
LIBRO SETTIMO — 1815 283
re il foglio del 2 maggio, che al cadere del 3 giun-
se intempestivo a Tolentino. I Tedeschi entrati
nepli Abruzzi erano intorno a mille.
Tante sapute viltà, tante vergogne scossero l’a-
nimo inacerbito di Gioacchino, e pose in -giudi-
zio Montigny, il maggiore Patrizio comandante
del forte. Ma fu tardo il rigore, perciocché i su-
biti cambiamenti politici impedirono gli effetti:
restò ilMaggiore impunito, e 1 altro, avendo brut-
tata del suo nome la lista de’ forestieri eh’ erano
a’ nostri stipendii, si partì dal regno con Pheil,
Malchevski, Michel, Dreuse, Palma, Lajaille ed
altri prodi de’ quali vorrei celebrare le geste se
il tolto stile lo comportasse, ed io, cacciato dal
lungo tema, non dovessi sovente trasandare al-
cuni fatti non importanti alla storia, sebben cari
al mio cuore. Ma se a’ disegni basterà la vita, re-
f istrerò in altre carte, a maggiore chiarezza e
ocumento de’ miei dieci libri , le particolarità
della napoletana mdizia di Parlo IH a Francesco I;
e trarrò, Dio concedente, dalla universale meri-
tata vergogna non pochi nomi degni di buona
fama e di gloria; i quali frattanto confusi a tristi,
creduti rei, sbattuti in vita, oltraggiali nella me-
moria, patiscono il supplicio di tempi ed eserciti
corrotti. Po ritorno a racconti.
XC1V. 11 generale Manhes con la quarta legio-
ne (cinquemila soldati) difendeva la frontiera
del Liti. Avuta notizia sul finire di aprile che il
nemico per la valle del Sacco avanzava verso il
Regno, condusse a ’ 2 maggio le sue schiere a Ce-
perano, e poiché alcuni sbirri del papa, chiuse
le porle, tirarono poche archibugiate conlro i
1
284 LIBRO SETTIMO — 1815 .
nostri, la città fu mal trattata, messe a sacco molte
case, e tre più grandi e più belle bruciate: asprez-
ze del Manhes. Quelle squadre divise in due bri-
gate occuparono Yeroli e F cosinone: ed a 6, sa-
pute le sventure di Tolentino, furono sollecita-
mente ritratte a Ceperano, e dipoi senza respiro
(bruciando il ponte) a Roccasecca, Arce,* Isola e
San Germano; il corso del Liri e parte del Gari-
gliano, linea difensiva del Regno, perduta senza
aver visto il nemico, Portella e Fondi abbando-
nati; Itri era ben guardato dal dodicesimo reggi-
mento. Pochi soldati di Nugent campeggiavano
tutta la frontiera dall’Àquila a Fondi; le schiere
di Bianchi e di INeipperg ordinate ad esercito avan-
zavano contro il -Tronto ed il Liri. Gl Inglesi,
operando da nemici, predarono una-nostra nave
caricata di attrezzi per Gaeta. Poderosa armata
con soldati da sbarco stava in Sicilia sul punto
di levar l’ àncore. Nello interno, la Carboneria au-
dacissima, i popoli ribellati, i partigiani del go-
verno timorosi o cauti, nello esterno cadutele
speranze di pace, rifiutata ogni offerta, ogni cor-
riere impedito. 11 principe di Cariati ambasciatore
del re nel congresso, arrivato allora di Vienna,
gli riferì lo sdegno de re alleati, ed il proponi-
mento di nessuno accordo; lo stesso imperatore
de’ Francesi biasimava la sconsigliata guerra, e
per lettere la indicava principio e forse cagione
alla rovina dell’Impero. Queste cose si schiera-
rono alla mente del re stando egli in Pescara.
XCV. Allora volgendosi alle civili istituzioni,
mandò in Napoli per essere pubblicata una costi-
tuzione politica, delle fogge comuni. Re, due ca-
LIBRO SETTIMO — 1815 ...
mere, consiglio di ministri, consiglio di stato- U
proposte dal re, esaminale dalle camere- le
Cle ,e deJ1 e coraunitaj la stampa liberi ■ ?,> L
^.Proprietà sicure; le ù
gTiaienligie usate in quelle cartp II ir i-r
ss :!r™
StSESn-S ■
data n° '? gUerra -r 'talia'^'a nel 'empoS éX
ta, qualunque parlamento avrebbeoperato a dan
no essendo natura delle adunanze mettersi con
■ foituna; ed i pochi (che la storia rammenta in
nonni 1 - - ei '° IC1 P ro P 0uiin enti si partono da
d g ° lf ° dÌ Na P° U ^ «Pedi amba-
latore alla reggente per dirle che avrebbe tirati
am, s l,a,a razzi sulla città se non gli fo S se ro 2ìè
a riscatto di guerra, le navi e tutti ali attrezzi di
manna oli erano negli arsenali regi! La reggente
chiamò a consiglio i ministri ed fienai dE!
JÌ f- U - l ° ' ma S* st| ati, espose
mmistro di polizia denunziava che già
286 LIBRO SETTIMO — 1815
sparse nella città le minacce del commodoro e per
timore e malizia amplificati i pericoli, a primi as-
salti sarebbe certo , e forse irreparabile un tumulto
di popolo; l’intendente pregava pace. Uno de’ con-
siglieri, generale allora allora venuto dall’ esercito,
dimostrò la superiorità de’ nostri mezzi di guerra;
soggiunse che il Campbell o non avrebbe osato
di avvicinarsi, o sarebbe stato offeso a dieci doppii
dalle batterie della costa; e che la temeraria di-
manda essendo fidata al nostro timore, a noi im-
portava rigettarla. Altri seguivano 1’animosa sen-
tenza; ma la reggente disse:
u Che sebben vano il pericolo era vero il ti-
>*more della città; che bisognava non accrescere
>*il numero de’ nemici, e togliere a INapoli occa-
» sione di agitarsi; che Campbell ed il suo go-
>» verno (se questi approvasse le offese) si avessero
» in faccia al mondo, dopo la taccia di aver man-
»calo alla giurata tregua, l’altra di abusare dei
>» terrori di un popolo per frodargli navi ed at-
trezzi, e clic solo ed ultimo ricovero contro la
» ingiustizia potente è la istoria ». Così ella disse;
ma nascose il desiderio di patteggiare col com-
modoro il ritorno in Francia di lei, e della sua
famiglia sopra vascello inglese.
Diede carico dell’ accordo al principe di Cariati,
che seguace nel consiglio dell' avviso più forte,
andò a mal grado a trattar pace coll’insolente In-
glese; ma buon per noi eh’ egli andasse, perocché
al primo incontro rivelò il parere del consiglio,
e 1 avversario in quei detti riconoscendo il vero,
fu ne’ patti cauto e discreto. Fermarono:
Che fossero consegnati al commodoro i legn
N*
LIBRO SETTIMO — 1813 287
da guerra napoletani; e tenuto ne' magazzini regi»
in deposito ogni attrezzo di marina; che sì degli
uni come degli altri si disponesse da’ due governi
napoletano ed inglese, finita la guerra d Italia:
Che la regina con la famiglia, persone e rohe
di sua scelta, avesse imbarco e sicurezza sopra un
vascello di Campbell:
Ch’ella potesse mandar messo o negoziatore in
Inghilterra a trattar pace:
Che la guerra tra Tarmata inglese e Napoli ces-
sasse alle ratifiche dell’ accordo.
Le quali subito date, rassicurarono la città; potè
la regina attendere alle estreme cure dello stato.
XCVII. Ella consigliera non gradita di pace, la-
sciata reggente, fu sollecita per le cose di guerra;
providde all'esercito che combatteva nelle Mar-
che, providde alle fortezze interne, afforzò lo
impaurilo*Monligny de’ numerosi e prodi coraz-
zieri della Guardia; afforzò Manhes de’ granatieri;
spedì alla frontiera i gendarmi; ie poche schiere
«li deposito, le stesse guardie della reggia. E fra
le milizie urbane conversando con assai maggior
animo che di donna, ne accresceva lo zelo, e se-
dava del popolo i timori e i sospetti, fàcili e fre-
quenti tra guerre di terra e mare, in città popo-
losa e molle. Stavano nella reggia la sorella Pao-
lina, lo zio Cardinal Teseli , e la madre Letizia,
a’ quali allo approssimar de’ pericoli la regina ap-
prestava imbarco per Francia; e a’ quattro teneri
figliuoli di lei per Gaeta: già vinto ed inseguito
Gioacchino, rotto e disperso l’esercito, le fortune
del regno infime ed irreparabili, caduta ogni spe-
ranza, ogni lusinga svanita. E quando (presenti
I
288 LIBRO SETTIMO — 1815
me cd il principe di Cariati) l'afflitta famiglia venne
a lei per congedo, ella mesta sì ma serena, gli
racconsolava di consigli e di speranze simidate a
conforto loro. Partirono. Ella dopo silenzio bre- j
vissimo tornò alle faccende di governo; e trattan-
dosi di surrogare a Manlies altro generale di mag-
gior senno e valore, che respingendo i Tedeschi
oltre il Liri lasciasse al re libera ritirata dagli
Abruzzi, ella scelse il generai Macdonald napo-
letano, e ministro in quel tempo della guerra. Ed
ecco in quel mezzo presentarsi a lei il duca di
Santa 'feodora, che assistente alla partenza dei
principi, riferendone le particolarità, di tenerezza
piangeva; e la regina: « 0 trattenete il pianto, gli
r disse, o andate, vi prego, a sfogare il dolore in
>* altro luogo; chè il mio stato non abbisogna di •
* pietosi spettacoli >\ Sensi cd opere degni del
grado e del sangue. • k
XCYHI. Il Macdonald giunto al comando della
quarta legione, mosse contro il nemico; e per pic-
coli fatti d’armi lo cacciò oltre la Melfa; avvegna-
ché i Tedeschi in quella guerra, cauti ad assalire,
solleciti al ritirarsi, manifestavano di aspettar vit-
toria meno dalla propria virtù che da’ falli del no-
stro esercito e dalle scontentezze de’ popoli. Ed
intanto il re proseguiva a ritirarsi per fa via di
Abruzzo, avendo messe contro il nemico in re-
troguardia le schiere meglio ordinate della prima
legione, accresciute di pochi resti del decimo reg-
gimento, e di un battaglione italiano di nuova
leva. 11 qual battaglione, quattrocento uomini, fu.
il solo ajuto che per la indipendenza d’Italia des-
sero gl’italiani all’esercito di Napoli: lo coman—
289
LIBRO SETTIMO — 1815
dava il generai Negri, nato sul basso Pò, presen-
tatosi al ie in 1 errara da colonnello del già regno
Italico, accolto e fatto generale; prode in guerra,
partigiano zelosissimò di libertà, millantatore di
seguaci che non aveva. La retroguardia, guidata
dal generai Carrascosa , si arrestò alle rive del
Sangro per aspettare l’esito de’ movimenti di Mac-
tlonald; ed in quel tempo, assalita, volteggiò abil-
mente, e sì che uccise molti de’ nemici, altri prese:
gli spinse confusamente nella città di Castel di
Sangro; e più faceva se per novello comando non
avesse dovuto sospendere il combattimento, e ri-
tirarsi. Quelli furono gli ultimi favori della sorte
alla bandiere di Napoli.
11 re sperava congiungere le schiere che seco
menava dalle Marche alle altre del generai Macdo-
nald, riordinarle in Capua, trarre dalle province
nuovi armati, e lasciando presidiate Ancona,Pe-
scara, Gaeta e Capua, radunare quindicimila sol-
dati dietro la linea difensiva del V olturno, muo-
verli, combattere,, temporeggiare, e se ai cieli
piacesse, ripigliare animo e fortuna. Perciò cau-
tamente ritiravasi, evitando gli scontri, e tenendo
le schiere sempre in linea onde giungessero con-
temporanee per le vie del Garigliano, di San
Germano e degli Abruzzi. E difatti a’ dì 16 il
de granatieri della guardia accampa-
va in Sessa, la quarta legione in Mignàno, la
prima a V enafro, le altre squadre spicciolate en-
travano nella fortezza. Ma in quella notte è as-
salito il campo di Mignano, dove la quarta legione,
mal guardandosi, aveva le ordinanze più di cam-
mino che di battaglia. Di fianco investita da sopra
Colletta, T . III , 19
290 LIBRO SETTIMO — 1815
i monti di San Pietro, infine il retroguardo si
scompigliò, e disordinatamente ritiravasi. 11 ge-
nerale lo soccorse di un reggimento di cavalleria,
che offeso dall’alto, dove i cavalli non giungeva-
no, retrocedè a briglia sciolta, e le schiere ac- I
campate in Mignano, al calpestio crescente e |
vicino, sbalordite dalla notte, da’ fuggiaschi e j
dalle passate avversità, travedendo nemici nei
compagni, tirarono ciecamente sopra loro. E que-
gli alle offese rendevano offese non per inganno
nè per vendetta, ma perchè, raddoppiato il pe-
ricolo, volevano far libera la fuga. Confusione {
orrenda, irreparabile: la voce de capi non intesa,
non viste le bandiere, non obbeditoci comando.
Chi si crede sorpreso e chi tradito, s intrigano le
schiere, ogni ordine si scompone, abbandonano
il campo e fuggono. 11 reggimento ch’era in re-
troguardia, incalzato alle spalle dal nemico, sen-
tendo innanzi romor di guerra, camminava so-
spettoso^ guardingo, e però giunto dove già
stava il campo, vistolo deserto e con segni di
recente guerra e di fuga, si scompose aneli esso e
fuggì. Della iutera legione (seimila uomini) pochi
restarono, e così alla notte del Ronco contrapose
la notte di Mignano la fortuna, che ogni parzia-
lità o conforto negava alle armi di Napoli.
Saputa nel mattino del 17 la rotta di Mignano,
il generai Carrascosa che veniva di Abruzzo ac-
celerò il cammino, ma ([nella rapidità fu cagione
di novelle diserzioni. 11 re si recò a San Leucio,
regia villa presso Caserta , ed ivi attese le rasse-
gne de’ soldati, e i rapporti sullo stato del Regno.
Intese che cinquemila fanti e duemila cavalieri.
Digitized by Google
LIBRO SETTIMO— 1815 291
gli uni e gli altri sbalorditi e svogliati, erano in
Capua; molte artiglierie per abbandono perdute;
ogni disciplina sciolta. D altra parte i Tedeschi,
in numero e in fortuna, intorno a Capua; il prin-
cipe reale don Leopoldo Borbone andar con essi,
pubblicando sentenze di giustizia e di modestia; -
sei province (tre Abruzzi, Molise, Capitanata e
Terra di Lavoro) già obbedire a’Borboni, le altre
non contrarie a questi nè dubbiose, ma espetta-
trici* gl’ Inglesi aver doppiate le forze navali- nel
golfo di Napoli, ed il re di Sicilia starsi a Messina
sul punto 'di passare il Faro con poderose ar-
mate di mare e terra. Ne’ popoli, ne magistrati,
ne’ cortigiani, ne’ ministri, in sè stesso, le spe-
ranze cadute, l’impero dechinante, il ritorno dei
Borboni certo e vicino. E perciò deponendo le
cure di capitano e di re, pensò alla salvezza sua
e della famiglia; sapeva il trattato con Campbell,
e di scontentissimo che n era innanzi ne divenne
lieto; credeva che i Borboni e i Tedeschi lo vo-
lessero prigioniero, gli uni a vendetta, gli altri
per impedire gli ultimi temuti sforzi ne’ Princi-
pati e nelle Calabrie, e per togliere a Buonaparte,
imperatore in Francia, sperimentato e grande
istroinento di guerra; temeva inganni e tradi-
menti nella città e nella reggia. Ed a tanti bisogni
e sospetti cautamente providde.
Delegato il comando dell’esercito al generai
Carrascosa venne in Napoli privatamente e sul
cadere del giorno, ma dal popolo scoperto e sa-
lutato come re e come ancora felice. Andò alla
reggia negli appartamenti della regina, e giunto
a lei, l’abbracciò, e con voce ferma disse: « La
T
292 LIBRO SETTIMO— 1815
fortuna ci lia tradito, tutto è perduto ». «Ma non
tutto (ella replicò ) se conserveremo l’ onore e la
costanza ». Prepararono insieme segretamente la
partenza ; furono ammessi a strettissimo circolo
di corte i più fidi e i più cari, e dopo breve di-
scorso congedati. Egli providde co' ministri a mol-
te cose di regno, ultime, benefiche, ricordevoli;
fu sereno, discreto, confortatore della mestizia
de’ circostanti, ed a’ Francesi che partivano ed ai
servi che lasciava liberale così come principe .
che ascende al trono.
XCIX. Fissate le sue sorti, volle dar termine •
con la pace.a 1 travagli del già suo regno, ed elesse
negoziatori i generali Carrascosa e Colletta. Disse
al primo, trattassero per lo interesse non più di
lui, ma dello stato e dell’esercito, e patteggias-
sero il mantenimento delle vendite, e dei doni,
di tutto ciò che lasciavagli fama di buon re ed
affettuosa memoria ne’ Napoletani. Al Colletta che
richiedevagli quali cose concederebbe al nemico,
rispose: tutto fuorché l’onore dell’esercito e la
quiete de’ popoli; della fortuna contraria io vo-
glio sopra di me tutto il peso. A’ 20 di maggio i
negoziatori sopradetti co’ generali Bianchi e Neip-
perg, e, per le parti dell Inghilterra, lord Bur-
ghersh, convennero in una piccola casa, tre mi-
glia lontano da Capua, del proprietario Lanza, e
di là il trattato che pòi si conchiuse prese data e
nome di Casalanza. Dopo lunghe, agitate e ta-
lora vicine a rompersi conferenze, fermarono i
seguenti patti:
Pace fra i due eserciti. La fortezza di Capila
cedersi nel dì 2 1 ; la città di Napoli co’ suoi ca-
Digitized by Googte
LIBRO SETTIMO — 1815 293
stelli nel 2 3 , quindi il resto del Regno, ma non
comprese le tre fortezze di Gaeta, Pescara ed
Ancona; i presidii napoletani che uscivano dai
luoghi forti avere gli onori convenuti.
E dipoi il debito pubblico garentito, mantenute
le vendite de' beni dello Stato, conservata la nuo-
va nobiltà con l’antica, confermali ne’ gradi, onori
e pensioni i militari che, giurata fedeltà a Ferdi-
nando IV, passassero volontari a suoi stipendii.
Qui finiva il trattalo, ma il Tedesco vi aggiunse
die il re Ferdinando concedeva perdono ad ogni
opera politica de passati tempi, comunque -fatta
a prò de’ nemici, o contro i Borboni; e ohe,
obliate le trascorse vicende, ogni Napoletano aspi-
rar potesse agli offizii civili o militari del regno.
Le quali cose i negoziatori napoletani non ricer-
cavano per non trasformare in concessione e fa-
vore i titoli della giustizia, e dare sospetto ch’ei
credessero colpa ne’ soggetti l’aver servito a go-
verno necessario, riconosciuto, e per diritto pub-
blico di qpei tempi legittimo.
» L’ imperatore d Austria (stava scritto) avva-
» lorava il trattato con la sua formale garanzia ri.
11 qual nuovo pegno di fede si bramava da Na-
poletani, essendo ancor viva e dolorosa la memo-
ria de mancali giuramenti del 99.
0 . Nella sera dello stesso giorno, dopo che il
re ebbe contezza del trattalo, partì sconosciuto
verso Pozzuoli; e di là, sopra piccola nave passò
ad Ischia, ove rimase un giorno veneralo eia re;
e il dì 22 sopra legno più grande con poco seguito
di cortigiani c di servi, senza pompa, senza lus-
so, senza le stesse comodità della vita, si partì
204 LIBRO SETTIMO — 1815
per Francia. Ed intanto fatte note in Napoli, le
concordie di Casalanza, la città mandò ambascia-
tori al principe Borbone, ch’era in Teano, pre-
cursore delV allegrezza ed obbedienza pubblica;
il qual alto, benché segreto, fu a caso rivelato
alla regina Murat, che stava ancora nella reggia,
reggente del regno. In Capua, all’ uscire della pri-
ma legione napoletana per dar comode stanze al
Tedesco, la plebe non vedendo soldati che alle
porte, si alzò a tumulto, ruppe le prigioni, e
prorompeva in peggiori disordini se da pochi
generali ed ufBziali non fusse stata repressa. La
stessa prima legione, sino a quel punto, discipli-
nata e ubbidiente, fuori appena della fortezza,
sorda agl’ inviti ed alle minacce de’ capi, per molte
vie si disperse.
In Napoli la plebaglia sotto pretesto di alle-
grezza tumultuava, e sebbene la guardia di sicu-
rezza trattenesse que’ primi moti, chiaro appariva
che in breve non basterebbe. Cosicché la regina
pregando per lettere l’ammiraglio inglese a spe-
dire in città qualche schiera a sostegno degli or-
dini civili, n’ebbe trecento Inglesi, per li quali
sbigottirono i tumultuanti, tornò la quiete. Ed
ella in quel mezzo imbarcò sopra vascello inglese
con alcuni della sua corte; e tre già ministri, Agar,
Zurlo, Macdonald, e pochi altri personaggi, che,
non confidando nelle promesse di Casalanza, fug-
givano la temuta vendetta de’ Borboni.
Non più re, non reggente, non reggenza, la
plebe accresciuta de’ fuggitivi di Capua, che spe-
rando prede arrivavano a torme nella città, i pri-
gioni di Napoli tumultuosi, e le porte delle car-
Digitized by Google
295
. LIBRO SETTIMO— 1815
ceri non ancora abbattute ma scosse; la guardia
di sicurezza già stanca; gl’inglesi pochi, i disor-
dini maggiori, e, ciò che accresceva pericolo, vi-
cina la notte. Si era sul punto che la plebaglia
prevalesse, quando esortati da messi e lettere della
municipalità, giunsero al dechinare del giorno
alcuni squadroni austriaci, che uniti alle guardie
urbane, girando per la città, e gastigando quegli
che avessero di ribelli armi o segni, soppressero i
tumulti e le inique speranze. Fu così grande ma
necessario il rigore che cento, almeno, di quel-
F infimo volgo perirono; ed altri mille, feriti, an-
darono agli ospedali o si nascosero.
In quella notte e nel seguente giorno furono
in città luminarie, tripudii, e grida di popolo; e
nel porto tutte le navi, lo stesso vascello che al-
bergava la regina, ornato a festa. A’ a3, com’era
prescritto, fecero ingresso le schiere tedesche, le
quali con suoni e segni di vittoria seguivano il
principe reale don Leopoldo Borbone, che a ca-
vallo, con ricca numerosa corte, allegro rendeva
i popolari saluti. E poiché per corrieri, per tele-
grafi, per fama, gli avvenimenti di Gasalanza e
di Napoli furono in quei giorni medesimi divol-
gati, ed il mutato governo in ogni luogo ricono-
sciuto e festeggiato, tutte le apparenze scompar-
vero del segno di Gioacchino, nomi, immagini,
insegne; solamente la regina prigioniera sul va-
scello stava ancora nel porto, spettacolo e spetta-
trice delle sue miserie.
Fine del Tomo III
«PBPBBBare giarr;
9730705
■* —
SOMMÀRIO
DELLE MATERIE CONTENUTE JN QUESTO VOLUME
LIBRO SESTO
Quale era il legno al 1806.
CAPO PRIMO.
*
Godici .
• P a 8-
o
Finanze
• • • • •
. 99
4
Amministrazione
99
6
Esercito .
-
•
'
• 99
7
Civiltà
• • • •
.
_9
CAPO SBCOHDO.
Arrivo in .Napoli dell’ esercito francese, poi di Giuseppe
Buonaparte ...
Fatti varii di guerra e di regno •.
99
99
IO . *
ivi N
Primo editto . • ,
99
13
Combattimento di Campotanese. Ordini interni .
99
J5
Giuseppe assente, inasprisce il governo; prime di-
scordie ........
99
17
Giuseppe è re. Provvedimenti di governo. Battaglia di
1
Maida e tristezze di stato . ,,
99
19
i
Digitized by Google
298
SOMMARIO
CAPO TERZO.
Riordinamenti del ministero e delle amministrazioni.
Nuove discordie civili. Patti di guerra
. pag.
25
Tavoliere di Puglia ....
»
30
Il brigantaggio imperversa .
99
31
Le Calabrie in stato di guerra
99
37
Nuove leggi ..... \
99
41
La feudalità abolita ....
n
45
Conventi sciolti ... . . .
99
46
Nuovo processo criminale t
99
48
Istruzion pubblica .
99
50
Tristizie nel regno .....
99
53
Stato di Europa al 1806 • . . ,
99
55
CAPO QCARTO.
Nuovi provvedimenti e nuovi codici, molti beni di stato»
60
Il re visita le province . * .
»
99
62
Leggi per le cerimonie .
e
#
99
63
Prudenze e fortune di governo . .
•
*
99
64
Rovina il palazzo di Saliceti
•
99
68
Ordine cavalleresco delle due Sicilie
e
99
72
Reggio e Scilla espugnate dai Francesi
#
99
73
Nuovi codici . ^ .
- "JV*
*
99
75
CAPO gPWTO ,
■ràt
:'4ÉS
Partenza del re. Ultimi tempi del ano regno . . » 82
Statuto costituzionale detto di Bajona . « ivi
Partenza della casa del re . . . . . • » 84
Carattere del r* Giuseppe. Stato del regno al suo par-
tirne . t -, m~VJ
Digitized by Go
SOMMARIO
299
LIBRO SETTIMO
Regno di Gioacchino Murai. — Anno 1808 a 1815.
CAPO PRIMO.
Arrivo io Napoli del re e della regina. Feste. Prowe-
dimenti di guerra e di regno . . . . pag. 90
Spedizione contro 1* isola di Capri . .•
« 93
Varie benefiche leggi . . . . . ..
» 99
Spedizione anglo-sicula contro il regno . .
» 113
Brigantaggio e suoi effetti .....
» 119
Festa del 15 agosto 1809 ......
» 123
Provvedimento di stato ... . . .
» 124
Partenza del re, della regina. Ritorni. Provvidenze ed
avvenimenti ....
» 128
CAPO SECONDO.
Fatti di guerra e di brigantaggio, poi distrutto. La feu-
dal ita abolita Sdegni nella regia famigli» .
» 111
Nuova partenza del re e ritorno ....
» Ìli
Distruzione del brigantaggio ....
« 132
La feudalità abolita , le terre divise
» IM
Baronie. Provvedimenti. Primi sdegni tra Gioacchino e
Napoleone
» 159
Provvedimenti interni
» 162
CAPO TERZO.
Il re parte per la guerra di Russia, e ne torna. Tenta
T anione d’ Italia. Parte per nuova guerra in Germa -
nia, e tornatone provvede al regno , . , » . 167
300
SOMMARIO
Tentala Unione d’Italia , . . . ‘ . pag 179
Gioacchino parte per nuova guerra; suol fatti, suo ri -
torno . . . , . . x 184
Influenza della costituzione di Sicilia sulle coae di Na -
poli . . w 196
• CAPO QUARTO.
4 » *
li re ferma alleanza coll’ Austria , tregùa coll’ Inghil-
terra. Fa guerra a’Francesi. Caduto l’impero <11 Frau-
da, provvede al trono ed al regno . . , . >> 199
Si discute dell’alleanza «e con Francia O con Austria » iti
Incertezza del re; dipoi stringe alleanza coll’Austria,
tregua coll’ Inghilterra . . ■ . » 208
Primi moti di guerra in Italia , » 210
Assedii di Ancona, Castel-Sant’Angelo e Civitavecchia » 213
Discordie tra confederati sull’idea di quella guerra >» 216
Amarezze di Gioacchino . » 219
Dopo novelli intrighi di politica Gioacchino combatte » 223
Si ha notizia della caduta delTitnpero di Francia, cessa
in Italia la guerra , < ■ ■ • * 230
Ritorna in Napoli. Gioacchino, e provvede al regno » 234
Sventure di Murai Avvenimenti yarii di Sicilia e Napoli a 244
CAPO QUINTO*
Fogge dall’Elba l’imperatore Napoleone. Gioacchino
. muove guerra in Italia: vinto da’Tedeschi , abban -
dona il regno Ferdinando Borbone ascende al trono
di Napoli - . ..... . . ,>247
F uga dell’ imperatore Napoleone. Gioacchino muove
guerra all’ Austria , w ivi
Si compone 1* esercito per la guerra „ 231
Cominciano le ostilità. Battaglia di Panaro . . >, 234
I
. I
Digitized by Google
SOMMARIO
301
Movimenti strategici. Assalto di Occhiobello fallato pag. 256
La spedizione in Toscana .....
» 258.
Provvedimenti'di guerra . : . . .
» 261
Ritirata dell’esercito napoletano ....
» 266
Combattimento di Monte-Milone. Battaglia di Tolentino
» 270
Entrata nel regno e disordini de’ Napoletani .
» 280
Fatti militari del generai Montigny in Abruzzo .
» 282
Fatti militari del generai Manhes sul Liri .
» 283
Costituzione politica data al regno ...
» 284
Trattato col commodoro Campbell .
» 285
Nuovi fatti d’armi; ultime fugaci speranze del re .
» 289
Pace di Cnsalanzn ......
» 292
Partenza del re Gioacchino. Ultimi basi del suo regno
„ 293
FIKE DEL SOMMARIO.
I
I
Digitized by Google
. li • .
. • -
.
i * £j - 1 -tnO»****
^ !v*w«
y'I* ì(i f-.n?:rf •»tuIil^-'*f:Ti4* ih ataìLì :. .1 •
ni*. •»•<-£ > iwr->« •»% ‘ -
tMi'NiA ai (<■£> ìuJ<Sj>i +.*»'
. 'Iii.l fcrfc .‘itti.:.
, U-.<‘ ■■*;«) q$iJw
: Ìj:> Ji .1 . : »
I
Digitized by Google
Digitized by Google
Digitized by Google
Digitized by Google
B .20 .2 .643
winnnii
Digitized by Google